Uscito per la prima volta in Spagna nel 2023, Questa volta sarà diverso di Marta Jiménez Serrano è approdato alcuni mesi fa anche in Italia per La Nuova Frontiera, nella traduzione di Serena Bianchi. Questa deliziosa silloge comprende quattordici racconti, alcuni più lunghi, altri molto brevi, tutti accomunati da un unico fil rouge: l’amore.
I racconti di «Questa volta sarà diverso»
Il titolo scelto per l’edizione italiana del libro – in lingua originale, No todo el mundo – riprende quella che forse è la frase che più spesso viene pronunciata quando, dopo una delusione sentimentale, incontriamo una persona nuova, che ci riaccende la speranza. Ma siamo sicuri che questa volta sarà davvero diverso, o siamo condannati a ripetere lo stesso schema all’infinito con altre persone? È ciò che succede, per esempio, alla protagonista del racconto Il fattaccio di Verónica, costruito come un suo lungo monologo davanti a un’amica, consapevole che le si spezzerà il cuore per l’ennesima volta ma non osa ribattere:
Verónica ha detto “questa volta sarà diverso” quando ha conosciuto, in ordine di apparizione nella sua vita: Rodrigo, Miki e Quique. Lo ha detto anche dopo tre scopate insulse con tre sconosciuti, che sono rimasti tali, lo ha detto di un ragazzo con cui ha parlato per tre mesi su WhatsApp e con cui non è mai successo niente (non si sono neanche mai visti), e, a quanto pare, lo dice adesso, con la stessa ingenuità della prima volta.
Con i suoi racconti, Jiménez Serrano traccia in particolare un ritratto dell’amore millennial, come già prima di lei aveva fatto l’irlandese Sally Rooney. I suoi personaggi, però, non appartengono tutti a questa generazione: ci sono anche gli adolescenti di horny asian teen o l’anziana protagonista di Filmín, che in uno dei racconti più dolci del libro ci ricorda che non esiste un tempo massimo per sentire le palpitazioni dell’amore. Questa volta sarà diverso rappresenta senza dubbio una prova di poliedricità dell’autrice, che si mostra a suo agio nel dare voce a personaggi anche sensibilmente diversi fra loro.
La lingua è un gioco
In un panorama editoriale in cui sembra essersi ridotto lo spazio per le sperimentazioni linguistiche, Jiménez Serrano ci ricorda che è ancora possibile giocare con la lingua. Ne è uno splendido esempio il racconto Clamorosa e frenetico, i cui protagonisti – Claudia e Francisco – sono reduci da storie naufragate con persone i cui nomi iniziavano proprio con la stessa combinazione di consonanti (Fred e Clotilde). Quando si conoscono, hanno rispettivamente preso a odiare tutte le parole che cominciano per fr- e per cl-; incontrarsi restituisce loro parole che avevano bandito dai propri vocabolari. La presenza o l’assenza di una persona, sembra dirci l’autrice, si rispecchia anche nelle parole che scegliamo – o in quelle che non vogliamo pronunciare mai più.
Durante quella notte di sesso, Claudia aveva restituito a Francisco le parole che iniziano per cl. Claudia. La clandestina Claudia. Un cliché, Claudia. La clavicola di Claudia. La clemente clavicola di Claudia. La clemenza di Claudia e la clavicola di Claudia e anche – clamorosamente – il clitoride di Claudia. Il clamoroso clitoride di Claudia, clamore e clingore, la clavicola, il clitoride, Claudia, e il clamore, il clamore, e ancora clamore, clamore fino al climax di Claudia, il climax del clitoride di Claudia.
Divertirsi a giocare con la lingua, o forse divertirsi tout court mentre si scrive: è probabilmente quanto dovrebbe fare ogni scrittore e, di sicuro, è quanto si percepisce dai racconti di Marta Jiménez Serrano, che le permettono di calarsi ogni volta in una nuova parte riuscendo al contempo a mantenere un perfetto equilibrio in tutti i passaggi potenzialmente più insidiosi per uno scrittore, come le scene erotiche o i pensieri sordidi di certi personaggi.
