L’America italiana in «Dago Red» di John Fante

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John Fante

Di John Fante, forse uno dei più noti scrittori italoamericani insieme a Mario Puzo e Don DeLillo, nato in Colorado nel 1909, ricorderete forse Chiedi alla polvere (in inglese, Ask the Dust) e l’intramontabile Arturo Bandini, protagonista di questo e di altri romanzi.

«Dago red», con gli occhi di un bambino

Dago Red (1940) è invece una raccolta che riunisce racconti scritti per la maggior parte dal 1932 al 1937. In questa raccolta, John Fante racconta in prima persona l’America italiana vista con i suoi occhi di bambino e poi di adolescente. Attraverso i tredici racconti, Fante narra la sua vita scissa tra l’americanità e l’italianità in casa e a scuola, tra l’inglese degli Stati Uniti e l’italiano dei genitori.

Il padre di John Fante era abruzzese e, come quasi tutti i migranti italiani, scelse l’America per sfuggire alla miseria ­­dell’Italia di fine Ottocento. Gli italiani emigrati negli Stati Uniti vivevano nelle Little Italies – “Piccole Italie”, i quartieri italiani delle grandi città – e avevano pochi contatti con la cultura americana. Mantenevano le loro tradizioni, la lingua, la cucina, le usanze familiari, celebravano le feste popolari dedicate ai Santi e si sposavano per lo più tra di loro, limitando i contatti con i veri yankees.

Il rapporto di John Fante con la religione

Uno dei tratti distintivi delle famiglie italiane, di cui Fante parla soprattutto nei primi racconti della raccolta, è la religione. Il piccolo Fante vive un’infanzia segnata dalla fede cattolica, frequenta una scuola privata cattolica e le celebrazioni cristiane pervadono gran parte della sua vita. I titoli di diversi racconti rimandano a riti, preghiere o simboli cattolici – Prima Comunione, Chierichetto, La strada per l’Inferno, L’iradiddio, Ave Maria. Il piccolo John ha un rapporto morboso con la figura di Gesù. Lo invoca a suon di preghiere e promesse che stenta a mantenere e chiede sempre perdono con una convinzione che sfiora il maniacale, come in Chierichetto:

«Dolce Gesù, perdonami, Dolce Gesù, Perdonami, Dolce Gesù, Perdonami.» Meritavo di bruciare per l’eternità per il mio peccato, lo sapevo.

La fede impregna talmente l’infanzia di Fante che quasi non riesce a distinguere le norme religiose da quelle morali. Per lui, le uniche regole da seguire solo quelle della Chiesa:

Ero felice, fischiettavo inni come faccio sempre dopo la confessione. Avevo già sistemato tutto nella mia testa. […] Una bugia è solo un peccato veniale: non si va all’Inferno se si ha un peccato veniale sulla coscienza, si va in Purgatorio e poi in Paradiso.

Quando Fante cresce, la volontà di ribellione verso la fede cattolica è inevitabile, un distacco agognato e necessario per trovare quella parte di americanità che da piccolo gli è stata negata:

Io dirò a mia madre: «Grazie a quale che sia degli Dei per te».  «Senti un po’ l’ateo», dirà mamma. «Ateo perché uso il plurale? Vorrai dire politeista».

Un’identità divisa

Ma la religione non è l’unica fonte di rifiuto. La scissione tra l’intimità del ragazzo, che si riconosce americano e la società, che lo considera italiano, provoca malessere e negazione delle origini, come John Fante racconta ne L’Odissea di un Wop:

Insomma, prendo a detestare le mie origini. Evito i ragazzi e le ragazze italiane dai modi amichevoli. Ringrazio Dio per la mia pelle chiara e per i capelli, e i miei compagni me li scelgo in base al suono anglosassone dei loro nomi.

Fante rifiuta anche la lingua italiana perché il bisogno di inclusione nel gruppo di amici americani è più forte del rispetto delle origini. L’italiano che gli ha insegnato la nonna viene negato tanto che Fante finge di non capirlo: «I miei amici non si arrischiano a pensare che possa parlare altra lingua all’infuori dell’inglese».

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L’adolescenza, quindi, porta con sé la consapevolezza del giudizio degli altri e il fortissimo bisogno di affermazione nonostante questo giudizio. Anche gli insulti wop e dago[1], appioppati di continuo agli italiani, nell’adolescenza di Fante si caricano di significato, e sono tanto offensivi quanto temuti, perché se pronunciati possono rivelare in un attimo l’identità italiana che il protagonista reprime con tanta cura.

– Salve piccolo dago! Che ti serve? – Lo detesto; non entro mai nella sua bottega se in giro c’è qualche altro cliente, perché essere chiamato dago davanti agli altri è un’umiliazione spaventosa, quasi fisica.

Le opere successive di John Fante

I racconti finali della raccolta parlano del Fante ventenne che ha ormai lasciato la casa materna di Denver per trasferirsi nella West Coast. Chi sarà il Fante adulto, che ormai vive pienamente la sua America e che sembra liberato dalle tanto fastidiose origini italiane? E che cosa ne sarà del devoto Fante bambino, della casa natale, del cibo di mamma, del vino rosso – il dago red – che ci hanno accompagnato in questa raccolta? Per saperlo non resta che leggere tutta la raccolta Dago Red e gli altri libri autobiografici di John Fante come Full of life (1952) (uscito in Italia sia come Una vita piena che come In tre ad attenderlo), che tratta l’attesa del figlio di Fante, e The Brotherhood of the Grape – in italiano La confraternita dell’uva – (1977), che narra il difficile rapporto di Fante con il padre.


[1] Wop e dago sono due insulti riferiti agli italiani e in generale agli immigrati da Paesi latini. Wop deriva da guappo, che significa “camorrista” ma anche “sfrontato” o “spavaldo”. Dago potrebbe derivare da Diego oppure da dagger (pugnale, coltello) come da “they go”, un invito ad andarsene.

Anna Lorenzon

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1 Comment

  1. Mi piace tutto ciò!
    Non ho facebook né Instagram, ma senz’altro seguirò un’esperienza così bella con ampio interesse!
    BRAVI!

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