Hello world: l’alba degli algoritmi e la notte di ogni ambizione

«Notturno elettronico» di Hugo Bertello

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Notturno elettronico

Lo scrittore drammaturgo tedesco naturalizzato svedese Peter Weiss una volta scrisse: «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali di morire come cani». Questa frase, che costituisce un ironico rovesciamento del primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ci dice che in realtà gli uomini sono liberi soltanto a parole, mentre nei fatti sono sempre più schiavi dell’incapacità di realizzare le proprie ambizioni e i propri ideali in una società sempre più improntata al profitto e alla concretezza.

Questa frase di Peter Weiss è citata anche da uno dei protagonisti di Notturno elettronico, romanzo d’esordio di Hugo Bertello edito TerraRossa Edizioni. Laureato in fisica e cosmologia, Bertello debutta alla narrativa con un romanzo che indaga proprio la consapevolezza di essere nati per morire come cani, senza possibilità di realizzare le proprie ambizioni in una realtà ipertecnologizzata che risponde soltanto al dio algoritmo.

La trama di «Notturno elettronico»

In Notturno elettronico Hugo Bertello racconta le vicende di Ricardo, matematico teorico specializzato in teoria dei numeri e geometria differenziale prestatosi all’informatica dopo esser stato espulso dal mondo accademico in quanto le sue ricerche, principalmente sull’ipotesi di Riemann, «un’ipotesi sulla distribuzione dei numeri primi, ovverosia di quei numeri interi a partire dai quali è possibile produrre tutti gli altri», hanno prodotto risultati insoddisfacenti.

Nella sua insoddisfazione, Ricardo incarna la figura dell’uomo colto che scopre che il mondo non ha più bisogno della sua profondità, ma solo della sua funzionalità. La sua è una figura tipicamente ottocentesca: è infatti un intellettuale che si sente fuori dal suo mondo, che lo vuole sempre più focalizzato sul profitto e la praticità. Diventa difatti informatico per necessità, per tirare a campare, ma continua a considerare la pratica «un ripiego per chi non ha né l’ambizione né il talento per perseguire la teoria».

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La sua esperienza di informatico a Helsinki lo avvicina a un gruppo di informatici e matematici a cui arriva grazie a un incontro fortuito in lavanderia con Yana, ragazza coreana interessata all’ipotesi di Riemann e ai suoi risvolti pratici. I ragazzi del gruppo vogliono infatti creare un virus informatico per cancellare quanto di tecnologico ci sia nel mondo per riportare l’umanità a uno stato originario dove mondo reale e virtuale, fittizio e concreto, si incontrano annullando qualsiasi logica algoritmica. Quello che però Ricardo scoprirà è che forse, in fondo, non tutti credono in questa probabile rivoluzione.

«Notturno elettronico» e il buio della tecnologia

Notturno elettronico è un libro che prova a indagare il presente senza concedergli fiducia. Questo perché, come suggerisce la fredda ambientazione finlandese, per Ricardo il progresso tecnologico è privo di promesse di benessere, ed è un presente e un futuro che si è fatto ormai passato, privo delle promesse di rinnovamento con cui si è presentato ai più. Lo dimostra, infatti, l’impiego di frammenti scritti in codice Python che, invece di dare un senso a ciò che leggiamo, risultano essere privi di significato, quasi a voler dire che l’algoritmo e la tecnologia senza controllo dell’uomo non possono nulla.

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Anche il titolo del romanzo di per sé è significativo di questo buio nei confronti della tecnologia: se da un lato il “notturno” del titolo rappresenta una condizione storica e morale dell’uomo che non riesce a mettere in pratica tutti i valori e le teorie con cui è cresciuto, dall’altro l’“elettronico” non promette illuminazione, ma una luce artificiale, intermittente, che inganna Ricardo e i suoi compagni di promesse di sviluppo che per un motivo e per un altro non si realizzeranno mai.

Incapaci di essere felici e ambiziosi

Il tema centrale di Notturno elettronico è quindi il fallimento della traduzione della teoria in vita, del sapere in senso, e dell’intelligenza che non produce felicità. Dopo esser stato cacciato dall’università per l’improduttività delle sue ricerche, Ricardo prova difatti a dare un senso pratico ai suoi lavori e alle sue teorie, ma si ritrova incastrato in una monotonia senza via d’uscita, fatta solo ed esclusivamente per riempire il vuoto:

Ogni sera, tornato a casa, preparo la cena, mangio, poi mi interrogo se tutto ciò basti a illuminare il mio cammino. Concentrarsi sulle piccole sfide quotidiane può infondere un senso di fiducia nell’avvenire. Eppure, non riesco a scacciare la sensazione che il mio corpo sia tenuto in vita artificialmente. O che il mio petto, anziché un cuore che batte, contenga un antro vuoto. […] Sul finire dell’adolescenza, ho capito che non avrei mai raggiunto l’eccellenza. Allora ho deciso che mi sarei accontentato di lottare per un’esistenza libera dai condizionamenti imposti dal mio paese e dalla mia famiglia. Il presente, purtroppo, rivela che ho tradito anche quest’ultima aspettativa. La sola forma di anticonformismo che mi rimane è di vivere una vita da conformista in un paese non mio. Hello world, questo sono io.

