Contro il sogno americano

«L’imperatore della gioia» di Ocean Vuong

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copertina L’imperatore della gioia

Nel 2019, il primo romanzo di Ocean Vuong si apriva rivolgendosi alla madre. «Adesso comincio daccapo. Ciao Ma’, ti scrivo per avvicinarmi a te, anche se ogni parola che butto giù è una parola in più che ci allontana». L’incipit di Brevemente risplendiamo sulla terra era, in realtà, molto più che un semplice incipit. Dichiarazione d’intenti e sintesi di ogni frase mai prodotta da Vuong, l’appello a sua madre è diventato il contesto generale dei suoi scritti, lo spazio che li ha resi e che continua a renderli possibili.

Il suo ultimo romanzo, uscito a giugno negli Stati Uniti, si conclude rivolgendosi alla stessa madre, con la consapevolezza nuova che non giungerà risposta. L’Imperatore della gioia, pubblicato in Italia da Guanda, è l’ennesima lettera d’amore che Vuong scrive alla madre, l’ennesimo e impossibile tentativo di sanare il debito nei suoi confronti, di raccontare la loro storia condivisa. È anche il primo romanzo che l’autore vietnamita naturalizzato americano scrive per intero dopo la morte di lei.

Premessa: condizioni di possibilità di un romanzo

Nell’intervista che Ocean Vuong ha concesso ad Oprah, che gli ha riservato un posto d’onore nel suo Bookclub, l’autore ricorda ancora una volta la madre. Nei ricordi della sua infanzia, la voce della presentatrice più celebre degli Stati Uniti accomuna le giornate delle estetiste che lavorano gomito a gomito con sua madre (quasi sempre immigrate a metà di un turno troppo lungo) e delle donne che si rilassano sulle poltrone del negozio.

Quando era un bambino, Vuong viveva il mondo dell’arte come un luogo inaccessibile, impenetrabile per quelli come lui e sua madre. Fu attraverso l’insospettabile Bookclub di Oprah che lui e sua madre scoprirono che la letteratura e la scrittura erano poteri alla portata di tutti. Era stato anche grazie alla trasmissione di Oprah che la madre aveva deciso di regalare al figlio una tessera della biblioteca. Come racconta spesso l’autore, la tessera era accompagnata da una sola richiesta: «You go in there and you read everything, especially what you don’t understand».

Fedele alla madre e alla sua richiesta, Vuong è tornato ancora una volta a scrivere, in maniera decisamente diversa dal solito. Dopo aver letto tanto di ciò che non capiva, dopo essere diventato un professore di scrittura creativa e poesia all’NYU, l’autore di Cielo notturno con fori d’uscita torna a scrivere di quello che conosce, di ciò che ha vissuto in prima persona.

Trama

Hai ha diciannove anni quando, di notte, scavalca il parapetto del ponte di East Gladness, Connecticut. Piove. L’acqua ruggisce decine di metri sotto ai suoi piedi, gli frusta le spalle. La sua storia inizia nell’esatto momento in sarebbe potuta finire, quando una voce lo chiama. Dalla finestra di una casa che si affaccia sul fiume, un’anziana gli intima di sbrigarsi ad allontanarsi dal bordo del ponte: potrebbe cadere.

Grazina ha ottantaquattro anni e una memoria sdrucciolevole quando Hai, bagnato, varca la porta del suo appartamento stipato di chincaglierie. Hai vorrebbe cancellare il suo passato, Grazina è perseguitata dal suo, che minaccia costantemente di fare incursione nel suo presente. Nel suo appartamento americano, di notte cadono le bombe che, settant’anni prima, erano cadute sulla sua Budapest. L’accordo tra i due è immediato. Quando, di notte, i sovietici iniziano a sparare, Hai diventa il Sergente Pepper, e il suo corpo fa da scudo tra Grazina e i ricordi.

Quando risponde alle telefonate di sua madre, Hai è uno studente di medicina, e si trova in un’università a centinaia di chilometri da Gladness. Gli è impossibile tornare a casa, perché gli impegni universitari gli riempiono le giornate. Un giorno sarà il primo della sua famiglia a laurearsi, e allora avrà reso onore alla memoria della nonna e della madre, al viaggio interminabile che dal Vietnam ha portato la loro famiglia in America.

Quando la chiamata termina, Hai, dipendente da una varietà di stupefacenti, trova lavoro in un HomeMarket, un fast food che promette ogni giorno l’atmosfera e il sapore del Ringraziamento. Saranno i colleghi, un puzzle sgangherato di voci eccentriche, a diventare ciò che rende speciale l’Imperatore della gioia. Sono proprio loro a rappresentare una novità nella narrazione di Vuong, che sembra voler dedicare particolare attenzione, oltre che al tema della memoria e del linguaggio, a lui ancora cari, alla variegata working class americana.

La working class non è una favola

È lo stesso autore a dichiararlo: l’Imperatore della gioia (acquista) si tiene ben lontano dalla narrativa del selfmade man, ma anche dall’arco di redenzione che promette di risolvere tutto. Risulta sempre più chiaro, leggendo, che l’imperatore che fornisce il titolo al romanzo non può che essere una figura paradossale, quasi grottesca, che nel libro non trova spazio. Il re è nudo, e l’imperatore è un ciarlatano. In esergo, d’altronde, Vuong cita Amleto: «Your worm is your only emperor… We fat all creatures else to fat us and we fat ourselves for maggots».

Immersi nella propria quotidianità, fatta di lavoro condiviso e sferzante, i personaggi di Vuong non si riuniscono intorno al fuoco dell’illusoria speranza di farcela. Quello che li lega è il calore che può nascere da una convivenza coatta come quella lavorativa, un calore che scava sotto all’alienazione e ne erode le fondamenta.