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Sarà destino?
Se c’è un tema da sempre caro a chi scrive storie d’amore, è senza dubbio il destino. Ce lo siamo chiesti tutti almeno una volta: conosciamo una persona e ce ne innamoriamo per pura casualità o era già tutto scritto da qualche parte? Sembra proprio esserci il destino dietro l’incontro di Eloísa e Marcelo, i protagonisti del racconto Diamoci un taglio:
Sembrerebbe finita lì, la conversazione, la notte e la congiuntura, perché se nei film, e persino in alcuni libri, è in quel modo, con qualcuno che chiede da accendere – come altro sennò? – che la storia prende corpo, nella vita reale non funziona così. […] In quel momento, però, da dentro il locale si sente gridare:
«Elo, facciamo un altro giro, ne ordino una anche per te?»
Lei smette di guardare il vuoto, lui smette di guardare a terra, tutti e due si girano verso la porta e urlano sì! Poi si guardano sorpresi, lui più che altro perplesso, lei più che altro divertita.
«Ti chiami Elo?» inarca le sopracciglia in modo esagerato, rovescia la testa all’indietro e fa un lungo tiro.
«Mi chiamo Marcelo, ma tutti mi chiamano Elo, sì.»
«Forte!» dice lei. «Anch’io.»
«Ti chiami Marcelo anche tu?»
Lei sorride.
«Mi chiamo Eloísa.»
E in effetti dietro l’amore di Marcelo ed Eloísa il destino c’è, ma non nel modo in cui ce lo aspetteremmo dalle prime righe. Il narratore onnisciente lo mette fin da subito in chiaro: sono destinati a lasciarsi, ma ovviamente non possono saperlo. I lettori sono così messi nelle condizioni di seguire le loro vite dall’alto e guardarli, impotenti, andare incontro a un epilogo che può solo essere rimandato, ma non evitato – e la scelta di questa tecnica narrativa, inutile dirlo, è decisiva nel rendere così struggente il racconto.
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Per le strade della «città moderna» viviamo tutti noi
Tutti i racconti di Questa volta sarà diverso (acquista) testimoniano la maturità della penna di Jiménez Serrano; la sua migliore prova d’autrice viene, però, in particolare dall’ultimo – uno dei più lunghi, quasi un romanzo breve: La città moderna. Spariscono i nomi dei personaggi, così come ogni riferimento alla città di Madrid, sfondo costante di tutti gli altri racconti. I protagonisti sono solo «un uomo» e «una donna», che vivono in una non meglio precisata «città moderna».
C’era una volta una città moderna con insegne al neon che già sembravano antiche, farmacie H24 e manichette dei camion dei rifiuti. È una città moderna ed è notte, un uomo cammina nervoso ostentando tranquillità, incontra una donna che cammina a sua volta, ma non nasconde il suo nervosismo, pur provando a placarlo con respiri profondi. […] Si salutano con un bacio tiepido e raggiungono a piedi un locale moderno (come la città), in cui gli servono drink e qualche stuzzichino. Sono andati a letto sette volte. Al cinema una. Hanno passeggiato molto e fatto ricorso ai bar per raccontarsi cose: ex fidanzati, ex posti di lavoro, ex amici; attuale situazione sentimentale, lavorativa, amicale.
L’assenza di riferimenti dà vita a un racconto sospeso, una specie di fiaba (non a caso, si apre con «c’era una volta»), che si rivela invece il più vero, in cui risulta più naturale rispecchiarsi, proprio come ci accadeva con i personaggi e le vicende delle fiabe. Quella donna, quell’uomo senza nome siamo tutti noi, in una città moderna che ha tanto in comune con quella in cui viviamo, quale che sia. I loro sentimenti sono i nostri. Il racconto rappresenta una sorta di sintesi dei precedenti tredici, con un finale che non spoilereremo nei dettagli ma di cui possiamo rivelare il senso (che, in fondo, è la morale dell’intera raccolta): nello sguardo (giusto) altrui abbiamo la possibilità di ritrovare non solo le parole a cui avevamo rinunciato, ma anche la nostra identità più autentica.
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