Nel 2004 Maggie Nelson è impegnata nella redazione di Jane: A murder, una raccolta di poesie dedicate alla zia materna mai conosciuta, uccisa ventitreenne nel 1969, quando le viene comunicato che il suo caso, mai risolto, è stato riaperto. A Jane, pubblicato nel 2006, seguirà nel 2007 The red parts, il racconto in prima persona del processo che porterà all’ergastolo Gary Leiterman, 35 anni dopo l’omicidio.
Un ibrido di memoir, true crime e saggio, Le parti rosse è stato tradotto da Alessandra Castellazzi e pubblicato da nottetempo con un tempismo ammirevole.
Il diritto alla narrazione
In Memoria della memoria, un’altra magistrale opera sulla memoria e, in particolare, sul diritto di ricordare e raccontare i defunti, Marija Stepanova si interroga a più riprese sui diritti dei morti.
E i morti non hanno diritti; le loro proprietà e le circostanze del loro destino possono essere sfruttate da chiunque e in qualsiasi modo. […] Col passare degli anni le regole della decenza, della convivenza, del copyright cedono, per così dire, come una diga sotto la pressione dell’acqua, e al giorno d’oggi questo accade più in fretta di prima. I destini dei morti sono il nuovo Klondike una corsa all’oro.
Anche Nelson, che dice alla madre che “alcune cose vale la pena ricordarle semplicemente perché sono accadute” si vergogna, e più volte mette in discussione il proprio diritto alla narrazione. Seduta di fronte all’accusato, che sarà poi riconosciuto colpevole e condannato a vita, Maggie Nelson prende appunti per tutto il processo.
Annota le parole, gli sguardi. Annota le poesie e i diari che Leiterman, l’assassino di Jane, aveva tenuto durante il periodo che aveva dovuto passare in comunità. Pesca a piene mani anche dal diario del padre, morto quando Nelson aveva undici anni. Dal diario saccheggiato, scopre che, a sua volta, il padre aveva scoperto del tradimento della moglie leggendo il suo diario.
Riporta, con descrizioni minuziose, le fotografie che l’accusa mostra durante il processo. Sono immagini raccapriccianti, insopportabili, anche se Nelson non vi indugia più del necessario. Sono immagini che la famiglia di Jane non può che guardare, circondata da persone più o meno sconosciute, consapevoli che il processo viene trasmesso in diretta televisiva.
La vergogna di aver voluto guardare meglio
Nelle Parti rosse c’è un personaggio, se così lo si può chiamare, che finisce per essere emblematico di tutta la storia. Si chiama Nancy Grow ed è stata lei, in quel marzo del 1969, a trovare il corpo di Jane, abbandonato in un cimitero.
Quella mattina, racconta Grow, si era accorta del corpo restando in piedi fuori dal cimitero. Sotto shock, era corsa dalla sorella per poi chiamare la polizia. Quello che Grow racconterà solo al processo del 2005, e che cela invece alla polizia nei giorni seguenti al ritrovamento, è di essersi avvicinata, quella mattina. Di aver oltrepassato la recinzione, di essere entrata in cimitero. Il motivo di questa omissione, confesserà poi Grow, è la vergogna. La vergogna di essersi avvicinata, di aver voluto guardare meglio, di aver fatto qualche passo avanti prima di fuggire.
Grow si vergognava perché si era avvicinata a guardare meglio. Forse ora si vergogna perché può risultare difficile e sbagliato parlare della sofferenza di una sconosciuta in presenza di chi invece la conosceva e l’amava. Anche io per un periodo mi sono avvicinata per guardare meglio. E sebbene io e Jane abbiamo un legame di sangue, lei per me resta una sconosciuta tanto quanto lo era per la Grow.
Nel 2024 e nel 2025 i podcast più ascoltati in Italia sono stati Elisa True Crime e Indagini. I presentatori di entrambi i podcast lo specificano in ogni episodio: la narrazione di eventi di true crime non è motivata da un interesse morboso, e gli ascoltatori hanno a che fare con un’indagine svolta con empatia e impegno. Senza dubbio, questo disclaimer è necessario e, in molti casi, sincero. Ma chi ascolta questi podcast può dire lo stesso dei motivi che ci spingono ad ascoltare, talvolta mentre stiamo mangiando, o guidando, o pulendo casa, la narrazione dettagliata di come una vita è stata sottratta?
Leggi anche:
Laura Palmer ci interessava poi tanto da viva?
Chiunque abbia passato del tempo sui social media più mainstream negli ultimi quattro anni si sarà sicuramente imbattuto in una delle miriadi di varianti di video ironici il cui soggetto si rilassa ascoltando la descrizione dettagliata dello smembramento di un corpo. Dal true crime come intrattenimento, si passa al true crime come metodo di mindfulness? Possiamo chiamarla desensibilizzazione o è qualcosa di più?
Intanto, i podcast, le docuserie e le serie tv true crime saturano il mercato. Da Dahmer a Per Elisa, da The Night Walker a Qui non è Hollywood, in Italia come all’estero l’interesse per l’omicidio prende il sopravvento. Mentre i protagonisti delle vicende che hanno scosso la nazione nei primi anni 2000 sono ancora in vita – e hanno, plausibilmente, accesso ai canali streaming – gli eventi che hanno segnato le loro vite vengono rappresentati sulle note di Obsesión degli Aventura. Il pubblico, come Nancy Grow, si avvicina. La vergogna, però, sembra non essere più parte dell’equazione.
