Il dio delle piccole cose (TEA Libri) è il primo romanzo di Arundhati Roy, nonché l’opera che ne ha consacrato il successo, restituendo alla letteratura postcoloniale tutta la sua urgente legittimità. Ma Il dio delle piccole cose è anche e soprattutto una storia di amore, di leggi familiari e sociali, di pioggia incessante sulle foreste del Kerala. Una storia adulta che si fa piccola e bambina per abbracciare l’universo. Una Grande Storia, per l’appunto.
Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l’imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l’odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo. Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, che trova l’amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un’altra volta. In questo consiste il loro mistero e la loro magia.
Io e Noi
Esthappen e Rahel – o, come direbbero loro, Ambasciatore Elvis Pelvis e Insetto Stecco Profugo – sono gemelli, hanno sette anni e, quando sono insieme, sono “Io” e quando sono separati sono “Noi”. Non hanno bisogno di raccontarsi tutto perché ognuno vive e ricorda per l’altro. Così Rahel si sveglia di notte ridendo per un sogno che ha fatto Estha, ed Estha completa le frasi di Rahel quando sta parlando.
In quei primi anni amorfi, in cui la memoria cominciava appena a esistere, in cui la vita era piena di Inizi e non conosceva Fine, e Tutto era Per Sempre, Esthappen e Rahel pensavano a loro due insieme come Io, e separati, individualmente, come Noi. Quasi fossero una rara specie di gemelli siamesi, separati nel corpo ma con identità fuse insieme.
E se l‘unione gemellare delle due anime in una sola può risultare un topos letterario, è pur vero che è proprio questa fusione a costituire la struttura ossea del romanzo. Difatti, se in quei primi anni informi ed infiniti Estha e Rahel non si fossero liquefatti l’uno nella coscienza dell’altro, la Storia non avrebbe avuto lo stesso odore di “vecchie rose nella brezza”. Non sarebbero diventati l’uno l’arto fantasma dell’altro, non si sarebbero aggrappati all’esistenza con la forza di chi è stato amputato a metà.
Ad ogni modo, lei adesso pensa a Estha e Rahel come Loro, perché separatamente loro due non sono più quello che Loro sono stati o quello che Loro pensavano sarebbero stati. No. Le loro vite hanno forma e dimensione, adesso. Estha ha la sua e Rahel pure. Margini, Bordi, Orli, Confini, Frontiere e Limiti sono comparsi ai loro orizzonti separati come una banda di folletti maligni. Creature piccole dalle lunghe ombre, che pattugliano un Limitare Sfocato. Sotto i loro occhi sono sorte delicate mezzelune e hanno la stessa età di Ammu quando morì. Trentuno.
Non vecchi.
Non giovani.
Ma vitalmente morituri.
La narrazione è così biforcata in due tempi che si inseguono, si scontrano, s’allontanano e tornano a cozzare con prepotenza crescente. Un momento Estha e Rahel hanno sette anni e poche pagine dopo ne hanno trentuno, la stessa età di Ammu, loro madre, quando è morta. Rahel è tornata ad Ayemenem, il villaggio in cui sono cresciuti, e guarda se stessa ed Estha dal di fuori, come si guarda qualcosa di perduto e che si deve amare violentemente proprio perché non c’è più. Come si provano vergogna e tenerezza per quei sogni bambini che tornano ad assalirci all’improvviso nella vita adulta.
Chi sa, forse non ci ameremmo tanto
se le nostre anime non si vedessero da lontano
non saremmo così vicini chi sa,
se la sorte non ci avesse divisi.
-Nazim Hikmet, Rubai
Le piccole cose
Scrive, Gabriel García Márquez, ne L’amore ai tempi del colera: «Nel corso degli anni entrambi arrivarono, seguendo vie diverse, alla conclusione saggia che non era possibile vivere altrimenti, né amarsi altrimenti: nulla a questo mondo era più difficile dell’amore».
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Così le foreste umide, tropicali e decadenti del realismo magico latinoamericano accolgono tra le loro foglie verdissime anche i banani del Kerala, i fiumi in piena, le noccioline e gli elefanti morti sul ciglio della strada. Anche qui l’amore stordisce e condanna all’incertezza. Anche qui le Leggi dell’Amore si arrampicano sugli alberi del Tempo e dello Spazio come parassiti voraci e prepotenti.
Si potrebbe sostenere altrettanto giustamente che in realtà tutto ebbe inizio migliaia di anni prima. Molto prima che arrivassero i marxisti. Prima che gli inglesi conquistassero il Malabar, prima della dominazione portoghese, prima dell’arrivo di Vasco de Gama, prima che lo Zamorin conquistasse Calicut. Prima che i cadaveri dei tre vescovi siriano-ortodossi dalle tonache viola uccisi dai portoghesi venissero ripescati in mare, con grovigli di serpenti marini nel petto e ostriche incollate alle barbe aggrovigliate. Si potrebbe sostenere che cominciò prima che il cristianesimo arrivasse dal mare e si diffondesse nel Kerala come il tè da una bustina immersa nell’acqua.
