Tracce di una morte misurata al presente

«Testamento» di Adele Bardazzi

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«Testamento» di Adele Bardazzi

Il testamento è un documento che illustra le disposizioni da attuare sulla distribuzione dei beni che qualcuno, in vista della propria morte, vuole lasciare ai propri cari. Esiste anche quello spirituale, che indica un insieme di idee e valori che si lasciano ai posteri. In questo senso si può dire che, in fondo, l’arte e la letteratura siano un grande testamento spirituale lasciato ai posteri, che dispongono a proprio piacimento di questo patrimonio riscrivendolo, travolgendolo o addirittura distruggendolo per creare qualcosa di nuovo, per imporre la propria Weltanschauung.

Testamento è anche l’ultima raccolta poetica di Adele Bardazzi, uscita per l’ottima collana Obtortocollo di Industria & Letteratura curata da Riccardo Frolloni. In questa sua ultima raccolta, la poetessa fiorentina crea un complesso gioco metapoetico per raccontarci come la poesia sia un grande palinsesto dove tutti noi scriviamo sopra le tracce del nostro vissuto creando un complesso insieme di valori che si nutre di passato, presente e futuro.

Le poesie di «Testamento»

Inglese, francese, Oxford, New York, Hong Kong, Dublino, Basquiat e James Joyce: Testamento di Adele Bardazzi riunisce nelle sue brevi poesie tutti questi elementi lontani fra loro nel tempo e nello spazio per creare un testo all’apparenza slegato, ma che trova nell’esergo dai Dubliners di Joyce la chiave di lettura: «se riesco ad arrivare al cuore di Dublino, posso arrivare al cuore di tutte le città del mondo».

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Bardazzi viaggia, allora, fra passato, presente e futuro, alle volte restando sé stessa, alle volte diventando un sé come un altro, autrice di un testamento che viene modificato da lingue e contenuti diversi di tempo in tempo. Le parole di Bardazzi si fanno, quindi, come l’acqua, che ciclicamente si rinnova con l’incontro con nuove fonti e che sempre ciclicamente rinnova la vita.

Untitled: un testamento senza titolo

Le riflessioni di Testamento partono da un quadro di Jean-Michel Basquiat, artista visivo morto per overdose nel 1988 all’età di ventisette anni, dal nome Untitled, ovvero “senza titolo”, rappresentante un teschio nero con rivoli rossi e gialli e venduto a 110 milioni di dollari, e che conduce l’autrice alla seguente riflessione – proposta in inglese, ma tradotta qui direttamente in italiano dall’autore dell’articolo:

Anche le parole hanno un valore, anche se meno di un dipinto di Basquiat, il loro valore funziona allo stesso modo. Il loro valore aumenterà se incidono la morte della persona che li scrive. Ma questo significherà anche che quelle parole e il loro valore saranno per sempre visti come parte di una storia, di un nome.

Non è un caso che il sottotitolo di Testamento sia proprio Untitled. Il motivo è semplice: Bardazzi non vuole iscrivere il valore delle sue parole a sé stessa, ma le vuole rendere parte di un’umanità più grande e più ampia. Bardazzi vuole che la sua storia sia riconosciuta come parte di un tutto, e non dare un titolo significa semplicemente far sì che le sue parole appartengano a tutti e a tutto, e non soltanto a un solo individuo o a un solo luogo.

È in questo senso che andranno anche interpretate le traduzioni che si proporranno a ciò che l’autrice scrive in inglese. Quest’ultima volutamente scrive in inglese o in francese alcune parti dei suoi testi per giocare con i lettori, permettere loro di decifrare quanto leggono, interpretarlo e farlo loro, a riprova del fatto che le parole appartengono a chiunque e chiunque può aggiungere del suo in ciò che legge.

Il luoghi e le parole del testamento

Il testamento di Bardazzi inizia soprattutto nei luoghi, dove, sentendo le parole pronunciate da poeti di strada, le prende, «le crede importanti/le rende grondanti/di colori abbondanti», e dove, leggendo i sottotitoli di chi guarda i video online sul telefono, «legge i sottotitoli/come fossero trecce/credendo che forse/così più libertà ha/la vita di immaginare». Le parole sono ciò di cui l’io ha bisogno per rendere possibile la vita dopo la morte, per far sì che restino nel presente e nel futuro tracce della sua esistenza:

Da oltre un anno
misuro la morte al presente.
Questo corpo non riesce
a morire, ma lo chiede
a segni stretti sulla pelle
ormai secca e stanca
di continuare a parlare.