«Le parti rosse»: morte pubblica
Nel suo fondamentale Storia della morte in Occidente, Philippe Ariés mostra come la morte sia progressivamente scomparsa, a partire dal Settecento, dalla vita pubblica. Ariés indica Geoffrey Gorer come padre dell’idea che al tabù del sesso si sia sostituito il tabù della morte che, ospedalizzata e resa un evento sempre più individuale e individualizzante, diventa indicibile, impensabile. A riguardo, Ariés scrive:
Più la società allentava le costrizioni vittoriane nei riguardi del sesso, più respingeva le cose della morte. E, nello stesso momento del divieto, appare la trasgressione: nella letteratura «moderna» riappare la mescolanza di erotismo e di morte – ricercata dal Sedicesimo al diciottesimo secolo –, e, nella vita quotidiana, la morte violenta.
La morte che viene allontanata dalla quotidianità è infatti la morte per malattia, o per vecchiaia. La morte violenta, invece, viene ammantata da un velo di erotismo morboso, sottoposta sempre più frequentemente all’occhio del pubblico. Non a caso, studiando la personalità dell’assassino di Jane, Nelson cita le riflessioni di Georges Bataille sulla relazione tra erotismo e violenza.
La morte, rimossa, fa il suo ritorno nello spettacolo, reinterpretata da una troupe che non tralascia niente. E all’interno di questo orizzonte, che porta un certo pubblico a generare innumerevoli edit su TikTok prendendo in prestito i volti delle attrici che interpretano Sarah Scazzi o Elisa Claps e montandoli sulle ballad di tendenza, ci trasformiamo, come scrive Mark Seltzer nel suo Murder/Media/Modernity, nel “modello di nazione come gruppo di supporto”.
Leggi anche:
Sorelle mie isteriche: da Muse a Eroine
Sorelle
My mother still dreams, si intitola una delle poesie contenute in Jane. L’inizio della poesia completa il titolo. My mother still dreams of her sister. Anche Maggie Nelson sogna la sorella. Ne scrive sia in Jane che in Le parti rosse.
Si assomigliano, la sorella della madre e la sorella della scrittrice, Emily. Si assomigliano a tal punto che una delle prose contenute in Jane si chiama Jane-Emily, che è anche il titolo di un romanzo horror che Maggie e sua sorella scoprono, bambine, in biblioteca. A separarle solo un trattino, un caso che fa tutta la differenza. Jane, figlia ripudiata ma ribelle timida, mite, morta uccisa a 23 anni. Emily, sospinta da un riformatorio all’altro, scompare per tutta la propria adolescenza dalla vita di Maggie, che arriva, sentendosi abbandonata dalla sorella maggiore, a odiarla.
Il processo all’assassino di Jane riunisce tutta la famiglia, ma soprattutto riunisce due coppie di sorelle. In un certo senso, anche la madre di Maggie ed Emily ritrova Jane, quella che Jane sarebbe potuta diventare se non avesse incontrato Leiterman. Intorno a Jane, e a quello che le è stato impedito di essere, le quattro sorelle si ritrovano, formando un chiasmo impossibile e postumo.
Al di là delle riflessioni sulla terminologia del tribunale, al di là della possibilità di una giustizia che non sembra mai reale, al di là delle parole dei giudici e degli avvocati, la famiglia di Jane si stringe intorno al vuoto della sua assenza. Aspettano insieme la sentenza, raccolti intorno al cercapersone che li avviserà al momento giusto.
C’è stato un periodo della mia vita, attorno ai sedici anni, in cui ho iniziato a dubitare che le donne morissero davvero. Cioè, ovviamente sapevo che morivano, ma il dubbio era se condividessero lo stesso dilemma esistenziale degli uomini sul nostro pianeta.
Dire l’assenza
È difficile raccontare lo stile di Maggie Nelson, che ha sempre utilizzato la scrittura per sezionare i luoghi più bui della propria esperienza. Ed è ancora più difficile raccontare lo stile delle Parti rosse (acquista), che questa volta fa la spola tra un’esperienza in prima persona e le briciole lasciate sul sentiero da un cast di personaggi di cui si può solo intuire l’interiorità.
È una scrittura che procede per avvicinamenti, che tenta il contatto con ciò che deve necessariamente restare opaco, con ciò che non è nominabile. Non cerca tanto di ricostruire una verità quanto di misurare la distanza che separa chi scrive da ciò che è accaduto, da chi lo ha vissuto.
So che voglio l’impossibile. Penso che se riuscissi a rendere la lingua abbastanza piana, abbastanza precisa, se riuscissi a ripulire a sufficienza ogni frase, come sciacquando e risciacquando un sasso nel fiume, se trovassi il giusto trespolo, il giusto interstizio da cui annotare tutto, se riuscissi a concedermi abbastanza carta bianca, forse ce la farei. Potrei raccontare questa storia uscendo da questa storia. Potrei – tutto potrebbe – scomparire.
In questa tensione si gioca ancora una volta il progetto di Nelson: il desiderio di sparire dalla scena e, allo stesso tempo, la consapevolezza di poterlo fare, di dover aggiungere il proprio patrimonio al linguaggio del lutto. E così la narrazione si trasforma in un continuo negoziato tra pudore e necessità, tra il bisogno di testimoniare e quello di non appropriarsi del dolore altrui.
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!

