Ammetto l’errore immediatamente. Mentalmente.
L’esalazione successiva è chimica, volgarmente estroversa, mi preme le narici e la gola come una morsa acida. Se il primo conato aveva già un nome, il secondo è Winnie’s superfici BAGNO.
Gli occhi bruciano di pulito, l’aria che manca è in realtà fitta e aspra, di lime e disinfettante. L’acido della bile in gola si mischia con il respiro asettico che uccide i motivi, uccide i perché, i come ci si è arrivati lì, a fissare lo scivolo bianco, il buco senza fondo.
Brancolano le narici, in cerca di spazio sano, non pulito, sano, solo sano. Ma più annaspano e più si schiantano contro una barriera d’igiene morbosa, che rifiuta lo scarto della rabbia, rimasugli di vergogna putrida.
Occhi vitrei riflettono sette centimetri d’acqua, calcolati immense volte, calcolati a spanne, a lacrime, centimetri che emergono dal sommerso vortice. L’unico che sappia ingurgitare senza vanto né biasimo gli orrori del corpo.
Scorrono le lacrime che sanno di non bastarsi. Sanno che affievolire dolori interni, reciproci, è sempre vano. Letale.
Gli errori allora schizzano, insozzano le candide pareti, gli errori affannano la bocca, in bocca, cercano di uscire a forza, e il corpo chiede pietà, non crede; chiede perdono, non sente.
Insudiciano tutto i frammenti dell’ultimo pasto che mi riprometto, per l’ennesima volta, l’ultimo sarà.
Racconto di Chiara Moresco
Illustrazione di Emanuele Alvod
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