«È l’arte suprema dell’insegnante: risvegliare la gioia della creatività e della conoscenza». Così diceva Albert Einstein a proposito del ruolo dell’insegnante, colui che non deve riempire i suoi studenti di inutili nozioni, ma deve insegnare loro a essere creativi e divergenti attraverso queste nozioni. In un tempo, però, in cui l’insegnamento diventa sempre più un ruolo precario e in cui l’insegnante si ritrova a fare tutt’altro – alle volte burocrate, alle volte babysitter sia degli alunni che dei genitori, con quest’ultimi che hanno pure l’ardire a mettere becco sulla professione del docente – è ancora possibile quanto dichiarato da Einstein?
La scuola contemporanea ormai sembra aver abbandonato il suo ruolo di stimolare la creatività e, come tanti Mr Gradgrind, gli insegnanti sono costretti a seguire pedissequamente regole burocraticamente complesse per impartire nozioni che alla fine non hanno nulla a che vedere con le sfide della contemporaneità. Su questa frattura ragiona Una cosa che non parla (Edizioni San Paolo, 2025), libro curato dallo scrittore, giornalista e insegnante Giuseppe Nibali che raccoglie interventi e dialoghi fra studenti e docenti intellettuali attorno a questo tema.
Il contenuto di «Una cosa che non parla»
Nel corso del 2024, studenti e docenti da tutta Italia hanno intavolato dei dialoghi e delle interviste registrate e trascritte dagli stessi studenti per ragionare sulla direzione che sta prendendo la scuola non solo in Italia, ma anche in tutto il resto d’Europa. Da questi contributi la scuola risulta essere «una macchina che si muove per competenze» che mette in disparte la cultura in quanto figlia del suo tempo, ovvero di una società a cui non importa coltivare idee, bensì fatti concreti da macinare per rispondere a delle regole burocratiche spesso lontane dalla realtà.
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Una cosa che non parla parte da qui: dal nulla culturale in cui ormai si trova l’istituzione scolastica. Gli studenti e gli intellettuali coinvolti in questo libro passano in rassegna all’insegnamento e allo studio di materie come matematica, scienze, arte, italiano e musica per arrivare a quello che è il nucleo fondamentale di questo libro, ovvero l’idea che chi partecipa attivamente alla vita scolastica è umano, e l’inclusività e l’apprendimento partono proprio dalla consapevolezza che non si ha a che fare con meri numeri, ma con persone che vanno accompagnate in un lungo cammino di crescita che deve aiutarle a maturare le proprie idee.
«Una cosa che non parla»: considerazioni generali
Sebbene Una cosa che non parla sia in un certo senso una manna dal cielo, ovvero un libro che si stava aspettando da tanto tempo in quanto quasi nessuno ha mai avuto modo di affrontare di petto i cambiamenti che sta attraversando la scuola italiana contemporanea, ci sono alcune cose su cui tuttavia questo libro avrebbe dovuto lavorare di più per dare un quadro il più possibile completo su una situazione particolarmente complessa.
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Se da un lato risulta troppo ridondante il focus sulla valutazione, sugli studenti e il loro benessere e sugli apprendimenti di materie che i più considerano inutili, ma che sono necessarie per la crescita individuale di ognuno di noi, dall’altro, però, ci si concentra troppo poco su due aspetti: la burocratizzazione della scuola e la figura del docente.
L’importanza di parlare della radice del problema scuola
Se il primo aspetto è relegato a un intervento finale di Alessandro Barbero, apparso precedentemente su «MicroMega» e di cui ci si aspettava qualche aggiornamento, dato che l’intervento risale al 2019 e tante cose sono cambiate da allora, la figura del docente, che ormai fa tutto fuorché l’insegnante ed è costretto a inutili e dispendiosi percorsi a ostacoli per continuare a essere precario (manifestando una frustrazione che bene non fa alla didattica), è in realtà vagamente accennata, non sempre cercando di fare il punto sul fatto che sia tanto vittima quanto lo sono gli studenti stessi, ma quasi sempre dipingendolo come un freddo burocrate il cui scopo è quello di ostacolare il progresso dello studente.
