Fra i racconti della mitologia greca, quello di Icaro è forse il più affascinante e il più struggente di tutti. Figlio di Dedalo, costruttore e ideatore del labirinto del Minotauro a Cnosso, Icaro perde la vita in mare dopo essersi avvicinato troppo al sole con le ali costruite dal padre, ignorando così le indicazioni di quest’ultimo. Questa è una storia universale, che racconta come le nostre ambizioni possano trasformarsi in arroganza, portandoci a isolarci sempre più dagli altri e a morire nella solitudine più totale.
C’è qualcosa di profondamente icaresco in Antoine Bloyé di Paul Nizan, ripubblicato recentemente da Ago Edizioni con le prefazioni di Goffredo Fofi, colui che ha portato per la prima volta questo romanzo in Italia convincendo il veronese Bertani Editore a pubblicarlo nel lontano 1972, e Massimo Raffaeli, critico letterario e massimo divulgatore di Paul Nizan in Italia.
Uscito originariamente nel 1933, anno che vide la nascita di opere monumentali come Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline e La condizione umana di André Malraux, Antoine Bloyé racconta la lenta disgregazione morale di un uomo che ha sacrificato tutto all’ascesa sociale, uno specchio fedele e inquietante delle dinamiche sociali contemporanee che vede il passaggio dal proletariato al ceto medio come alienante e traumatico.
La trama di «Antoine Bloyé»
Ispirato alla figura del padre dell’autore, Antoine Bloyé inizia dalla fine: dalla morte del suo omonimo protagonista, un ex dirigente ferroviario verso il quale, come succede a ogni funerale che si rispetti, si spendono soltanto parole di elogio e di rispetto:
La morte di un uomo mette in moto tutto un seguito ben ordinato di azioni e di parole. Quella trasformazione di un vivoe in un oggetto silenzioso che non si rivolge più a nessuno, che non comanda, non interroga, non risponde più; quel trapasso dalla condizione umana allo stato di minerale, mobilitano tutto uno stuolo di persone che decidono per lui e che ad ognuna delle decisioni prese, lo sospingono man mano più giù per la china della morte.
Questa osservazione viene da Pierre Bloyé, il figlio di Antoine dietro il quale si cela lo stesso autore, che inizia così a raccontare la storia del padre, figlio di un facchino ferroviario e di una casalinga, dall’infanzia proletaria nella Loira inferiore e in Bretagna fino alla sua scalata verso l’incarico di dirigente ferroviario. Per realizzare la sua ambizione, Antoine ha rinnegato le sue origini proletarie, vissute sempre con grande vergogna. Tuttavia, l’io narrante già percepisce quella che sarebbe stata la fine del padre: «la vita di Antoine», racconta, «assomiglia già ai rapidi che egli condurrà domani, ai rapidi mossi da una forza piena di certezza e di soffocamento».
Come i treni che dirigerà, infatti, l’ascesa di Antoine procede talmente tanto veloce che il suo arresto risulterà molto impattante. Sarà un caso di negligenza nei controlli del materiale bellico durante la guerra, infatti, ad arrestare l’ascesa di Bloyé condannandolo a una caduta rovinosa che comporterà una fine sempre più solitaria e umiliante.
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«Antoine Bloyé» nelle parole di Goffredo Fofi e Massimo Raffaeli
Per comprendere appieno l’importanza e i temi di Antoine Bloyé, è importante leggere le parole di chi Paul Nizan ha contribuito a diffonderlo in Italia: Goffredo Fofi e Massimo Raffaeli. Del primo Ago Edizioni pubblica in introduzione al volume lo scritto Paul Nizan: l’anti-borghese, apparso per la prima volta su Lucy. Sulla cultura. Dopo un accurato profilo biografico dove si evidenzia la militanza comunista e l’amicizia con Sartre, lo scritto di Fofi sottolinea l’importanza sociologica di Antoine Bloyé in quanto specchio dell’alienazione sociale che il proletariato ha subito fino alla seconda metà del Novecento per passare al ceto medio.
Gli effetti di questa ascesa li racconta molto bene invece Massimo Raffaeli, che ci presenta il romanzo di Paul Nizan come una cinica e distaccata rappresentazione di un’ascesa che non ha niente di eroico e che non costituisce altro che la conclusione logica di una vita che, sebbene mirasse a migliorare le proprie condizioni, non ha fatto altro che alimentare una macchina di profitto come quella borghese che, sfruttando il senso di vergogna dei proletari, si è servita delle loro ambizioni per poi scaricarli una volta esaurito il loro compito:
Scritto da un ragazzo di ventotto anni, Antoine Bloyé è costruito al modo classico dei romanzi di formazione ed è, in particolare, un romanzo sul tradimento di un proletario che si propone di diventare un borghese e vi riesce con un altissimo costo in termini di umanità: costui infine si perde nel suo stesso scopo, annientato nelle dinamiche della classe sociale che, per garantire la propria esistenza, ha bisogno prima di integrare e poi di liquidare coloro che ambiscono a farne parte.
Le parole di Raffaeli ricordano molto quelle del sociologo francese Didier Eribon, che nel suo saggio La società come verdetto (L’orma, 2025) racconta quello che ha subito alla fine Antoine Bloyé: l’alienazione dalla propria classe di appartenenza per essere distrutto dalla borghesia stessa, che ha usato il suo senso di vergogna per dominarlo e mantenere fisso e invalicabile il confine fra proletariato e borghesia.
