Recitare Amleto ad Haifa

«Entra il fantasma» di Isabella Hammad

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Entra il fantasma

Come disse una volta Italo Calvino, i classici sono quei libri che non hanno mai smesso di dire ciò che hanno da dire: sono libri che lasciano tracce che noi lettori dobbiamo percorrere per scoprire ciò che di inedito ci vogliono ancora raccontare. Questa lezione sembra l’abbiano capita i mediorientali: se si pensa a Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi o al film Kafka a Teheran di Ali Asgari, i classici – citati più o meno esplicitamente – danno una chiave di lettura importante per leggere un mondo tanto affascinante quanto complesso come il Medio Oriente.

Stessa cosa sembra averla capita anche Isabella Hammad con il suo secondo romanzo Entra il fantasma, un romanzo che legge l’occupazione israeliana attraverso l’allestimento dell’Amleto di William Shakespeare, una storia di fantasmi e di occupazioni ingiuste attraverso cui l’autrice ci vuole parlare della situazione che il popolo palestinese sta vivendo.

La trama di «Entra il fantasma»

Entra il fantasma si apre con Sonia, una donna sui quarant’anni residente a Londra che decide di tornare ad Haifa per prendersi una vacanza, anche se in realtà lo scopo è da un lato cercare di liberarsi di una relazione tossica e dall’altro metabolizzare certi insuccessi raccolti nella sua carriera di attrice teatrale. Ad accoglierla la sorella Haneen, docente e ricercatrice universitaria, che le presenta Mariam, regista teatrale che sta lavorando a un allestimento sull’Amleto.

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Sapendo della sua carriera teatrale, Mariam offre a Sonia il ruolo di Gertrude, la madre di Amleto. Nonostante qualche titubanza iniziale, la protagonista alla fine accetterà il ruolo. Accettarlo significherà per lei addentrarsi nei fantasmi di un passato che ha cercato di rimuovere restando a vivere in Inghilterra, ma che per lei diventerà sempre più importante accogliere per venire a patti con un passato doloroso, ma necessario per il proprio essere.

Spiegazione del titolo dall’inglese all’italiano

Il titolo originale del romanzo – scritto in lingua inglese, considerato che l’autrice, nonostante le origini palestinesi, sia nativa di Londra – è Exit the Ghost, ovvero “esce il fantasma”. Entrambi i titoli sono un riferimento al teatro, visto che sono delle didascalie, ovvero indicazioni di scena date agli attori per guidarli nei movimenti sul palco. Per capire meglio questo cambio di titolo, si legga quanto Hammad scrive nel suo breve saggio – inedito in Italia – Recognising the Stranger: «riconoscere qualcosa significa percepire chiaramente ciò che a un certo livello hai sempre saputo, ma che forse non volevi sapere».

In questo saggio, che si confronta su come la narrativa possa confrontarsi con la questione palestinese, è racchiusa la chiave di lettura di questo romanzo e dunque del titolo. Per Sonia non si tratta di far uscire i fantasmi, ovvero di porre la parola fine al passato, ma si tratta di accoglierli, di riconoscerli come parte fondamentale del suo essere palestinese. Sonia – e Hammad assieme a lei – imparerà a poco a poco a conoscere un’identità da tempo rimossa.

Amleto come chiave d’interpretazione dell’occupazione israeliana

Comprendere Entra il fantasma significa prima di tutto approfondire l’intento metaletterario dell’autrice, che ha voluto includere pagine di riflessione sull’Amleto di Shakespeare per cercare di riflettere sul ruolo che l’arte deve assumere per, come detto prima citando Recognising the Stranger, farci conoscere ciò che abbiamo da tempo voluto non conoscere, e nel caso di Sonia le sue radici, alle volte accettate, alle volte tradite, come dimostra questa riflessione fatta da alcuni attori della compagnia di Mariam:

Come succede alla Palestina, e come la Palestina parte di lei lo accetta, parte di lei tradisce il vecchio re, dimentica com’era un tempo, dimentica la lealtà. Come i traditori dell’interno, e la gente che ha venduto la terra agli ebrei e, avete presente, quella gente lì, quel tradimento lì, la storia della Palestina è anche questo. Non è solo che siamo oppressi, è anche che abbiamo tradito noi stessi, i nostri fratelli.

