Se, nonostante il tempo e le peripezie, non si smette di pensare a qualcuno, probabilmente vuol dire che è vero amore. Vale sì per le persone ma, a detta di Antonella Lattanzi, anche per le storie. È andata proprio così con il suo ultimo romanzo, Chiara: l’autrice covava da tempo l’idea per questa storia, ma sentiva di non avere le parole giuste per scriverla. La sua vicenda personale l’ha poi portata a scrivere l’autobiografico Cose che non si raccontano – candidato al Premio Strega nel 2024 – ma, a distanza di tempo, l’idea per quell’altro libro non si era ancora spenta. Lattanzi ha così capito di doverlo proprio scrivere, e lo scorso ottobre Chiara ha visto la luce per i tipi di Einaudi.
«Chiara»: la trama
Cuore pulsante del romanzo è l’amicizia tra la protagonista, Marianna, e la sua compagna di classe Chiara: un rapporto viscerale, sempre un po’ in bilico fra l’amicizia e l’amore, che nasce quando le due sono alle elementari e prosegue fino alla fine del liceo. In qualche modo, le anime di Chiara e Marianna si riconoscono perché entrambe sono bambine a cui viene negata la spensieratezza dell’infanzia. Chiara, infatti, vive una tipica situazione di violenza domestica, con quotidiani soprusi fisici e psicologici del padre nei confronti della madre, incapace di reagire.
Vista da fuori, invece, quella di Marianna è una famiglia perfetta, con genitori colti e innamorati di lei, che organizzano splendide feste nella loro casa. Eppure, anche lei conosce il male, e in una forma più subdola: basta poco affinché il padre, solitamente affettuoso, abbia all’improvviso delle violente crisi di autolesionismo. Qualcosa di indicibile, e non solo perché la figlia si sente colpevole, ma perché in fondo sa che nessuno ci crederebbe mai. Ed è per questo che Marianna capisce che ci sono cose di cui non si deve proferire parola, mai, con nessuno. Nemmeno con Chiara, a cui pure è capitato di assistere a una crisi del padre dell’amica e si fa silenziosa depositaria di questo segreto.
Nella vita impari che tante volte davanti al dolore chi ti ama indietreggia, non vuole sapere la verità; che tante volte davanti al dolore indietreggi tu, e non ci sei quando dovresti.
Il loro legame cresce dunque intorno a lettere che le due si consegnano ogni mattina, con la promessa reciproca di non leggerle mai. E così sarà: non verranno mai aperte, neppure a distanza di anni. La scrittura in sé, sembra ribadire Lattanzi, è più importante di qualsiasi sua implicazione e arriva a coprire perfino le brutture. D’altronde, già in Cose che non si raccontano affermava: «Quando lo scrivo, sono gli unici momenti in cui non penso a questo presente inammissibile. In cui, pur nell’immersione nel dolore e nei ricordi che non voglio ricordare, c’è un sottofondo di gioia. Perché sto scrivendo il mio libro».
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Un romanzo omertoso
In Chiara ciò che è nascosto sembra avere più peso di quanto viene mostrato; non a caso, Lattanzi lo ha definito un «romanzo omertoso». Pur con le dovute – e profonde – differenze di contesto, in qualche modo il pensiero corre alla domanda che permeava un altro recente romanzo di una scrittrice italiana, Un’amicizia di Silvia Avallone (Rizzoli, 2020): la vita ha davvero bisogno di essere raccontata per esistere? La risposta era negativa per Elisa e Beatrice, le protagoniste di quel libro, e lo è anche per Chiara e Marianna, come dimostra la forte dose di “non detto” su cui sembra fondarsi il loro legame.
Questa tensione verso ciò che esiste anche – e soprattutto – quando non viene mostrato è strettamente legata al concetto dell’essere visti, ricorrente nelle opere di Lattanzi. A causa della brutalità dei rispettivi contesti familiari, Chiara e Marianna sono due bambine che nessuno ha mai guardato davvero. Vi reagiscono in due modi agli antipodi: mentre Marianna prova in tutti i modi ad attirare l’attenzione di chi la circonda, anche con atteggiamenti provocatori, Chiara vorrebbe solo condividere la sorte delle lettere che ogni giorno consegna all’amica: essere invisibile. La loro amicizia è ciò che fa da contraltare a questa situazione, come se le due bambine fossero le uniche in grado di vedersi a vicenda.
Una tensione narrativa quasi horror
Da sempre Lattanzi nutre una forte passione per il genere horror, che ad esempio l’ha portata alcuni anni fa a scrivere per Einaudi il saggio Salvarsi. Come uscire dall’Overlook Hotel, dedicato a Shining di Stephen King. Questa passione si riverbera anche nella sua scrittura, portandola a creare sempre, pure in opere non propriamente di genere thriller o horror, una fortissima tensione narrativa. È stato così in passato per Una storia nera (Mondadori, 2018) o Questo giorno che incombe (Harper Collins Italia, 2021), e lo è pure per Chiara.
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Sono diversi i punti del libro in cui si percepisce una sorta di nota stonata, la sensazione che da un momento all’altro stia per accadere qualcosa di terribile, fin dalla scena iniziale in cui Chiara e Marianna fanno volare per gioco un canarino e, di colpo, una minaccia incrina la loro spensieratezza. Contribuisce a creare questa atmosfera via via più cupa e soffocante anche l’angosciata narrazione in prima persona (una novità per Lattanzi, che nei suoi romanzi aveva sempre scelto la terza), quasi una confessione a un convitato di pietra:
Poi, una sera, quando ero ormai adolescente ed ero tornata a casa molto triste, e avevo paura di essere tornata a casa, ed ero stanca di aver paura di essere tornata a casa, quando i miei – lui, lei, non lo so – sono venuti fuori con questa solita frase, vedrai quando avrai figli, io non ho riflettuto e ho detto: – Sarebbe stato bello avere un padre e una madre come si deve.
«Come si deve», poi, non è nemmeno un’espressione da me. Mia madre è sbiancata, io mi sono subito pentita e mio padre non ha mosso un muscolo del viso, sapevo che gli avevo fatto molto male e non sapevo perché avevo voluto fargli cosí male, perché l’avevo detto, sei un’ingrata, mi ha sibilato una voce della testa, mio padre si è girato su sé stesso come fosse un robottino, è andato al pianoforte, ha preso la statua di padre Pio che gli avevo portato dalla gita con le suore a Pietrelcina, in terza elementare, la statua piú brutta mai vista sulla terra ma era un mio regalo e lui lo conservava da tanti anni, con amore, sopra il pianoforte, mio padre mi voleva il bene piú grande del mondo, e il bene è una cosa pesante, mio padre ha poggiato con cura la mano aperta sul pianoforte chiuso, ha sollevato la statua, che era grande e pesante e aveva quegli occhi di padre Pio che facevano paura, e poi ha fatto quello che doveva fare.
Consigliato a…
Consigliamo Chiara (acquista) a chi ha nostalgia delle amicizie che riuscivamo a creare durante l’infanzia e l’adolescenza. A chi non ha mai smesso di cercare, fuori dalle mura di casa, un legame che potesse trasformarsi in un’ancora di salvezza. A chi desiderava solo essere visto, e chissà se crescendo sente di avercela fatta.
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