Padrone

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«Padrone» di Lucia Cherubini

Aveva aspettato il giorno della caccia, in cui ai suoi muscoli era permesso sciogliersi, tendersi e scattare; il giorno della frenesia e degli odori. Nell’attesa, la solita vita: piscio, cemento, rete. Soltanto il giorno della caccia il mondo diventava anche erba, cielo; le azioni correre, fiutare, stanare, non azzannare. Questo ci aveva messo un po’ ad impararlo, perché una volta liberate le gambe obbediva ancora a sé stesso. E mentre la preda si dibatteva in mille spasimi eccitanti, allora ci affondava i denti e scrollava la testa, con una tale gioia che soltanto il collare elettrico era riuscito a portargliela via.

L’ultima caccia era stata interessante: di ritorno ai furgoni, una delle altre bestie aveva ancora la preda in bocca, una lepre con la testa gocciolante di sangue denso e caldo, delizioso. Molla, aveva intimato il suo padrone, ma quello non aveva mollato se non per affondargli i denti nella gamba: stringeva e scrollava la testa, con gioia. Era durato poco. Un padrone gli aveva assestato un calcio, poi un altro. Clac! aveva fatto il guinzaglio sul collare. Ma lui aveva continuato a fissare, anche dopo, col naso schiacciato sul vetro, il sangue che sbocciava sui pantaloni del padrone. Poi di nuovo rete, piscio, merda. Attesa.

Il giorno della caccia iniziò coi soliti segnali: il fucile appoggiato fuori dal capanno, il padrone che andava e veniva fischiando, vestito coi colori del bosco. Ripassò le azioni: guaire, tremare, scattare. Fuori!, esclamò il padrone allegro, spalancando la porticina della gabbia in attesa che lui corresse fuori eccitato. Ma non si mosse, tremava rannicchiato per terra. Che succede?, il padrone superò la porticina, Eh? Salta in piedi! Ancora due passi, odore di tabacco, latte e caffè. Si chinò fino a portare il viso quasi alla sua altezza e allora: balzare. Azzannare. La gola tenera palpitava come quella di un coniglio, come il corpo fragile di un fagiano, quasi inesistente sotto le piume. Non ebbe voce per dire: Molla!

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Redazione MM

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