Scriveva lo scrittore polacco e Premio Nobel per la letteratura Czesław Miłosz che la poesia «è solo commozione, lo spazio che rimane nei punti di sospensione dopo la virgola». La poesia è difatti ciò a cui spetta il compito di riempire gli spazi vuoti lasciati dalla comunicazione e dall’incompiutezza del nostro essere. La poesia, per dirla à la Anne Carson, è l’elemento principale dell’economia dell’incompiuto, l’elemento fondamentale per recuperare quanto perduto nel compimento di gesti quotidiani.
Su queste premesse si fonda la collana Apnea, collana di poesia diretta dallo scrittore e poeta Giuseppe Nibali per i tipi di Mar dei Sargassi Edizioni inaugurata nel 2024. Fra i primi titoli si segnala il ritorno di Bernardo Pacini, poeta toscano e traduttore che pone al centro delle sue riflessioni i vuoti della comunicazione e dell’esistenza e che torna alla poesia con Ipotesi sul mio disfacimento.
Il contenuto di «Ipotesi sul mio disfacimento»
Ipotesi sul mio disfacimento si apre con una sezione il cui titolo si dimostra d’effetto: L’attrito di A con B. Questo titolo ci immerge subito nell’atmosfera di questa silloge poetica, che ben illustra il contrasto fra aspettativa e realtà, vuoto esistenziale e ricerca di autenticità, la superficie e la profondità. Questo tema ci viene introdotto da una situazione normale: l’io lirico che, dalla fretta, mostra a un passante la via per l’ospedale «gesticolando a caso, sviando improvviso ridendo una sorta d’addio».
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Procedendo con la raccolta, troviamo l’io lirico alle prese con «la trappola del respiro», ovvero con una ricerca dello strappo del cielo di carta che ci illustra la verità dietro ai nostri tic, una via d’uscita dal nostro vuoto, ma la vita lo schianta a terra «con un powerslam di grazia» aprendo una crepa che «permette di calarti col tuo vero nel mio falso, o viceversa», illudendolo del fatto che ogni momento della nostra vita ci regala una svolta imprevista, quando in realtà «oggi è come ieri: è una serie con le sue ripetizioni».
«Ipotesi sul mio disfacimento» e il proseguimento del discorso sull’inautenticità dell’essere
Quello che Pacini ci propone in Ipotesi sul mio disfacimento non è altro che un prosieguo delle riflessioni iniziate dalla sua prima raccolta La drammatica evoluzione e proseguite con Fly Mode. Il poeta toscano altro non fa che cercare un nuovo linguaggio capace di esprimere la nostra realtà attraverso il confronto con la tecnologia.
Nella prima silloge, ad esempio, Pacini usa l’immaginario dei Pokèmon – attraverso il Pokèmon Porygon, per esempio, Pacini scrive «poi ecco l’intuizione: sfuggire all’antivirus/esistere de visu e non in connessione» – per usare gli strumenti stessi del capitalismo per raccontare quello che poi vediamo in Fly Mode attraverso l’uso del drone e di Google Maps, ovvero il fallimento della comunicazione e la crescente alienazione della quotidianità.
Quanto detto trova riscontro nella postfazione a Ipotesi sul mio disfacimento scritta da Andrea De Alberti:
Tutto lentamente si dissolve. Eppure insistere a inesistere è un mestiere, e per questa ragione nella latitanza (Ghosting) nessuno scappa veramente. Semmai si rannicchia su di sé, si riduce nel tentativo di ritrovare un centro: muore in un luogo per rinascere in un altro (il Pianeta inesplorato della gioia dell’ultima sezione?), dove può affermare la propria identità, magari scrivendosi un messaggio su WhatsApp.
Pacini qui arriva, dunque, a compiere un ulteriore passo rispetto a quanto fatto nelle sue prime raccolte poetiche. Se prima c’erano soltanto delle sconfitte senza soluzioni, questa volta, partendo dalla formulazioni di ipotesi relative al fallimento, cerca di trovare nel fallimento stesso una via d’uscita in cui poter realizzare le possibilità di autenticità che nel reale sono ormai impossibili.
Il coraggio di considerare i nostri inevitabili decadimenti
Bernardo Pacini dichiara fin dall’esergo tratto dal poeta americano Zachary Schomburg – con cui ha una certa familiarità, soprattutto per delle sue poesie commentate e tradotte su «lay0ut magazine» – il suo intento, ovvero quello di affrontare di petto «our own inevitable decompositions», ovvero «i nostri inevitabili decadimenti». Nel suo saggio Poetry as Violence – a cui fa riferimento sempre lay0ut –, Schomburg scrive qualcosa di interessante a proposito della poesia che ben ritroviamo in quesa nuova silloge di Pacini:
La poesia è una manipolazione della realtà, o forse una mutilazione della realtà. Una poesia è intrinsecamente violenta. Nel momento in cui cerchiamo di ricreare qualcosa della nostra realtà – o della nostra realtà interiore – mettendo insieme le parole, abbiamo già fallito. L’atto intrinsecamente violento di scrivere una poesia è invece un modo di capire qualcosa di nuovo mettendo insieme le parole, mutilando la realtà. (traduzione a cura di Bernardo Pacini)
Questi decadimenti a cui Schomburg fa riferimento non sono altro che frammenti di una realtà che le giovani generazioni non riescono ad affrontare in quanto li mettono di fronte a un’alienazione quotidiana che invece di essere affrontata viene usata come schermo protettivo e che ancora di più illustra la loro difficoltà nel creare dei rapporti autentici con il circostante.
