Dentro il labirinto della conoscenza

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«Fiori per Algernon» di Daniel Keyes

Ci sono romanzi che raccontano una storia e romanzi che, una volta chiusi, continuano a porci domande. Libri che restano con il lettore ben oltre l’ultima pagina, fino a farlo sentire, in qualche modo, ancora intrappolato nel loro universo. Fiori per Algernon di Daniel Keyes appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Scritto originariamente come racconto nel 1959 e ampliato in romanzo nel 1966, Fiori per Algernon è oggi considerato un classico della narrativa di anticipazione. Attraverso una vicenda solo apparentemente fantascientifica, Keyes costruisce una profonda riflessione sull’abilismo, sul valore e sul peso della conoscenza e sul desiderio, tutto umano, di oltrepassare i propri limiti. A distanza di quasi sessant’anni dalla sua pubblicazione, il romanzo ha conosciuto una nuova fortuna grazie al passaparola delle giovani generazioni sui social, in particolare attraverso TikTok. La recente riedizione Nord ne celebra la riscoperta con una veste grafica elegante e simbolica, la cui copertina richiama con delicatezza alcune delle tematiche che attraversano l’intera opera.

La promessa dell’intelligenza

Il romanzo prende avvio da un esperimento scientifico destinato a cambiare per sempre la vita di Charlie Gordon. Nato con una disabilità cognitiva, Charlie coltiva da sempre un desiderio semplice e insieme profondissimo: diventare intelligente. Vorrebbe leggere e scrivere con facilità, comprendere il mondo come gli altri, condividere una quotidianità che gli è sempre sembrata preclusa e, soprattutto, avere amici che non lo deridano o approfittino della sua ingenuità. Da questa premessa, solo in apparenza semplice, Daniel Keyes costruisce una delle riflessioni più intense sulla natura della conoscenza e sul significato stesso dell’essere umano.

Quando Charlie viene scelto come primo soggetto umano dell’esperimento, ignora che la sua esistenza è sul punto di cambiare radicalmente. L’intervento promette di accrescere la sua intelligenza fino a livelli straordinari, permettendogli di oltrepassare i limiti che lo hanno accompagnato per tutta la vita. Prima di lui, però, soltanto un altro essere vivente aveva preso parte a quel progetto: Algernon, un topo da laboratorio il cui intelletto è stato potenziato dagli scienziati, rendendolo eccezionalmente abile nell’apprendere e risolvere i labirinti. Tra Charlie e Algernon nasce così un legame silenzioso ma profondo, che accompagnerà il lettore lungo tutto il romanzo e diventerà uno dei simboli più potenti dell’intera vicenda.

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Tra le pagine del labirinto della mente

La storia di Charlie ci viene raccontata attraverso i rapporti di progresso che gli scienziati Strauss e Nemur gli chiedono di scrivere per monitorare gli effetti dell’esperimento. È attraverso queste pagine che il lettore conosce Charlie Gordon: un uomo di trentadue anni che lavora come addetto alle consegne presso la Donner’s Bakery, a New York e che affronta il mondo con una disarmante fiducia negli altri. Fin dalle prime righe, costellate di errori ortografici e grammaticali e caratterizzate da una sintassi incerta, l’autore ci restituisce con straordinaria efficacia la voce del protagonista. Charlie ha un quoziente intellettivo di 68, ma la sua ingenuità non è mai sinonimo di mancanza di umanità: al contrario, è un ragazzo generoso, desideroso di imparare e di essere accettato, incapace di cogliere le prese in giro di chi approfitta della sua vulnerabilità.

Pagina dopo pagina, la lingua cambia: si fa sempre più precisa, complessa, raffinata, fino ad arrivare a riflettere una mente capace di comprendere concetti che prima le erano completamente estranei. Eppure, insieme alla conoscenza cresce anche la consapevolezza di ciò che Charlie non aveva mai visto: la crudeltà, l’ipocrisia, la solitudine, le umiliazioni mascherate da gentilezza. L’intelligenza diventa così una lente potente, ma allo stesso tempo dolorosa, attraverso cui osservare il mondo. Più diventa intelligente, più si sente lontano dagli altri. L’unico che può davvero comprendere il suo destino di solitudine è il piccolo topo Algernon.