Parlare di cultura nella scuola è dopotutto l’intento del curatore del testo, ma è fondamentale soprattutto cercare di ragionare sul problema all’origine di tutto, ovvero l’eccessiva burocratizzazione e lo stress a cui gli insegnanti sono sottoposti in quanto troppo esposti a responsabilità spesso più grandi di loro senza essere difesi e tutelati del tutto. Sarebbe stato bello, infatti, che a parlare non fossero stati soltanto docenti intellettuali e perlopiù universitari, ma docenti precari delle scuole pubbliche di primo e secondo grado, che vivono il caos della scuola ogni giorno e che trovano sempre più difficile accompagnare gli studenti verso una crescita responsabile:
I professori che provano ad agire in modo culturale nell’ambito scolastico sono, quando va bene, capiti e trattati come eroi disarmati, quando va male, ostracizzati e fraintesi
Come la scuola contemporanea vede lo studente
Dopo aver fatto queste considerazioni generali, ci si concentrerà ora su uno degli aspetti su cui si focalizza maggiormente Una cosa che non parla: la figura dello studente, che già il dialogo fra Carlo Alberto Redi e Vittoria Pini affronta concentrandosi sull’idea che siano considerati numeri che competono fra loro per raggiungere risultati che il più delle volte non fruttano un apprendimento concreto:
Credo che spesso gli studenti non vengano visti da un punto di vista umano. Cioè, sono considerati un numero, ecco. Forse è anche dovuto alle molte sezioni, alle classi numerose e al fatto che non tutti i professori hanno la possibilità di stare dietro agli studenti, di seguirli al di là del rendimento scolastico.
Considerandoli quindi numeri, la scuola non dà loro gli strumenti per coltivare desideri, per affrontare la complessità del contemporaneo, ma li immette subito in un «percorso professionalizzante» che è già deciso in partenza per loro fin dalla scuola media, un percorso dove si impara a fare solo quello che viene richiesto, e spesso non lo si fa nei migliori dei modi in quanto, se non c’è l’educazione alla cultura e al ragionamento e al dialogo con le idee, il saper fare risulta una pratica automatizzata che deve portare avanti solo quanto richiesto dalla burocrazia.
Quanto detto risulta evidente, invece, nel dialogo fra Enrico Terrinoni ed Elia Giannella, dove il primo, noto traduttore dall’inglese di autori come James Joyce, denuncia come la scuola sia relegata a programmi che non stimolano gli studenti ad andare oltre il dubbio, ma soltanto a ottenere risultati eccelsi di facciata, in quanto non corrispondono alla reale capacità – che in una scuola che mette da parte la cultura è impossibile sviluppare – di fare connessioni con la complessità del reale:
Quindi c’è bisogno di persone che ti fanno andare oltre il linguaggio, dietro la pagina. Non so se ti ho risposto, però credo che sia un po’ questo il ragionamento. Tu puoi avere pure il livello C2 di lingue al liceo, ma se poi non hai letto Shakespeare, a che cavolo ti serve? Lo può ottenere tranquillamente una macchina, l’intelligenza artificiale raggiunge livelli di competenza linguistico grammaticale altissimi, però se le fai tradurre Shakespeare, sbaglia. Perché? Perché non ha la conoscenza, la possibilità di sentire le cose, non solo di fare connessioni.
La cultura del sapere contro la costrizione della valutazione
L’intervento di Terrinoni e Giannella dà il la all’intervento di Viviana Birolli e Giulia Mancuso che, partendo dall’importanza dello studio della storia dell’arte come modo per conciliare la formazione professionale e il confronto con ciò che esiste nel mondo di fuori, si focalizzano sull’idea che la corsa al voto contribuisca soltanto a concentrarsi sui risultati e non sulla crescita individuale e il confronto con il reale:
Tutto è valutato sull’andamento delle verifiche, non sulle conoscenze acquisite. Questa centralità del processo di valutazione crea ansia e non ci invoglia ad accogliere con entusiasmo le attività che ci vengono proposte; alla lunga è controproducente, perché crea un atteggiamento più di repulsione che di attrazione.
La questione della valutazione è deleteria soprattutto per la formazione degli studenti, che nel momento in cui, per esempio, ricevono la consegna di un compito scritto sono più concentrati a sapere quanto ha preso il compagno di classe piuttosto che fare tesoro delle correzioni fatte dall’insegnante. Vale la pena tener presente che tutto ciò è figlio del neoliberismo, dove alla persona è sempre richiesto di performare e creare profitto, e il voto è la valuta che lo studente ottiene per poter avanzare verso un sistema economico che, come osserva Markus Ophälders, «richiede forza lavoro».
