«Le cose crollano, il centro non regge» è uno dei celebri versi di La seconda Venuta, poesia del 1919 di William Butler Yeats che intercettava i grandi cambiamenti geopolitici che da lì a poco avrebbero interessato il ventesimo secolo e l’umanità tutta. Questa poesia, inoltre, carica di simbolismo anticipava anche un altro cambiamento, quello del discorso letterario e poetico, mostrando un focus spostato più verso la frammentazione dell’io e del suo contesto che della sua unità e coesione.
Viene in mente questo verso pensando a Il latte dello Stato, un interessante esperimento poetico realizzato da Edoardo Mosiewicz per Industria e Letteratura nel 2025 nella collana Obtortocollo curata da Riccardo Frolloni che, giocando con diversi generi letterari e alternando frammenti poetici in prosa a versi poetici veri e propri, prova a illustrare la frammentazione contemporanea dell’io e del circostante.
Le poesie di «Il latte dello Stato»
«Il Mondo come lo vedi è frutto di un inganno». Così si apre Il latte dello Stato, con tre strofe che ci introducono un nuovo eroe, Leonard, che deve confrontarsi con un mondo alla deriva, ingannevole, e costruirne uno nuovo attraverso il latte dello Stato, una fantomatica pozione che dovrebbe dargli la forza per superare ogni ostacolo e farsi creatore di un nuovo mondo.
Leonard non è altro che Edoardo Mosiewicz, l’io lirico: una persona che, guardandosi attorno, si rende conto che il centro non regge più e che sia giunto il momento di creare un nuovo centro, un nuovo io. Per farlo, Mosiewicz e il suo io lirico si muovono fra vari generi letterari – il fantasy, l’ucronia, la distopia –, fra varie epoche immaginate e non, prosa e versi per confrontarsi con un nuovo tipo di frammentazione e la ricerca di un «equilibrio tra i capitali e le carni»:
Credeva che tramite l’odio
si accedesse al potere del flusso,
e il potere fosse in grado di liberarlo
anche dalla morte. Beh,
si sbagliava: un tale potere
non esiste. Ma tramite l’accettazione della morte
e l’irrazionale fiducia nell’amore verso gli altri
si ottiene la vera libertà.
La riconquista dell’io
Come si può evincere da quanto è stato detto finora, con Il latte dello Stato ci si trova di fronte a un esperimento letterario che sfida la concezione di letteratura dei lettori. Questo testo fin da subito frammentario si serve della sua frammentarietà per riconquistare un io che si perde nel discorso del reale, altrettanto frammentario quanto l’io stesso.
Per capire meglio questa questione della frammentarietà come riconquista dell’io si legga quanto segue tratto dalla prefazione di Giulia Martini, che ragiona in merito menzionando anche l’uso che Mosiewicz fa della punteggiatura:
[…] quanto nel libro viene conquistato (banalmente, la cosa che prima non c’è e poi c’è), coincide con il pronome di prima persona, nel quadro di una programmatica abdicazione da parte dell’autore a esautorare di un io la voce poetante nascosta dietro i caporali bassi. I caporali bassi servono dunque a prendere le distanze dalla modalità enunciativa propria della lirica; ma si tratta di una distanza funzionale al desiderio (termine che etimologicamente indica appunto una privazione dall’origine), al moto desiderante di cui si costituisce il gesto lirico.
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Il percorso che Mosiewicz intraprende è quello di un poeta che ragiona sperimentando nuovi modi di rappresentare il reale e di essere in quanto poeta. Essere in quanto poeta significherà per l’autore e il suo io essere una parte del tutto, e non il centro del tutto, ovvero dare voce a ciò che lo circonda e lo rende io. Il cambio di paradigma a cui Mosiewicz vuole arrivare non è l’io come voce poetante, ma l’io come veicolo di più voci che nella loro frammentarietà costituiscono l’unità di un mondo complesso.
La voglia di capire il mondo
La raccolta di Mosiewicz approda successivamente a una sezione chiamata “I poveri mezzi”, che già ci immette nel cuore del problema: i mezzi di cui disponiamo non ci aiutano a comprendere un mondo intorno a noi profondamente cambiato e in cui difficilmente riusciamo a orientarci:
«[…]Tutti i segnali erano stati decriptati e le bombe
tracciavano i grandi solchi nell’aria, per me
c’era una metafora, ma come ti dicevo
non esisteva ormai un codice, si stava come i cani
e gli uccelli. […]
Non so tuttora che voglia dire.