Ho imparato che la sola intelligenza, la cultura, la conoscenza sono diventate tutte grandi idoli. Ma io so adesso che voi tutti avete trascurato una cosa: l’intelligenza e l’educazione che non siano temprate dall’affetto umano non valgono nulla. […] L’intelligenza senza la capacità di dare e ricevere affetto porta ad un tracollo mentale e morale, alla nevrosi e forse anche alla psicosi. E io dico che la mente assorta e chiusa in sé stessa come un fine centrato nell’io, a esclusione dei rapporti umani, può condurre soltanto alla violenza e al dolore. […] Propongo un’ipotesi di lavoro: una persona che ha una mente, ma è privata della capacità di amare ed essere amata, è destinata a una catastrofe intellettuale e morale, e forse a una grave malattia psicologica.

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Più intelligente diventerai, più problemi avrai

Sarebbe ingiusto ridurre il romanzo ad una mera riflessione sulla conoscenza e sui suoi limiti. Infatti, il cuore del romanzo è altrove: la dignità della persona. Nel corso dell’esperimento, Charlie cambia non solo il modo di pensare, ma anche il modo in cui gli altri lo guardano, lo trattano, lo giudicano. Se nella prima parte del libro Charlie soffre perché avrebbe voluto essere come tutti gli altri, ma non si sente solo, superando cognitivamente gli altri soffre nella sua solitudine. La conoscenza gli ha aperto gli occhi sul mondo, ma al tempo stesso lo ha rinchiuso in una torre d’avorio.

Abbandonato dalla sua famiglia naturale perché considerato un inetto, cancellato dalle loro vite, vive un’esistenza sperando di diventare come ogni altra persona, pensando in questo modo sarebbe più felice degno di essere amato. Il lettore viene costretto a interrogarsi su quanto spesso il valore di una persona venga misurato attraverso le sue capacità intellettive, dimenticando che empatia, affetto e umanità non seguono la stessa logica. È forse questo l’aspetto più attuale del libro, capace ancora oggi di mettere in discussione una società che premia il quoziente intellettivo più della persona.

Portate fiori sulla sua tomba

L’atmosfera che accompagna le pagine del libro è intrisa di malinconia. Da una parte Charlie che si confronta con il mondo, con un’intelligenza superiore e un animo da bambino, dall’altra parte c’è Algernon rinchiuso nel suo labirinto e costretto a percorrerlo costantemente, fino al punto di rifiutarsi di condurre quest’esistenza. Più il tempo trascorre, più Charlie finisce per sentirsi sempre più vicino alla cavia e, sebbene libero, si sente anche lui rinchiuso. Senza bisogno di ricorrere a colpi di scena, Keyes costruisce un finale che lascia nel lettore un senso di profonda tenerezza e invita a riflettere su ciò che davvero rende una vita pienamente umana. È una conclusione che non cerca facili consolazioni, ma che rimane impressa proprio per la sua sincerità.

Fiori per Algernon (acquista) è un romanzo che si legge con rapidità, ma si assimila lentamente. Dietro la storia di Charlie Gordon si nasconde una domanda che riguarda ciascuno di noi: se potessimo diventare infinitamente più intelligenti, saremmo davvero più felici? Daniel Keyes non ci offre una risposta definitiva, invece ci lascia con la consapevolezza che conoscere è un privilegio, ma che la comprensione dell’altro, la compassione e la capacità di amare valgono quanto, se non di pù, dell’intelligenza stessa.

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Eleonora Fioletti

Insegnante di Lettere con la testa tra i libri e il cuore tra le righe. Amo le librerie caotiche, i libri usati e le virgole messe bene. Colleziono libri che forse non avrò mai il tempo di leggere. Le parole sono il mio modo di abitare il mondo.

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