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Nel romanzo si accumulano scene di vita ordinaria fra la sauna, il karaoke, la lavanderia, il pub e l’ufficio open space dove si consuma una forma di socialità minimale, regolata, solidale ma priva di slancio. Una società efficiente, pacificata, apparentemente giusta come quella finlandese si dimostra così incapace di dare qualcosa una volta che si rinuncia all’aspirazione, anzi, pare proprio voler annullare ogni tipo di ambizione, in quanto una società efficiente che si lascia guidare dagli algoritmi non ha bisogno di desiderare nulla.

L’utopia dell’ipotesi di Riemann

Quanto è stato detto finora è incarnato dal progetto di mandare avanti e di realizzare l’ipotesi di Riemann, che costituisce un ultimo tentativo di un’ambizione all’annullamento della temporalità a favore dell’idealismo, dell’etere, di un mondo dove le idee sono l’unica cosa che ci fanno andare avanti, sia quelle utili che inutili. Quello che professa il gruppo di Yana è, dunque, la sconfitta dell’utilitarismo a favore della contemplazione:

In questo stato di emergenza permanente ci pieghiamo, mansueti, al giogo degli algoritmi. Affidiamo a loro compiti sempre più essenziali, come guidarci nello spazio, decidere come nutrirci, proporci una persona da amare. Il prezzo da pagare per queste presunte comodità è però esorbitante. Le energie che muovono la nostra quotidianità non sono più l’intuito, il caso e lo stupore, ma la rapidità, l’efficienza e il guadagno. Alla radice della nostra infelicità vi è una monocultura che si è presentata come una forza civilizzatrice che mirava a estirpare il caos e la fatica, ma che è finita per mappare, addomesticare, meccanicizzare ogni aspetto della nostra esistenza. La tensione tra la nostra natura di esseri sacri e la profanità della vita che conduciamo è ciò che chiamiamo alienazione.

Queste parole, contenute nel manifesto del gruppo, raccontano in qualche modo il messaggio del romanzo di Bertello: non bisogna combattere la tecnologia in sé, bensì l’abnegazione nei suoi confronti. Fidarsi degli algoritmi significa fidarsi di una realtà simulata e replicata che siamo incapaci di comprendere, e ridurre l’amore, il desiderio e il caso a probabilità rifiutandone la loro natura spontanea.

Ciò che, però, Ricardo, Yana, Hamid e gli altri vanno incontro è però una contraddizione: siamo talmente immersi nella tecnologia che distruggere l’algoritmo e avviare quello che parrebbe essere una sorta di luddismo significherebbe negare quella che paradossalmente è diventata la nostra esistenza, ovvero dedizione completa al riempimento del vuoto con gesti alienanti privi di comprensione del reale.

«L’essenza più profonda della realtà», si legge, «non deve essere ricondotta forzatamente nella direzione rassicurante del bene, ma in quella inquietante della contraddizione». In sostanza, se questa rivoluzione utopica sarà forse destinata a fallire è perché Ricardo e gli altri capiranno che in un mondo sempre più ipertecnologizzato siamo destinati a non nutrire più ambizioni e a farci guidare interamente dalla praticità dell’algoritmo. In sostanza, continueremmo sempre e comunque a nutrire una cieca fiducia nei confronti della tecnologia.

Muori da eroe o vivi abbastanza a lungo da diventare un algoritmo

Notturno elettronico (acquista) non offre soluzioni né consolazioni. Da un lato ci dice che bisogna provare a restare umani continuando a nutrire ideali e ambizioni, dall’altro ci invita a rassegnarci all’ipertecnologizzazione e alla fede nella tecnologia e negli algoritmi, che ci allontanano sempre più dalla nostra capacità di addentrarci nella natura delle cose e di capirle fino in fondo. La sua forza sta nel lasciare il lettore in una zona di penombra, costringendolo a fare i conti con una domanda antica, ma formulata con strumenti nuovi: che significato può avere la vita di un uomo quando tutto funziona perfettamente? Ha ancora senso sognare quando si ha tutto a portata di mano, quando si è felici perché si consuma e si guadagna?

Nei momenti di debolezza mi lascio sedurre dall’idea di essere destinato a qualcosa di più grande. Poi per fortuna vengo travolto dalla vergogna. Piuttosto che all’isterica corsa al successo che orienta la società contemporanea, mi sento affine alla filosofia buddista, che insegna che la sofferenza è causata dall’attaccamento, il quale è conseguenza del nostro desiderare troppo. Rimane però un punto da chiarire: se abbandoniamo ogni aspirazione, che cosa ci rimane?

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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