Forse non so di cosa parlo, forse
è bello almeno che voglia ancora capirlo».
Il mondo in cui vive l’io è un mondo fatto di menti-alveari governate dagli algoritmi e dalle intelligenze artificiali, che appiattiscono qualsiasi comprensione del mondo imponendo i propri calcoli computazionali come scienza esatta dove i morti sono visti secondo gli Arconti come «un accidente imprevedibile» che «non nega la correttezza dei modelli». Questo perché il mondo che ci viene raccontato è volto soltanto al profitto e al consumo, e ciò che esula da questi scopi viene cancellato per dare spazio a ciò che conta nella vita, ovvero l’illusione del benessere:
«Si sono sparati sedici ore di codici, hanno fatto i soldi:
ora vogliono una guerra all’ultimo frozen margarita,
poi l’oblio del sonno. E poi ancora si alzeranno riposati,
con l’urgenza di parlare di quello che conta nella vita,
nell’istmo del pensiero, di questo libro, ad esempio,
che è A New Kind of Science di Stephen Wolfram».
La consapevolezza di questo mondo da capire arriva nel momento in cui l’io passa in rassegna una corrispondenza fra Berlusconi e Carmelo Bene dove il primo scrive di come noi produciamo lo Stato «nel lavoro, nella famiglia e nei nostri più disparati interessi». Ciò che l’io deve fare è, allora, sovvertire questa idea di una scrittura e di una vita guidati dal semplice soddisfacimento dei bisogni e del piacere anche al costo di mentire. L’io deve, quindi, riappropriarsi di un senso autentico della vita come scoperta e accettazione della complessità.
Il muro è fragile
Per riappropriarsi di un senso autentico della vita, l’io deve cercare di abbattere un muro fragile, ma duro che trova di notte nella seconda poesia della sezione “Istanze”. Questo muro fragile è un velo di Maya che nasconde dietro di sé un mondo complesso, frammentario, ricco di emozioni contrastanti, ma che sono parte fondante del nostro essere:
«[…] La nostra speranza non sarà tradita:
la mia interiorità vale quanto la vostra:
la vita è fondamentalmente tragica.
Il progetto scriverà nella pietra il nome di mille umani,
la specie avrà il suo mare di stelle
e le briglie nel nucleo del sole.
Qualcuno si fiderà di me,
andranno a casa più rilassati:
sarà stato un giorno bello per loro».
Una volta infranto questo velo di Maya di false illusioni di benessere, l’io è pronto ad accogliere le parole degli altri, forti e dolci come «miele e droga», ad accogliere «il dilavamento e la subsidenza come fenomeni quotidiani». Come un uomo in prigione che «sovrascrive una Bibbia» e «manda all’Italia parole terribili», l’io è pronto ad accogliere «il male che si fa»: le storture e le storpiature della nostra esistenza sono la conquista a cui approda, che fanno cadere i sovrani che ci illudono di vivere in equilibrio.
Qual è, allora, l’equilibrio mostruoso tra «i capitali e le carni» a cui l’io allude nella sezione finale della raccolta dal titolo “Ringraziamenti, credit e post-credit”? Non si tratta altro che rivendicare una vita fra l’illusione di benessere data dai consumi e la realtà, ovvero il male e il dolore che suscita l’accettazione della finitezza dell’esistenza e che l’io vuole venga accettata per capire meglio ciò che viviamo quotidianamente.
Il latte dello Stato come droga e miele
Nella sua complessità stilistica e contenutistica, Il latte dello Stato (acquista) si impone nel dibattito poetico e letterario come un testo che vuole ridisegnare i confini della poesia italiana contemporanea: non più una poesia autoriferita, ma una poesia che assurge il circostante a un grande io lirico multiforme che si muove fra illusione e fragilità dell’umano e del reale. La consapevolezza dell’esistenza di voci frammentarie e di realtà frammentate è ciò che costituisce il vivere autentico a cui l’io di Mosiewicz anela, e il considerarsi parte del tutto anziché il centro dell’esistenza è ciò che lo rende possibile.
«[…]Emergerete dai vostri brodi
primordiali, da questo scrigno stanco
e aranciato. Se non sarete voi
sarà qualcuno, ma volete essere voi,
pienamente uomini, i primi,
che già vi augurate una diversa avventura,
e in questo vostro gesto volete dirci addio».
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