Una scomparsa che non è solo una scomparsa

Recensione di «Golden Child» di Claire Adam

10 minuti di lettura
Golden child Claire Adam

Nel suo romanzo d’esordio Golden Child (66thand2nd), Claire Adam costruisce una storia che ha la forma semplice di una scomparsa e al contempo il peso opaco di una condanna. Non c’è nulla, all’inizio, che lasci presagire la tragedia: una famiglia, una casa ai margini della vegetazione, due gemelli che non si somigliano e che già, in quella differenza, detengono il loro destino. Il paesaggio è fermo, quasi sospeso, come se tutto fosse già accaduto ma non ancora detto. Poi uno dei due – Paul, quello “sbagliato” – si perde nel bush, e da quel momento tutto (lentamente e inesorabilmente) si incrina. Non è solo l’evento della scomparsa a mettere in moto la narrazione, ma il modo in cui l’autrice ci rivela ciò che era rimasto nascosto, o più precisamente ciò che era sempre stato visibile ma mai davvero guardato.

La stretta dell’isola

È un romanzo che sembra muoversi in sottrazione, ma in realtà accumula, strato dopo strato, fino a diventare quasi insostenibile. Caldo, insetti, voci di paese, superstizioni, silenzi: l’isola di Trinidad non è uno sfondo ma una pressione costante, una forza che agisce sui corpi e sulle decisioni. Non c’è via di fuga che non sia anche una forma di tradimento verso le proprie radici, non c’è scelta che non lasci un residuo, una scia quasi fatale dietro di sé. Adam lavora però su una geografia emotiva prima ancora che fisica: tutto è vicino, troppo vicino, e proprio per questo ineludibile. E scegliere, qui, significa sempre tradire qualcuno – o qualcosa – anche quando si prova a convincersi del contrario.

Da alcuni giorni è in vigore l’allerta uragano. È solo la seconda stagione delle piogge che padre Kavanagh trascorre a Trinidad, ma anche lui, ancora poco abituato ai ritmi dei Tropici, prova un’improvvisa inquietudine quando, nel cuore della notte, il vento si alza.

Il peso di una gerarchia invisibile

Il centro del libro non è la sparizione, ma la gerarchia invisibile che la precede e la rende possibile. Peter è il figlio “d’oro”, quello su cui investire, quello che può immaginare un altrove; Paul è l’errore, nato sospeso tra la vita e la morte, l’anomalia, il peso che si trascina senza nominarlo. Non è necessario che qualcuno lo dica apertamente: basta il modo in cui viene guardato, o ignorato, il modo in cui le aspettative si distribuiscono senza mai dichiararsi. Adam è precisa nel mostrare come certe dinamiche familiari non esplodano mai, ma sedimentino lentamente, fino a diventare struttura. Quando Paul scompare, la domanda non è solo dove sia finito, ma quanto valga davvero la pena cercarlo – e chi, dentro quella famiglia, può permettersi di porsi una domanda del genere.

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Da tragedia famigliare a morale

Ed è qui che Golden Child cambia registro: da romanzo familiare a tragedia morale, senza mai alzare la voce. Il padre, Clyde, si muove nella giungla come dentro una coscienza che non riesce più a orientarsi, e ogni passo è insieme fisico e mentale. La ricerca diventa una forma di confronto, quasi un processo, in cui non ci sono prove definitive ma solo intuizioni che pesano come sentenze. Adam costruisce una tensione che non si appoggia all’ignoto, ma alla consapevolezza: il lettore capisce prima dei personaggi, intravede ciò che loro non riescono ancora ad ammettere. Ed è proprio questo scarto a generare inquietudine, a trattenere il racconto in una lentezza carica, in cui ogni gesto sembra già avere conseguenze irreversibili.

