La guerra delle salamandre (1936) è un’opera poco nota di Karel Čapek, uno scrittore che in Italia meriterebbe maggiore attenzione, anche da parte del mondo editoriale. Si tratta di una narrazione ricca di elementi eterogenei, difficile da confrontare con altre produzioni letterarie. Questo romanzo, fantascientifico, distopico, satirico, quanto ampiamente critico, politico e pessimista, offre un’intrigante prospettiva sulla nascita e lo sviluppo del nazismo.
Tramite la civilizzazione di una specie di salamandre intelligenti, Čapek propone una veduta sul rapporto tra progresso, sfruttamento e lotta per il potere (con una non velata critica al capitalismo, acceleratore e substrato fertile per l’avvento dei totalitarismi). Anche la suddivisione è di per sé significativa: l’opera è composta da tre parti distinte (la prima mostra la scoperta delle salamandre, la seconda racconta il passaggio dallo sfruttamento alla civilizzazione, con la progressiva ideologizzazione delle salamandre, la terza narra l’inevitabile conflitto) che ben evidenziano l’ascesa di certe ideologie.
Il nazismo viene posto in contrapposizione con l’assoluta sottovalutazione del problema – tralasciato con superficialità, sistematicamente strumentalizzato per guadagnare e, alle volte, seguito con una certa simpatia. Questo iniziale sfruttamento, sfociato nella volontà di una totale umiliazione, come vedremo successivamente, ben evidenzia l’errore dei vincitori della Prima Guerra Mondiale nei confronti della Germania sconfitta. Mentre l’attrazione, quando non addirittura una spudorata simpatia, può essere esemplificata (ma non ridotta, visto i tanti possibili esempi) con le note propensioni del re britannico Edoardo VIII, prima e dopo l’abdicazione a favore di Giorgio VI. Čapek è stato uno scrittore socialmente e politicamente impegnato – cosa non sempre comune per gli scrittori di fantascienza dell’epoca. Ne Le metamorfosi della fantascienza, Darko Suvin scriveva:
Čapek [è] il pioniere di tutta la fantascienza antifascista e antimilitarista del mondo, dall’ultimo Wells e Sinclair Lewis agli scrittori statunitensi e slavi post-bellici. E rimane uno dei migliori.
Capek è però passato alla storia per un’altra invenzione; un’invenzione fatta dal fratello…
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Karel Čapek, il non inventore del termine “robot”
Čapek, originale romanziere e drammaturgo ceco, è divenuto famoso – al di fuori del suo paese d’origine – per aver coniato il termine “robot”.
Per la verità fu il fratello Josef Čapek, pittore e inizialmente coautore di testi teatrali con Karel, ad avere la fortunata intuizione. Il termine “robot”, che deriva dal ceco arcaico e significa “lavoro forzato”, è però la perfetta sintesi dell’analisi sociale di Karel, utilizzato perlopiù – a differenza delle molteplici declinazioni odierne – come astratto concetto filosofico. Scrive Suvin, sulla poetica dell’autore ceco:
Karel collocò al centro del proprio preoccupato interesse il potenziale di disumanità insito negli uomini del ventesimo secolo, e le attualizzazioni di tali possibilità, e che questo suo interesse si tradusse sempre, in tutte le sue opere, nell’immagine dell’Uomo Naturale come opposto allo Pseudo-Uomo Innaturale. Una tale creatura, simile all’uomo e razionale, ma priva di sentimento, riappare continuamente in una serie di approssimazioni.
La sua proficua produzione letteraria racchiude alcune opere di assoluto interesse come R.U.R (Rossum’s Universal Robots). Ma è La guerra delle salamandre a rappresentare uno dei punti più alti della sua poetica. Perfetta sintesi di analisi filosofica, politica, fantascientifica e sociologica. Per un breve accenno a trama e significati, seguiremo ora la divisione delle tre parti che compongono l’opera: libro I «Andrias Scheuchzeri», libro II «Attraverso i giardini della civiltà» e libro III «La guerra con le salamandre».
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Atto I: scoperta, curiosità scientifica e sfruttamento
In una zona selvaggia del Pacifico il marinaio Jan Van Toch scopre delle salamandre dotate di intelligenza. In un primo momento, vengono considerate curiosità scientifiche destinate alle velleità di osservatori e studiosi.
Superata la meraviglia iniziale, Van Toch si renderà presto conto del grande potenziale economico della scoperta; le salamandre verranno infatti sfruttate per la raccolta delle perle. Da curiosità scientifiche divengono così, grazie alle loro capacità di trattenere il respiro, ben superiore a quella degli umani, un mezzo per ottenere guadagno immediato.
Emerge qui uno dei temi centrali: l’uomo cerca di trasformare tutto in un prodotto vendibile o sfruttabile. Le salamandre sono forza lavoro, non esseri intelligenti. L’attenzione al profitto può portare alla sottovalutazione delle conseguenze delle proprie azioni (o inazioni). Un esempio è proprio il trattato di pace di Versailles che imponeva condizioni pesantissime alla Germania sconfitta. L’impossibile situazione economica e l’umiliazione totale, non potevano far altro che creare un clima d’odio e una voglia di rivalsa (ovviamente, si tratta di alcune condizioni, non certo esaustive, parte di un quadro più ampio) sfociate nel nazifascismo.
