«Liceo Classico»: contro l’istituzione

Il referto di un’Italia oppressiva e razzista in cui la classe sociale è ancora stigma identitario

5 minuti di lettura
Liceo Classico Francesca Farina

A chi periodicamente denuncia la scomparsa del romanzo, Liceo Classico di Francesca Farina (Bertoni, 2021) sembrerà un “fatto” anomalo. Del macro genere per eccellenza esso conserva infatti l’intreccio forte, dei personaggi credibili, un’ambientazione drammatica e lieve al tempo. Il tutto tramato di una lingua poderosa, in cui si avvertono echi classici e barocchi, le grandi lezioni dell’Otto-Novecento.

Difficile non uscire a pezzi da questa storia cinica, referto di un’Italia oppressiva e razzista, in cui la classe sociale è ancora stigma identitario. La protagonista, mai indicata con il nome di battesimo, lo capisce presto. Varcata la soglia del prestigioso Collegio impatta contro un sistema reazionario, fatto di modi scomposti e risate sguaiate, malignità ed epiteti turpi. Non c’è posto, nel mondo dabbene, per le reiette “isolane”.

Una scuola sbagliata

La forza del romanzo è già tutta qui, nel coraggioso atto d’accusa verso l’istituzione cardine, nucleo primigenio del vivere civile. La scuola che racconta Farina conserva tracce di antichi abusi: è la fotografia di un paese immobile, incapace di fare i conti con un passato squilibrato, fondato sulla distanza maestro-discente, sulla dicotomia ricco-povero. In questo senso, la Ragazzina è un soggetto straniante: posta ai margini, remissiva, infinitamente consolatoria nella sua ansia di dolcezza. Vorrebbe essere amata, avere labbra turgide come le belle della classe, cosce sode e seni enormi al pari della compagna «Giada Grasso», la cui «nascosta brutalità» impone un timore reverenziale.

Sentiva da sempre di essere dalla parte dei deboli, dei discriminati, dei miseri della terra, forse perché anche lei era debole, discriminata e misera, ultima da sempre.

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Dalla parte degli esclusi

Questo suo essere fuori-canone, bassa, mingherlina, “stonata”, la colloca dalla parte degli offesi, in una condizione di spossessamento che è insieme esistenziale e politico, territoriale e sociale. Figlia dell’Isola (una Sardegna aspra e mitica, terra natia della stessa autrice), la Ragazzina è un’étrangère senza più tutele, gettata nel tritacarne delle “signorine bene”, dei docenti pomposi e “fascisti”, improntati a metodi dis-educativi. Siamo lontani dalla retorica del merito, dell’idea che nulla sia più precluso: il povero resta povero, con tutto il suo carico di ansie e umiliazioni.

Eppure Liceo Classico è un racconto di formazione, che evoca percorsi interiori attraverso la scoperta del corpo altrui, di turbamenti accennati dall’occhio del narratore, così chirurgico e distanziante da generare inquietudine. In un microcosmo oppresso dal conformismo, segnato da un senso di morte soffusa, lacerante, la Ragazzina si scopre altra, mezzo di diffrazione della normatività borghese.

Memorabili le pagine in cui Farina tratteggia l’umanità marginale della famiglia della giovane, con il padre pastore e la madre dalle «povere vesti bagnate», intenta a lucidare il pavimento «in onore della figlia che tornava dal Collegio». Nessuno ha un nome, tutti appaiono un immenso gregge separato dal Continente, eterni Mastro-don Gesualdo condannati dalla storia. E mentono. Per convenienza, arrivismo o, come dice la Ragazzina, «per disattenzione».

«Liceo Classico»: un atto d’accusa verso l’istituzione

Gli adulti di questo libro sono esseri stanchi, emblemi di un’esistenza posticcia e diseguale, che si impernia in architetture austere o in cucine dall’odore penetrante. Nel mezzo ancora lei, la Ragazzina fuori-misura, un simbolo posto a monito contro un’umanità derisa, ingannata dal benessere e da un apparato sociale indifferente, egoista, stoltamente omologato. Persino l’amore, che adesso è merce di scambio, appare ancora, nelle sue incertezze, un sentimento tenero e sghembo, che la eleva – e al tempo stesso la espelle – da un circuito livellante.

Esiste ancora quel mondo: è la comunità che respinge il diverso, lo straniero, rendendo l’ospite un nemico, condannandolo al perpetuo esilio. Francesca Farina l’ha denunciato, spogliando la scuola – meglio, un certo tipo di scuola – da quella fastidiosa aura sacrale, come fosse un grano apocrifo e non microstruttura del sistema di potere.

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Ginevra Amadio

Ginevra Amadio nasce nel 1992 a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi sul rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta. È giornalista pubblicista e collabora con riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema, letteratura e rapporto tra le arti. Ha pubblicato tra gli altri per Treccani.it – Lingua Italiana, Frammenti Rivista, Oblio – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Otto-novecentesca (di cui è anche membro di redazione), la rivista del Premio Giovanni Comisso, Cultura&dintorni. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del cinema italiano dedicato al cortometraggio. Un suo racconto è stato pubblicato in “Costola sarà lei!”, antologia edita da Il Poligrafo (2021).

2 Comments

  1. Capita di rado di imbattersi in recensioni così dense e allo stesso tempo intense. Che fanno navigare nel testo senza fare spoiler ma consentendo di comprenderne le caratteristiche narrative. Penso che acquisterò il libro. Ringrazio Magmamag per questo servizio prezioso.

  2. Grazie Ginevra, per questo tuo racconto di un mondo crudele, classista e purtroppo ancora tanto attuale. Sembra che mai nulla cambi radicalmente nella nostra società. Ringrazio Magmamag per offrirci spunti di lettura fuori dal coro.

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