«[…] Mio fratello è un genio.» Guarda padre Kavanagh. Deglutisce, cerca di controllare la voce. «Inoltre, sono un po’ ritardato. Perché ho avuto dei problemi alla nascita.» Torna a guardare padre Kavanagh. Il prete è serio, ma non sembra arrabbiato. Paul fa spallucce, come a dire: ecco, tutto qui. «Chi te l’ha detto questo?» chiede padre Kavanagh. «Non lo so. Solo che – è così. Nessuno l’ha detto, è solo così.»

Una scrittura per attrito

La scrittura di Claire Adam è piana, quasi trattenuta, e proprio per questo lascia filtrare un’inquietudine continua. Non indulge mai nel melodramma, anche quando la materia narrativa lo permetterebbe; preferisce lavorare per attrito, accumulando dettagli minimi fino a farli pesare più degli eventi stessi. Un rumore, uno sguardo, una frase lasciata a metà: sono questi gli elementi che costruiscono la tensione, più di qualsiasi svolta narrativa. Il risultato è un romanzo che si addensa lentamente, fino a diventare difficile da sostenere. Un pugno nello stomaco, sì, ma dato senza slancio, quasi per necessità, come se non ci fosse un altro modo possibile di raccontare questa storia.

Un amore sproporzionato

Come spesso accade nei romanzi che raccontano famiglie, il vero tema è la possibilità – o impossibilità – dell’amore. Qui l’amore esiste, ma non è mai equo: è distribuito male, inclinato, condizionato da aspettative che nessuno ha davvero scelto. È un amore che si muove dentro gerarchie implicite, che si adatta, che si giustifica. E quando arriva il momento di decidere, non basta. Non basta essere padre, non basta aver voluto bene: bisogna stabilire chi merita di più, o chi può essere salvato. Adam non offre scorciatoie morali, non concede appigli consolatori: costringe il lettore a restare dentro questa sproporzione, a riconoscerla senza poterla risolvere.

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L’indicibile

Golden Child è un romanzo che lavora sul confine tra ciò che si può dire e ciò che si deve tacere, tra ciò che si sa e ciò che si è disposti ad ammettere. In questo spazio stretto, quasi soffocante, costruisce una storia che non cerca consolazione né redenzione, ma solo una forma di verità. Una verità scomoda, che riguarda non solo i personaggi ma anche chi legge: che nelle famiglie, a volte, non tutti i figli sono uguali, e che questa disuguaglianza non è un incidente ma una struttura. Ammetterlo, anche solo per un istante, significa incrinare l’idea stessa di amore su cui ci si regge. E da lì, tornare indietro, diventa impossibile.

Tiene gli occhi fissi sullo schermo, ma in testa ha un’immagine di sé stesso che si avvicina ai cancelli dell’ospedale psichiatrico con due bambini, ne manda uno oltre i cancelli e si volta per andar via, con l’unico figlio rimasto.

Il lettore ideale di Golden Child

Lo consigliamo a chi non ama i romanzi comodi, ma piuttosto quelli velati da una punta di disagio e irrequietezza, a chi non mira al puro intrattenimento. Golden Child (acquista) di Claire Adam è una storia che funziona più come una pressione che come una trama: trattiene da dentro, senza spingere il lettore veramente in avanti.

A chi ama le storie familiari quando conservano un’accezione morale, dove il poco che succede pesa moltissimo e certe atmosfere lente, dense, in cui il paesaggio conta quanto i personaggi. Un po’ come accade in certa letteratura russa.

E soprattutto a chi è disposto a restare dentro una domanda scomoda senza cercare una risposta rassicurante. Perché il cuore del libro è lì – nella scelta impossibile che un padre è costretto ad affrontare.

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Ester Franzin

Lettrice incallita, amante della letteratura e della lingua italiana in tutte le sue declinazioni. Classe 1989, è nata in un paesino della Pianura Padana. Si è laureata in Storia dell’Arte a Venezia e poi si è trasferita a Rimini, nel cuore della Romagna. Ha frequentato la scuola Holden di Torino e pubblicato il suo primo romanzo «Il bagno di mezzanotte».

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