Che tutto cominciò davvero nei giorni in cui furono fissate le Leggi dell’Amore. Le leggi che stabiliscono chi si deve amare, e come.
E quanto.
Ed è proprio scontrandosi con queste Leggi dell’Amore che Estha e Rahel imparano «L’impulso subliminale che l’uomo ha di distruggere quello che non può né sottomettere né divinizzare». Imparano che le famiglie si possono sgretolare per dei lutti, ma anche per un divieto d’amore. Per la loro Ammu che viene rinchiusa e allontanata da Ayemenem perché ama un Intoccabile, un Paravan, un membro di una casta inferiore. Si può sgretolare per un gioco innocuo, per un millisecondo, per una piccola decisione che devia per sempre la Storia e la sua assenza di parole.
L’uomo che stava nell’ombra degli alberi della gomma, tenendo in braccio sua figlia, con monete di sole che gli danzavano sul corpo, alzò gli occhi e colse lo sguardo di Ammu. Secoli compressi in un solo attimo evanescente. La storia sbagliò il passo, fu presa con lo guardia abbassata. Fu abbandonata come una vecchia pelle di serpente. I suoi segni, le sue cicatrici, le ferite risalenti ad antiche guerre e i giorni del camminare all’indietro, tutto si staccò e cadde. Al suo posto rimase un’aura, un luccichio palpabile che era facile da vedere come l’acqua in un fiume o il sole lassù nel cielo. Facile da avvertire come il calore in una giornata torrida, come lo strattone dato da un pesce a una lenza tesa. Così ovvio che nessuno lo notò.
Così «l’Aria era piena di Pensieri e Cose da Dire. Ma in momenti simili vengono sempre dette le Piccole Cose. Le Grandi Cose si acquattano dentro, non dette». Il dio delle piccole cose è dunque il mondo bambino che si nasconde per non essere schiacciato dalle sovrastrutture, dai significati e dai significanti che sgretolano l’immediatezza infantile. È un ragno nascosto, un’intuizione, un’incrinatura. È una paradossale forma di umano adulto che graffia la realtà per aprire brecce dalle quali far entrare un po’ di luce. È l’universo che si accartoccia su se stesso per donarci un intero attimo di beatitudine prima di riavvilupparci nella sua coperta pruriginosa.
In quel breve istante, Velutha alzò gli occhi e vide cose che prima non aveva visto. Cose che fino a quel momento erano state fuori dalla sua portata, occultate dal paraocchi della storia.
Cose semplici.
Per esempio, vide che la madre di Rahel era una donna.
Ammu vide che lui aveva visto, e distolse lo sguardo. Lui pure lo distolse. I demoni della storia tornarono a reclamarli. A riavvolgerli nella vecchia pelle sfregiata della storia e a ricacciarli nelle loro vere vite.
Le conseguenze dell’amore
Una delle più grandi tristezze della vita è quella di poter ripensare e rivivere l’infanzia solamente con il proprio sguardo adulto. Anche sforzandoci, non ci è più possibile percepirla per come la vedevamo quando eravamo bambini. Possiamo cercare di indovinare come fosse il nostro sguardo di allora sul mondo, ma anche questo giudizio è contaminato dai nostri preconcetti adulti, dalle Grandi Cose che oscurano quelle piccole. C’è una profonda solitudine in questa dissociazione che avviene in ognuno di noi, in questo prima e dopo, in queste due persone che, come Estha e Rahel, un tempo erano un’unica cosa, ed ora si ritrovano distinti e distanti, rinchiusi in incomunicabili recessi.
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Per questo motivo leggere Il dio delle piccole cose dona sollievo e malinconia. Sollievo perché per un breve attimo, grazie alla scrittura fulminea ed evocativa di Arundhati Roy, ci sembra di ritrovare il qualia perduto della nostra infanzia. Malinconia perché, come noi, Estha e Rahel hanno perduto la propriocezione di quando erano un unico Io, e si trovano a fare i conti con i detriti, come cocci di vetro di una bottiglia lanciata in mare tanto tempo prima ritrovati su una spiaggia.
Il dio delle piccole cose (acquista) è dunque un viaggio adulto ma contaminato di una purezza bambina. Una storia dal finale drammatico che, se fosse un film, si concluderebbe con una celebre scena di Paolo Sorrentino. Con una matita su un foglio di carta che scrive: «Progetti per il futuro: Non sottovalutare le conseguenze dell’amore».
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