Ciò che si allude in questa discussione è alla Nakba del 1948, dove alcuni palestinesi della Cisgiordania sono stati costretti a vendere le proprie terre agli israeliani per evitare rappresaglie e sono stati costretti ad assimilarsi agli occupanti accentando il passaporto israeliano e a disimparare in un certo senso l’arabo, che è ciò che anche Sonia e la sua famiglia ha esperito.

Come Gertrude, anche Sonia e la sua famiglia hanno tradito la loro vecchia patria per assimilarsi agli occupanti, ma come impara da Mariam, sa che esiste una terza via dall’essere o non essere: diventare un fantasma, «un bianco e tragico fantasma con una faccia di stucco» che porta in scena un dramma passato dentro un altro dramma passato per cercare di infestare le menti degli spettatori e allo stesso tempo per rimediare al proprio esilio e dunque mancato appoggio alla causa palestinese.

L’arte come riappropriazione dell’identità

Come mai, però, Sonia è stata costretta all’esilio e, dunque, non ha appoggiato la causa palestinese? Per il semplice fatto che, a seguito della Nakba, la sua famiglia ha deciso di rinunciare alla propria identità araba, e ha costretto Sonia e la sua famiglia a provare in un certo senso vergogna nel parlare arabo in pubblico e al contempo estraniamento nei confronti di Haifa. Sarà, però, riconoscendosi nel dramma shakespeariano che arriverà il riscatto della protagonista:

«Recitare, già» ha detto. «In inglese è un bel gioco di parole.»Ha sfoderato un sorriso tardivo, a pieni denti. «A volte uno spettacolo teatrale è come un’operazione dei vecchi tempi.» Continuava a sorridere, adesso era lui che stuzzicava me; ha buttato giù un sorso di birra e ha posato il bicchiere senza alcuna grazia, tanto che il tavolo ha traballato sul selciato connesso. «Lo progetti, c’è un copione, ma non sai mai del tutto come andrà. C’è, e poi non c’è più. È come un fuoco d’artificio.» «È come uno spettacolo finché non lo è più» ho detto. Ha dimenato le sopracciglia. «Finché qualcuno non rimane ferito» ho detto.

Il teatro è, dunque, quello che permette al fantasma Sonia di concretizzarsi. Questo fantasma, così come lo sono gli altri attori, inscenano un dramma che raccoglie in sé tanti drammi, e lo fa anche attraverso una lingua che si muove tra arabo classico e arabo dialettale per rivendicare l’esistenza di un’identità da tempo repressa e che continua a essere tale.

L’allestimento dell’Amleto da parte di Mariam ha successo nel momento in cui i soldati obbligano la compagnia a spostarsi lontano dalla città, dove nessuno può assistervi. È così che, dunque, il teatro riesce a ferire le istituzioni israeliane: ricordando loro che quello palestinese non è un semplice fantasma, ma un’identità in carne e ossa pronta a rivendicare con ogni mezzo il suo posto nel mondo, costi quel che costi, come Amleto che si sacrifica per cercare di liberare la Danimarca da Claudio.

Siamo tutti Amleto

Il secondo romanzo di Isabella Hammad Entra il fantasma (acquista) riesce nell’intento di risvegliare fantasmi nel passato per spaventarci e farci conoscere quanto a lungo abbiamo voluto ignorare: il fatto che l’identità palestinese sia qualcosa di represso dall’occupante israeliano, ma anche da chi all’estero si mostra complice di Israele. L’identità palestinese si muove, dunque, come un fantasma attraverso l’arte e il lavoro di chi ha deciso di restare nei territori occupati per lottare fino al martirio per ottenere il proprio legittimo posto nel mondo e vedere riconosciuta la propria identità di arabi e palestinesi.

Abbiamo già qualche istituzione ma in sostanza sono tutte cisgiordane, mi segui? Vogliamo costruire delle cose su scala nazionale, per tutti i palestinesi, ovunque. Ci hanno impedito di avere un’unità politica, ma possiamo investire soldi nella costruzione di un’unità culturale, se non altro. Ovviamente c’è anche una dimensione di rappresentanza. È stata una guerra di rappresentanza fin dal millenovecentoquarantotto.»

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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