«Di’, non hai perso il vizio di imitare le persone…»
Sonia aveva cominciato così, mentre passeggiavamo per la città chiusi nelle giacche a vento, dopo una serata trascorsa con alcuni miei amici. Non era cambiata per niente rispetto a quando frequentavamo letteratura russa all’università.
«Mi è bastato poco per notare che parlavi e ti atteggiavi come Luca» aveva continuato «la stessa intonazione, perfino lo stesso modo di girare le frasi. Lo stesso atteggiamento da maschio alfa. Ma quello non sei tu.»
Il freddo rendeva il suo viso più vivo, le faceva brillare gli occhi mentre mi guardava in tralice e mi parlava.
«Io lo so che non lo fai consapevolmente, per prendere in giro; forse è una tua necessità. Guarda però che a una persona un minimo sensibile non sfugge, e può dare fastidio.»
Io non sapevo se dovevo rispondere o no, e ogni tanto la fissavo per qualche secondo, ammirando il contrasto tra i suoi capelli neri e la pelle bianca.
«Anche l’espressione tormentata che hai adesso è la stessa dei tempi dell’uni, quando qualcuno o qualcosa turbava il tuo equilibrio interiore.» Mi aveva guardato e aveva aggiunto: «Cos’è, ti sei offeso?».
Negli intervalli tra le occhiate che le lanciavo, guardavo il marciapiede che era pieno di buche e ciuffi d’erba, o le persone che incrociavamo – tutte talmente uguali da farti pentire di essere uscito di casa.
Siamo arrivati a un passaggio pedonale in cui le auto non rallentano mai per farti passare, e quando la gente riesce ad attraversare cammina a testa bassa.
«Si può sapere a cosa pensi?» mi chiede con un mezzo sorriso e lo sguardo un po’ accigliato.
Io lo so di avere la tendenza a imitare gli altri, ma non posso farci nulla. È che a volte mi sento un contenitore vuoto, un fantasma in mezzo alle persone, e uso la loro lingua. Ma sarebbe inutile provare a spiegarglielo. Allora faccio: «Non riesco a convincermi che il mio gatto non sia un topo. Ultimamente gli ho dato del formaggio e mi stupisce che non lo mangi».
Ora siamo davanti al cancello della vecchia villa in cui vive con sua madre.
«Va avanti così da qualche giorno» dico.
Racconto di Filippo Saguatti
Illustrazione di Marialuce Giardini
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