«La si vedeva avanzare da lontano, / una nube nera come la morte, / che attraversando la nostra grande nazione lasciò una scia devastante». È il 14 aprile 1935, Woody Guthrie pizzica le le corde della sua chitarra e si fa voce di «un popolo che grida nel deserto». Nelle strofe di The Great Dust Storm canta di un sipario nero calato «da Oklahoma City fino al confine dell’Arizona, dal Dakota e Nebraska fino al placido Rio Grande», di persone ammassate nelle baracche dei campi petroliferi strette nella convinzione che il mondo potesse esaurirsi per la furia della tempesta. «Là fuori, oltre la finestra, dove un tempo crescevano i campi di grano, / si stendeva ora un mare increspato di polvere sollevata dal vento. Caricammo le nostre vecchie auto malandate e facemmo salire le famiglie, / poi, tra sobbalzi e rattoppi, imboccammo l’autostrada/ per non fare mai più ritorno».
Nel vento ululante di quella domenica nera inizia L’Antidoto (acquista). Karen Russell, però, inverte la prospettiva. Non racconta di chi si mette in viaggio verso Ovest, ma di chi rimane ostinatamente ancorato alla terra: superstiti costretti a scrollarsi di dosso la polvere sollevata dalla bufera. Il romanzo, edito da Edizioni Sur, è già da qualche mese tra gli scaffali italiani nella traduzione di Veronica La Peccerella.
Bancarotta di ricordi
Nebraska, 1935. Antonina si risveglia dalla tempesta in cella con una sola parola che le rimbomba in testa: bancarotta. La polvere le ha portato via il suo dono di antidoto. Ogni strega della prateria ha il potere di custodire ricordi indesiderati e cancellarli dalla memoria delle persone che glieli affidano. Tutti a Uz non hanno potuto fare a meno di consegnarle un frammento di vita amaro, «qualsiasi cosa non riuscissero a sopportare di sapere». E lei, dopo averli ascoltati e catturati con il suo corno verde, li ha rinchiusi in una cassaforte.
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La tempesta nera ha soffocato terreni, raccolti, qualsiasi prospettiva di futuro. Non ha risparmiato neppure i poteri di Antonina. La cassaforte è vuota e ogni ricordo è cancellato: bancarotta. La memoria collettiva è perduta. «Erano annidati dentro di me, come la pressione e il peso. I ricordi sono cose vive. Quando se ne conservano tanti, come nel mio caso, le ossa cominciano a scricchiolare. Ora temevo di evaporare io stessa».
Una strampalato mosaico di voci
Per la prima volta è Antonina a dover trovare il suo antidoto. E ai superstiti di Uz non resta che escogitare soluzioni per colmare il vuoto della perdita e sopportare il peso della colpa. Le loro esistenze si sfiorano, s’intrecciano, si assemblano in uno strampalato mosaico. C’è Harp Oletsky, un contadino polacco sfuggito alle persecuzioni contro il suo popolo in Europa che ritrova il campo magicamente fertile. C’è Dell, sua nipote, un’adolescente ossessionata dal basket che vive assieme a lui dopo l’assassinio della madre. C’è Cleo, una fotografa afroamericana arrivata per documentare la tempesta che si ritrova con una macchina fotografica in grado di immortalare passati dimenticati e futuri possibili. C’è lo sceriffo implicato in una serie di femminicidi seriali che si affretta a trovare qualcuno da condannare. E poi c’è una gatta randagia e persino uno spaventapasseri che prende misteriosamente coscienza di sé.
La gente parla di ricordi che entrano ed escono dalla testa. Ma il mio lavoro mi porta a chiedermi se le nostre mappe non siano sbagliate. I miei clienti spesso si massaggiano il punto in cui la spina dorsale incontra il coccige. Altri incrociano le mani sull’ombelico formando una ragnatela. Le persone che vengono da me ricordano con le mani e con i piedi. Ricordano con ogni battito del cuore. Il passato gli circola nel sangue. Le persone desiderano con tutto il corpo e allo stesso modo ricordano. Ora che sono sveglia, so che la mia attività si basa su una menzogna. Non c’è un modo sicuro per rimuovere dei capitoli dal libro della propria vita. Non si può aspettare di avere più tempo, più soldi, più sicurezza, meno dolore per ricordare il passato.
Il collasso della memoria
Non esistono antidoti contro il passato. Liberarsi dal dolore significa tenere in vita un sistema che ha innescato la tempesta, la cancellazione di culture e territori. «Prima di sradicare la prateria, abbiamo sradicato gli esseri umani. Con la nostra collaborazione, gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra agli indiani, che coltivavano queste terre molto prima del nostro arrivo. La nostra guerra ha creato le condizioni per le nuvole di polvere che inghiottono il sole. Ma a spianare la strada a questo crollo è stato un grande collasso della memoria».
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Non è un caso che il dono di Antonina sia l’antidoto, né che i suoi clienti non riescano a farne a meno. Qualche secolo prima gli antichi greci, a modo loro, l’intuizione l’avevano già avuta. L’antidoto, il pharmakon, ha un’accezione ambivalente: è ciò che salva, ma anche ciò uccide. Ma gli esseri umani non sanno comunque rinunciarvi. E per l’oblio, forse, vale lo stesso: non è solo la cura, ma la malattia stessa.
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