La narrazione di una realtà mutilata e la ricerca di un nuovo linguaggio
Pacini si propone di scardinare questo schermo protettivo grazie alla ricerca di un nuovo linguaggio fatto di segni, gesti e parole prese dal digitale che “mutilano” una realtà di per sé già mutilata. Questi segni sono rappresentati, per esempio, dai tic, da automatismi che svelano la nostra incapacità di confrontarci con le nostre manchevolezze:
Ogni tanto, quando scrivo “quantomeno”
mi esce “quantomento”.
E questo accade spesso
a meno che non faccia più attenzione.
È un refuso acquisito con l’esperienza
un tic tenace in cui sembro al sicuro.
Spero che scriverlo mi aiuti quantomento
a capire quanto mento quando scrivo
agli amici che tra scrivere e non scrivere
non corre differenza, che posso stare senza.
I refusi nei messaggi che scrive l’io ci mostrano una mancanza di «rimedio per l’estraneità»: che si scriva o meno qualcosa per l’io non fa differenza proprio perché c’è sempre qualcosa che resta tagliato fuori, delle verità non dette che ci caricano di angoscia e ci mostrano il fallimento che altro non è che l’essenza materiale del reale che viviamo. Persino usare un contapassi, per esempio, ci mostra questo fallimento nel momento in cui «sei grasso ma non te lo dico, ti mostro soltanto/obiettivi che tu stesso hai deciso e impostato».
Affidarsi a strumenti tecnologici, dunque, fa sì che l’estraneità si impossessi di noi, al punto da governare anche la nostra comunicazione, come dimostrano i ritratti contenuti in Phishing, una Spoon River fatta da bot dove le sgrammaticature passano per autenticità rendendo il falso verità e traendoci così in inganno.
Il linguaggio come nemico dell’immagine
Si approda così alle ultime sezioni della raccolta, dove Pacini ci sembra dare una soluzione al suo disfacimento nel momento in cui, ad esempio, introduce la sezione Il perfetto collasso delle nuvole con una citazione da Russell Edson, poeta americano di cui Pacini ha tradotto assieme a Clarissa Amerini l’antologia Il tunnel per i tipi di Taut Edizioni: «Il linguaggio è nemico dell’immagine». A differenza di quanto dice Edson, però, il linguaggio dell’io si serve proprio di queste immagini inautentiche per diventare a sua volta autentico e riuscire a risolvere il fallimento esistenziale.
La sezione Il perfetto collasso delle nuvole su conclude con un’immagine di due fratelli scozzesi bodybuilder che dietro ai loro muscoli nascondono una tristezza che si rivela in gesti quotidiani che sono incapaci di gestire, a riprova del fatto che le immagini che vediamo nascondono tante verità dietro una superficie di apparente benessere:
Uno dei due solleva il coltello
flette il bicipite, non risponde come deve, abituato
a carichi di palle mediche – il gesto delicato
che gli serve per spalmare la mostarda sul panino
non riesce, è inaccettabile. Ascolta le mascelle
le sente nel cervello dare il ritmo alla
tensione del rilascio. La scheda lo dice chiaramente:
oggi è come ieri: è una serie con le sue ripetizioni.
Attraverso le immagini dello schermo, l’io percepisce un senso di vuoto, «vasti soliloqui senza eco» di messaggi WhatsApp visualizzati e che mai hanno ricevuto risposta. L’io è chiamato a specchiarsi in quegli schermi vuoti, in quegli echi assordanti, e così facendo a confrontarsi con una falsità che anche lui è chiamato a mandare avanti nella vita di tutti i giorni.
La soluzione al suo disfacimento l’io la trova non soltanto nella ripetizione dei tic e dei meccanismi automatici che comportano, ma nella consapevolezza che proprio attraverso questi tic si può creare una realtà, falsa, ma purtroppo necessaria per rapportarsi con gli altri. Di questa realtà alla fine l’io deve «Esserne turista, non tanto viaggiatore. Turista inconsapevole felice dell’evento», ovvero deve imparare a usufruire di questa falsa realtà fingendo che sia invece autentica.
Turisti del nostro disfacimento
Con Ipotesi sul mio disfacimento (acquista), Bernardo Pacini ci mostra una via d’uscita all’inautenticità della vita che parte proprio dallo strumento più usato dalle tecnologie moderne, ovvero la simulazione. Il fallimento della nostra esistenza trova una soluzione soltanto nel momento in cui si accetta che una vera esistenza non è altro che un’esistenza simulata, che ogni giorno si rinnova nei tic meccanici che ci condannano alla ripetizione alienante di gesti quotidiani monotoni, ma che fingiamo essere nuovi ogni giorno. Ciò che siamo chiamati a fare è accettare dunque di prendere per vero ciò che non lo è facendolo nostro proprio per non restare intrappolati nel proprio fallimento.
Quintali di particole di carne, che anno dopo anno
ho ricucito a filo refe in sedicesimi.
Se cadono le placche più ingombranti per un sisma
il sangue si riversa sulla pagina formando
macchie brune tipo Rorschach che gli esperti
sono pronti a analizzare immantinente: e che gli devo dire?
Le ipotesi sul mio disfacimento sono giuste, quasi sempre.
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