Nella sue interviste rilasciate in occasione dell’uscita del romanzo, Vuong parla di kindness without hope, della gentilezza che sussiste senza la speranza che le cose possano cambiare, che possano seguire la logica della narrazione tipicamente americana che trascina il protagonista dalle stelle alle stalle. Come i parenti immigrati di Vuong, come la madre, i personaggi non vivono in attesa di una promozione, di un aumento, di un premio per le loro fatiche. Eppure, vivono (una volta sola, come sottolinea l’autore all’inizio).

Nel fast food dove Hai lavora, finisce per crearsi un ambiente paradossale: anonimo e insieme foriero di intimità. Tra famiglia nucleare e found family, Vuong vede e descrive una terza opzione, quella fondata sul lavoro, che chiama famiglia circostanziale. Nell’intervista rilasciata ad Oprah parla di laborious intimacy. L’anonimato permesso da un lavoro in cui tutti indossano la stessa divisa diventa un paradossale strumento per essere la versione più veritiera di sé. 

Era una di quelle giornate in cui ti ammazzi di lavoro e dopo non hai la voglia, e nemmeno la forza, di andare a casa. In un certo senso era un lusso, restare in quel luogo di sudore e fatica a fumarsi tranquilli una sigaretta fino a ridurla a un mozzicone zuppo e floscio senza che nessuno ti venisse a dire niente, perché in ogni caso non eri più in servizio. Un riposo meritato e spavaldo.

Geografie della memoria

La storia di Hai è una storia vera, per esplicita ammissione di chi gli ha dato vita. Pe molti versi, Hai non è altro che Ocean, spogliato solo del suo nome e ribattezzato. Ma la storia è la sua, di quando, dopo aver inizialmente abbandonato gli studi, il futuro autore di Sulla terra risplendiamo brevemente è stato, per qualche settimana, senzatetto. È la storia di quando si è ritrovato a lavorare prima in un campo di tabacco e poi in un fast food. È la storia di quando il suo partner gli ha offerto quella che sarebbe poi diventata la sua dimora per i successivi due anni e mezzo: una camera nella casa di Grazina, sua nonna. È a lei, Grazina J. Verselis, che è dedicato il romanzo.

Hai e Grazina sono rifugiati, e le loro interminabili fughe da due guerre diverse si uniscono in un unico movimento. Eppure, sono due tra tanti, gocce in un mare di persone che vivono al margine, metaforicamente e letteralmente. Il giovane e la vecchia popolano i poli opposti della stessa periferia, quella americana. Entrambi scossi da un passato troppo ingombranti, schiacciati dalla violenza che hanno vissuto, vengono risospinti in una zona di inutilità improduttiva. Macchine che non funzionano più, che non funzionano bene, praticano l’arte radicale della cura nei confronti dell’altro , inceppando un meccanismo fin troppo oliato.

Il loro appartamento disegna un luogo che non si illude di essere un rifugio che li protegga dalla memoria. Il passato, raccontato e taciuto, è un terzo inquilino, senza il quale non potrebbero sviluppare la relazione che fiorirà. È proprio nella presenza ingombrante di ciò che è stato — nei silenzi che precedono i racconti sussurrati, nei gesti che incorporano ancora il dolore — che Hai e Grazina imparano a riconoscersi. La loro intimità non nasce dalla cancellazione del trauma, ma dalla capacità, rara e fragile, di sostenerne il peso insieme, notte dopo notte.

Perché sono in guerra e non ha alcun senso. Stanno giocando alla vita reale, ma sembra finta, tanto somiglia all’inferno. Lei è la padrona di casa. Più o meno. È Grazina Vitkus, e quando il proiettile la colpisce grida, incespica sul pianerottolo. Ma questa volta infila una mano nella tasca della vestaglia e tira fuori anche lei una pistola (una Walther P38), la arma, punta la canna verso il cuore del ragazzo e preme il grilletto.

Un Vuong nuovo

Il nuovo romanzo del poeta vietnamita naturalizzato statunitense rappresenta, per il suo autore, una novità a livello formale. Vuong è attento, in questa prova che lo vede impegnato alle prese con una storia più lunga, a diluire l’intensità poetica che un romanzo breve come Brevemente risplendiamo sulla terra aveva sopportato senza sforzo. Chi conosce l’autore per le sue raccolte di poesie e per il suo primo romanzo incontrerà in quest’ultima pubblicazione un Vuong nuovo, che sembra aver imparato a tenere sotto controllo la densità e la potenza della propria prosa.

Questa volta, avvicinandosi al romanzo americano classico, l’autore lascia respiro ad una trama più folta, ad un coro di personaggi colorati e luminosi che prendono spazio e prosperano tra le pagine. I loro volti – tutt’altro che secondari e decisamente complessi – consentono all’autore di introdurre, per la prima volta, anche dei momenti sapientemente comici. Ne risulta una tragicommedia che la penna di Vuong sembra calzare benissimo.

Nonostante L’imperatore della gioia (acquista) sia un tentativo che rappresenta una novità nell’opera di Vuong, delle prime opere restano i nuclei tematici. Fedele più che mai alla narrazione della genealogia materna, Vuong torna a raccontare le donne della sua famiglia, le loro strategie di sopravvivenza. Con loro, tornano anche i temi della guerra, delle droghe, della memoria, del linguaggio.

Forse più approcciabile e certamente meno sperimentale delle prime pubblicazioni, in futuro L’imperatore della gioia potrebbe diventare un ottimo punto di partenza per chi voglia avvicinarsi all’opera del suo autore.

Maia Tomasella

Classe 1999, laureata in Scienze Filosofiche, provo a conciliare il mio amore per la filosofia con quello per la letteratura. Sottolineo i libri con la penna e parlo troppo, di solito con i gatti.

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