Sia chiaro, le interviste qui raccolte non negano l’importanza della valutazione, ma suggeriscono un cambio di paradigma: la valutazione non deve sbattere in faccia agli studenti il fatto di essere numeri, automi che devono semplicemente produrre risultati, ma deve dare loro un’idea della direzione che stanno prendendo e di come stanno imparando – ammesso e non concesso che lo facciano – a crescere coltivando un sapere attivo, che non è soltanto esprimere delle abilità, ma anche essere in grado di interpretare il presente.
Un’altra scuola è possibile?
Alla luce di quanto detto, ci si chiede se, dunque, è possibile un altro tipo di scuola, un’istituzione che non deve educare solo alle cose utili, ma anche alle cose inutili, al dubbio, all’essere attivi e a mettersi sempre in gioco. Secondo Paolo Alessandrini, docente di matematica che dialoga con Edoardo Gemin sulla propria disciplina di insegnamento, un’altra scuola è possibile se la si smette di usarla come cassa di risonanza di azioni politiche che impongono diktat sulla pelle degli studenti:
Credo che serva scegliere persone che hanno a che fare con la scuola in senso ancora più ampio e che, quindi, si dovrebbe evitare di usare la scuola come luogo su cui esercitare un’azione politica generica che persegue obiettivi di parte. Credo che così si faccia il male. Quindi, ecco, gli slogan, le frasi di effetto, bisogna che la scuola faccia questo, bisogna che la scuola faccia quest’altro: come se fosse semplice!
La scuola, dunque, deve liberarsi dalle maglie della politica e della burocrazia, dei vincoli legati al programma da finire e alle linee guida nazionali da rispettare che affaticano non solo chi insegna, ma anche i discenti. Come dice Massimo Garritano ad Annalisa Amorico a proposito di musica, la scuola deve essere «meno performante e consentire anche un adeguato tempo e attenzione ad alcune materie, rispetto ad altre», e come suggerisce Alessandro Barbero nel suo intervento finale, bisogna uscire dall’idea di scuola come progettificio e luogo per compilare inutili scartoffie burocratiche per renderla ancora una volta un luogo dove poter esercitare in libertà la propria attività intellettuale da svolgere con cura e serenità.
La necessità di ripensare la scuola
Si conclude questo articolo con una domanda che suonerà troppo banale: Una cosa che non parla (acquista) è un libro necessario? Nonostante alcune considerazioni generali che hanno evidenziato degli aspetti su cui bisognava lavorare meglio, ma che si spera siano di buon auspicio per continuare un dibattito che non si è ancora esaurito del tutto, la risposta è sì: è un libro che deve leggere soprattutto chi la scuola la tiene in mano, a prescindere dal colore politico (dopotutto, anche la sinistra è stata responsabile di questa decadenza dell’istituzione scolastica), poiché rappresenta un invito a salvare la scuola italiana e a tornare ad avere, citando Edgar Morin, tante teste ben fatte e non ben piene, tante teste cioè che sanno veramente usare quello che imparano e non lo dimenticano una volta raggiunti risultati eccelsi atti a dimostrare l’alta performatività di uno studente.
C’è ancora tempo per riportare la scuola a quella di un tempo, ma un innesto con la contemporaneità è necessario: c’è ancora tempo per renderla un luogo dove lo studente è considerato una persona, dove il docente si sente ancora valorizzato, libero e rispettato, dove il voto non giudica la persona ma il percorso, e soprattutto dove si può imparare a fronteggiare le grandi sfide complesse della contemporaneità. La scuola deve tornare a conciliare sapere e saper fare, e soprattutto deve tornare a essere libera di andare oltre i libri di testo e le nozioni per permettere alla società di diventare più matura e consapevole di ciò che la circonda.
La scuola è utile solo nella sua funzione di educazione alle tecniche. È una macchina che si muove per competenze. Non serve altro. Ma “la fatica si fa per passione, non ci si appassiona alla fatica, e chi lo fa forse deve espiare qualcosa. Ma sulle colpe non si costruisce il gusto del sapere”. Perché, bisognerebbe chiederci, ci troviamo oggi in questa situazione strana?
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