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Anatomia di un padre
Non è un caso che si sia citato Eribon e il suo saggio La società come verdetto, in quanto il filosofo originario di Reims dedica a Nizan e al suo romanzo una riflessione acuta sul conflitto fra borghesia e proletariato, dove, secondo lui, il romanzo Antoine Bloyé non costituisce altro che una lotta contro il padre e il suo tradimento verso il proletariato. Se letta in questa chiave, allora la prospettiva in terza persona di Pierre Bloyé va letta come un modo per Nizan di scendere a patti con la sua eredità proletaria e il tradimento paterno.
Il tono del romanzo infatti è molto freddo, analitico, distaccato. Pierre racconta la vita del padre come una cronaca di una morte annunciata – accentuata dal frequente uso di puntini di sospensione, indice di inquietante presagio in questo caso verso l’inevitabile fine – che riflette la rabbia di Paul Nizan verso quel padre che ha abbandonato il proletariato e fatto nascere il figlio in un contesto borghese in cui non si riconosce pienamente e da cui non riesce nemmeno a uscire, poiché ritornare al proletariato significa ritornarci usando, come scrive Eribon, «le armi del nemico, ossia la scrittura, la letteratura, la cultura».
Pierre – e con lui Paul Nizan – interpreta ogni mossa di Antoine come un passo verso l’inevitabile sconfitta. Emblematica è la lettura di Le Devoir di Jules Simon, su cui Pierre ironizza dicendo che interpreta male le parole del libro mostrando «una semplicità che perderà difficilmente». La semplicità del protagonista consiste nel credere che per uscire dalla propria condizione bisogna rinnegarla, anche al costo di mentire:
Si assicurava, rendendosene appena conto, un ritiro per il giorno in cui avrebbe dovuto mentire, senza turbarsene, su cose capitali. Difendeva la sua vita ingegnandosi a dissimularla. Si proteggeva contro l’invasione di cui lo minacciava sua moglie, si riservava dei rifugi.
Antoine Bloyé, un essere senza testa né direzione né meta
Antoine si muove, quindi, in funzione di un padre da far fuori ideologicamente e identitariamente parlando. Ogni passo è compiuto per cancellare la sua identità proletaria, ma uno sciopero sgominato contro i lavoratori della ferrovia costituisce l’inizio di una presa di coscienza in Bloyé che si farà sempre più amara: «in quel momento», osserva Pierre, «Antoine detestava gli operai perché, in segreto, li invidiava, perché sapeva, nel suo intimo più profondo, che c’era più verità nella loro disfatta che nella sua vittoria di borghese».
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Questa è l’occasione in cui comincia il triste declino di Antoine. Come gli scioperanti arrestati e licenziati dalla ferrovia, così Bloyé viene disfatto da quella classe borghese che si è servita della sua ambizione per mandare avanti i suoi interessi. Il protagonista si ritroverà a diventare «un oggetto inservibile», «un successo senza importanza», «un successo che non gli lasciava nulla». Del futuro non gli resta nulla, ma nemmeno del passato, in quanto «dimenticati come la fabbricazione d’un mondo senza storia in un cielo ignoto».
Antoine, dunque, è condannato a vivere come «un essere decapitato nella cenere del tempo senza direzione e senza mete», un uomo che da sempre ha continuato a vivere la sua morte, in quanto rinunciare al proprio passato e alle proprie origini per assecondare le proprie ambizioni significa, come scriverà Cynthia Cruz molti anni dopo in Melancolia di classe, vivere come fantasmi senza appartenere a nessun mondo: quello proletario, che la borghesia ci ha fatto odiare; quello borghese, che non ci ha mai amato e ha usato la nostra vergogna per cancellarci.
Leggere «Antoine Bloyé» per capire il mondo di oggi
Antoine Bloyé (acquista) non è solo figlio – dimenticato, ma riscoperto grazie ad Ago Edizioni – di Bel Ami o di La fiera della vanità, ma è anche un romanzo che mostra la lucidità di pensiero di un intellettuale come Paul Nizan venuto a mancare troppo presto – morì in guerra contro i tedeschi a Dunkerque a trentacinque anni nel 1940 – che già aveva preconizzato quanto sarebbe accaduto più tardi nel ventesimo secolo e agli inizi del ventunesimo con il neoliberismo.
L’ascesa e caduta di Antoine Bloyé – e dunque del padre di Nizan – anticipa infatti tutte quelle riflessioni sociologiche mandate avanti anni più tardi da Eribon, Pierre Bourdieu e autori di lingua inglese come Cynthia Cruz e Mark Fisher attorno alla vergogna di appartenere al proletariato – oggi diremmo working class – e come questo sentimento ci porti sempre più ad avvicinarci a un contesto sociale – quello della borghesia – che non soltanto ci chiede di pagare un prezzo materialmente e umanamente alto, ma ci rifiuta e ci riduce allo stato di fantasmi negandoci il suo ingresso, ma al contempo privandoci di un passato a cui abbiamo rinunciato a causa sua e delle sue illusioni.
Nella vita degli uomini, ci sono anni che sembrano messi in equilibrio, che stanno in piedi e che hanno la disinvoltura di esseri solidamente sistemati, che avanzano con sicurezza, a braccia distese… E ci sono anni che scorrono come corsi d’acqua, e i giorni vi affluiscono come rivoli che sfociano nei fiumi. Alcuni, nati dalla lenta continua fusione dei ghiacciai, giungono a valle su letti di pietre; altri escono da una falda della collina e discendono per la china dei cammini. L’affluente li trascina al fiume, e il fiume va al mare, così come gli anni vanno alla vita. Ma l’oceano non si riempie mai, mentre ogni vita arriva alla propria pienezza: essa evapora d’un sol tratto, si leva come un improvviso vapore, come il fumo cagliato di una esplosione, e non rimane più di quel vecchio mare chiuso che svanisce, se non la lieve impronta subito cancellata. È quel che gli uomini chiamano la morte.
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