Atto II: la società alternativa delle salamandre
Gli umani, viste le doti fisiche delle salamandre, inizieranno a impiegare le creature per qualunque tipo di lavoro: dalla costruzione di dighe, allo scavo di canali, fino ai lavori in fabbrica. Nel frattempo le salamandre, sempre più numerose e centrali nell’economia globale, inizieranno a sviluppare una cultura e una vera e propria società alternativa.
A questo punto, Čapek inserisce finti articoli di giornale, pubblicità e rapporti “scientifici”. Questi documenti dimostrano come l’informazione veicolata e la propaganda possano deformare e plasmare la realtà.
I regimi totalitari, in generale, sfruttano la propaganda, il nazionalismo e la paura per ottenere consenso. Anche nel mondo delle salamandre la realtà viene interpretata attraverso slogan, interessi privati e una costante contrapposizione con “l’altro” (ovvero un diverso). Le salamandre da entità sfruttate, iniziano progressivamente a ritenersi un’entità a sé rispetto alla società tradizionale. La presa di coscienza dell’umanità a questo punto è tardiva e non può che portare al conflitto.
Sulla costruzione dell’identità comune, in contrapposizione con “l’altro”, identificato come minaccioso, diverso e in grado di cancellare una presunta superiorità razziale e culturale (o di una presunta superiorità di specie), i totalitarismi hanno costruito le proprie fortune. Già Gustave Le Bon in Psicologia delle folle, nel 1895 (per quanto sia datato, è possibile riscontrare alcune intuizioni geniali che contestualizzano i grandi consensi popolari di fascismo e nazismo), afferma:
Le folle [di cui l’immagine simbolo sono le grandi adunate a Norimberga per i discorsi del Furher], conoscendo soltanto sentimenti semplici ed intensi, accettano oppure respingono in blocco le opinioni, le idee e le credenze ad esse proposte considerandole verità assolute o errori non meno assoluti. Ciò accade sempre alle credenze determinate dalla suggestione anziché dal ragionamento.
Atto III: guerra
Viste le tensioni, la situazione precipita rapidamente. Le salamandre, organizzate e numerose, entrano in conflitto con gli umani. Il primo obiettivo è quello di espandere i territori per la specie, distruggendo le coste e modificando la geografia del pianeta. La ricerca dello “spazio vitale” ricorda la giustificazione propagandistica data dai tedeschi per l’espansione nei territori slavi, e quella fascista nelle campagne (piuttosto fallimentari) nei territori del Mediterraneo e in Africa settentrionale.
La guerra assume dimensioni globali, ed è stata proprio l’umanità, sottovalutando la situazione, a creare questa crisi: sfruttando le salamandre e fornendo poi conoscenze e strumenti.
Qui l’allegoria politica raggiunge il suo punto più evidente. Il nazismo da forza inizialmente sottovalutata, favorita dagli interessi economici e dalla miopia delle potenze esistenti, cresce fino a diventare una minaccia internazionale.
Il parallelismo, valido per il nazismo, è però principalmente un analisi lucida sui totalitarismi. Čapek utilizza l’ascesa delle salamandre per riflettere sui meccanismi generali che rendono possibile il consenso dei poteri totalitari: il culto dell’efficienza/”ottimizzazione”, il nazionalismo, la propaganda, la ricerca di un nemico (la minaccia dell’”altro”), la subordinazione dell’individuo alla collettività e, soprattutto, l’incapacità delle controparti di reagire tempestivamente.
Il finale è dunque molto amaro: la civiltà non viene distrutta da una minaccia comparsa improvvisamente, ma da un processo che gli stessi umani hanno favorito.
Ignorare, non guardare: la delicata questione delle responsabilità
Čapek costruisce una satira della società moderna, mostrando come il desiderio di profitto e di potere possa trasformare una scoperta in catastrofe. Ma non sarebbe giusto, in quest’ottica, indicare le salamandre come un nemico totalmente malvagio, la loro ribellione e il loro modo di legittimarsi è causato dalla società che, non senza una buona dose di razzismo, ha generato le premesse per un’ideologia criminale e chiusa al dialogo. Il filo conduttore è quindi un malessere generalizzato, provocato dal particolare modo di vivere capitalistico. Verrà lasciato a chi legge il giudizio sull’attualità di questo messaggio. Forse il momento più vicino al 1936 che ci sia mai stato.
La forza del romanzo La guerra delle salamandre (acquista qui) sta proprio nel fatto che Čapek mette in discussione una società intera, incapace di riconoscere per tempo le conseguenze delle proprie scelte.
Il vero pericolo non è soltanto ciò che cresce, ma è anche interno alla società stessa che, per interesse o miopia, decide di lasciarlo crescere.
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