“L’alluvione l’ha risparmiato”, diceva l’abate, allegro, mentre allungava a me e a fratello Anselmo il volumetto avvolto in un panno. Lo presi io, e il brivido mi piacque.
«Il committente vuole una copia entro tre mesi.»
Ammiccò in quel suo modo fastidioso, che gli faceva diventare l’occhio un turbine di rughe e gli torceva la bocca.
Dispensati dalle altre attività del monastero, io e Anselmo ci organizzammo per lavorare senza interruzioni. I pasti ci venivano portati nello scriptorium, uscivamo solo per dormire e per liberarci dei nostri bisogni, fumanti nell’aria invernale. Il libro era un commento a testi religiosi, interpretati con maldestre simbologie egizie e forzati riferimenti ai poemi greci. Un’opera orribile, se devo proprio dirla tutta, ma le sciocchezze ci distraevano dal freddo.
Era passato un mese dall’inizio. Presi posto al leggio e controllai le righe appena trascritte dal mio confratello per trovare il segno. Mi accorsi che dall’inizio del capitolo aveva scritto sempre “demoni” al posto di “angeli” e “inferno” al posto di “paradiso”. Sottolineai gli errori col carboncino e proseguii.
Da quel giorno diventò sempre più difficile alternarmi ad Anselmo nel lavoro. Più sedeva con la penna in mano, più sembrava impossibile farlo smettere. Cominciavo con le buone, lo toccavo sulle spalle scherzando, poi lo scuotevo finché non iniziava a urlare e a fissarmi con gli occhi incavati.
«Devo finire! Devo finire!»
Mi spingeva via con il braccio libero, ma inevitabilmente si sbilanciava e le lettere che tracciava diventavano scarabocchi. Presto dovetti iniziare a trascinarlo via di peso e a sbatterlo a terra per farlo riprendere.
Del periodo successivo ricordo solo che giorno e notte si alternavano in un lungo e azzurrino crepuscolo. La schiena non mi faceva male nonostante le dozzine di ore chinato.
Non ho idea di come il raschietto per la pergamena abbia reciso l’arteria sul collo di Anselmo. So solo che toccava a me finire il lavoro.
Racconto di Daniele Rizzi
Illustrazione di Marialuce Giardini
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