Se da un lato l’io vuole che il suo corpo muoia, dall’altro implora che qualcuno raccolga le sue parole e le innesti con le proprie e i propri pensieri per far sì che continui comunque a esistere. L’io vuole, dunque, misurare la morte al presente scrivendo versi in terza persona con un verbo al perfetto al tempo presente: vuole estraniarsi dal corpo rendendo il presente passato e viceversa, un passato, però, sempre vicino al presente, mai concluso, perché l’io in fondo vuole perdere la strada, ma al contempo «tentare un ritorno a casa».

L’io sa che «non c’è tempo/senza spazio/per un corpo»: scrivere un testamento implica delle coordinate specifiche, ovvero deve prevedere dove e quando il corpo muore, e per questo chiede aiuto a chi viene dopo di lui nel redigerlo:

Lo chiedo per favore
e in cambio offro
un’altra storia ancora
oltre a un corpo aperto
che non può non darsi
per intero. Insieme lascio
un libretto di istruzioni,
se sarà trovato diventerà
parola insignificante
da leggere in metro.

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Testamento: istruzioni per l’uso

Le istruzioni a cui allude l’io non sono altro che gli spazi vuoti lasciati dalle sue parole, quegli spazi che si trovano sulla carta e che nascondono un dolore più grande. Nelle appendici di questo testamento, infatti, si cita il nome di Jimmy Savile – qui scritto con due “L” – la cui violenza – che si saprà dopo la morte – verso molti bambini diventa qui motivo per riflettere sulla scrittura:

Mi piace scrivere. Mi piace moltissimo perché puoi far ridere le persone, farle piangere, contenere, parlare, e venire, puoi renderle felici, triste, affamate finché sono sabbia nelle mie mani. Penso che sia un potere straordinario quello di avere una mano, una penna.

Jimmy Saville diventa qui simbolo di una violenza e di ciò che spazza via che soltanto il potere della scrittura può far emergere. La scrittura può far emergere chi non c’è più, può dar vita a “un egoismo senza io”, dove l’io è privo del proprio corpo, nudo davanti a tutti e dunque fragile e uguale agli altri. La scrittura deve tradurre il vuoto e renderlo presenza:

Ben presto verranno a sapere
(tu forse dimenticando…)
tutto ciò che manca e che
queste parole con intenzione
nominare, direzionare,
dedicare. Ma la parola
traduzione mi allontana
con poca grazia, così si aprono
le braccia postume a se stesse
e con due palle da tennis
in bella mostra.
– lo so: non ci credono

Le sole parole e la sola presenza, dunque, non bastano a testimoniare l’esistenza di ciò che è stato. Devono combinarsi al silenzio, al vuoto, all’assenza: non è una semplice traduzione, ma è anche inclusione di ciò che la traduzione del silenzio in presenza omette. L’io e chi verrà dopo di esso non deve esistere ai posteri soltanto come assenza di corpo, ma anche come presenza nel ricordo e nelle parole: deve essere sia il nero, ovvero l’assenza di colore, che il bianco, la presenza incolore del colore stesso.

Esistere per rimanere vuoti

Testamento (acquista) costituisce un interessante esperimento poetico e letterario che sfida sia chi lo legge che chi lo recensisce. Bardazzi chiede a lettori e recensori di ogni sorta di tradurre quanto scrive in questo palinsesto di esistenze, fa credere loro di avere la verità in pugno, ma come scrive in inglese “ogni poeta è un gran bugiardo”. Il poeta ci trae in inganno, e qui Bardazzi riesce bene a ingannarci, ma allo stesso tempo ci invita a compiere un passo in più: a unire le parole tradotte al silenzio, al vuoto e alle tracce lasciate nei luoghi da lei vissuti, a concepire l’io come parte di un tutto. Questo è il suo testamento: la confessione di avere vissuto una vita che è la somma di tante vite passate, presenti e future.

Negli annunci molte luci
animano l’otto di questa città
non diffusa come altre che ho amato.
Rimane lontano. Così cerco casa,
con sala verso il sole,
ampia vasca rettangolare
dove mi lavi le mani,
e camera per l’ospite.
Esiste per rimanere vuota.
Senza rappresentare, continua
a esistere senza di noi.

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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