Giulia Olga Fasoli nel 2022 ha conseguito un dottorato in Studi Germanici e Slavi presso l’università di Roma “La Sapienza”, con una tesi sulla poetica tarda di Tadeusz Różewicz. A distanza di alcuni anni, Fasoli ritorna a occuparsi in maniera sistematica di uno dei più grandi poeti polacchi, curando una notevole antologia per Elliot Edizioni. Il volume raccoglie alcune delle sue prove più significative, spaziando dall’esordio, Inquietudine, del 1947, fino all’uscita postuma L’ultima libertà del 2015.
In Italia, purtroppo, Tadeusz Różewicz (1921-2014) – a differenza dei connazionali Czesław Miłosz, Zbigniew Herbert e Wisława Szymborska – ha avuto fortune editoriali alterne. La prima apparizione è nel 1963, quando viene pubblicata su «Sipario» la pièce Cartoteca con la traduzione di Anton Maria Raffo. Seguirà un anno dopo per Mondadori Colloquio con il principe, prima antologia di un poeta polacco del secondo dopoguerra tradotta in Italia grazie all’intuizione di Carlo Verdiani. Bisognerà aspettare, però, gli anni Duemila, con Il guanto rosso e altre poesie e Bassorilievo, entrambe edite da Scheiwiller che – anche con il supporto della moglie Alina Kalcinzska – pubblicherà alcune e fondamentali sillogi polacche. Solo nel 2007 si è assistito alla pubblicazione dell’antologia Le parole sgomente e quattro anni dopo del romanzo Una morte tra vecchie decorazioni, entrambi per la traduzione di Silvano De Fanti. A distanza di quindici anni, Giulia Olga Fasoli riporta in libreria Tadeusz Różewicz.
L’intervista
L’antologia ha in copertina una nota fotografia di Adam Hawałej che immortala Różewicz con un dito alla bocca, nel segno di tacere. Che rapporto c’è tra la sua poesia e il silenzio? Sono suoi i versi «il silenzio è lo specchio / delle mie poesie / i suoi riflessi tacciono».
Il ruolo del silenzio nella poetica di Różewicz è cambiato nel tempo, ma se volessi riassumere direi che si sviluppa su almeno tre piani. Innanzitutto è un tema esplicito nelle sue poesie, in particolare da Bassorilievo in poi. Inoltre, è presente nella sua biografia, perché un poeta così noto – divenuto un classico già da giovanissimo – interrompe l’attività poetica per quasi vent’anni. In quel periodo continua a scrivere prosa, anche per il teatro e il cinema, ma non pubblica nuove poesie. E poi il silenzio, in un certo senso, è come se fosse un mezzo, parte del suo processo creativo. Ho lavorato molto sui manoscritti e leggendoli si nota subito come proceda per sottrazione: si parte da poesie molto lunghe per arrivare a componimenti piuttosto scarni. Quindi il suo sembra quasi un tentativo di raggiungere il silenzio, un voler dire sempre meno. «Sempre meno parole», d’altronde, è una regola del suo maestro Julian Przyboś.
Sicuramente l’antologia offre un quadro esaustivo della crescita poetica e del processo creativo del poeta. Tuttavia, che criterio è stato adottato nella scelta dei testi proposti?
Mi interessava sottolineare il suo rapporto con la fede. Certamente c’è un rapporto conflittuale che affronta in maniera esplicita nella poesia senza, dove scrive: «la vita senza dio è possibile / la vita senza dio è impossibile». Questo è un problema irrisolto tanto nella poesia quanto nella biografia di Różewicz. Con questa antologia volevo dimostrare come il discorso su Dio e quello sulla parola poetica spesso proseguano in parallelo. Quando parla della poesia sembra che parli di Dio e viceversa. La sua sfiducia nella fede e in Dio è accompagnata anche dalla sfiducia nei confronti della poesia stessa. Non a caso fa dell’ironia – e dunque dell’autoironia – sulla figura del poeta. Ho voluto presentare molte poesie di carattere metapoetico per mostrare come questi due discorsi siano interconnessi fra loro.
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Come precisi in prefazione, Szymborska non esitava a riconoscerlo come il maestro di una generazione per cui «ognuno di noi gli deve qualcosa, ma non tutti sono disposti ad ammetterlo». Różewicz si è mai riconosciuto questo ruolo? Con la sua arguzia, in chiusa a un poeta normale, scrive «e vedo (con stupore) / che le poesie dei miei illustri / colleghi (e colleghe) / diventano simili / alle mie poesie / e le mie vecchie poesie / sono simili alle / loro nuove poesie».
No, per niente, anzi soffriva per questo ruolo! È successo quasi suo malgrado. È stato il primo a iniziare a scrivere poesia come si è fatto poi in tutto il resto d’Europa dopo il secondo conflitto mondiale: niente più artifici retorici, verso libero e un linguaggio molto scarno. Però in Polonia è stato tra i primi a farlo e di conseguenza è stato imitato. Tuttavia, rispetto a Miłosz, che aveva un atteggiamento da poeta vate, Różewicz non voleva ricoprire quel ruolo in nessun modo. Ha cercato di sottrarsi, escludendosi anche fisicamente (con la decisione di lasciare Cracovia prima per Gliwice e poi per Breslavia) da circoli e correnti letterarie, che implicavano anche un’adesione ideologica di un certo tipo che a Różewicz non interessava. Peraltro ha pagato duramente la scelta di non prendere una posizione politica con una certa avversione nei suoi confronti del mondo letterario che ha influito sulla sua fortuna, non solo in patria.
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta, Różewicz sospende la pubblicazione di poesie. Cosa accade in quel periodo? E con Bassorilievo del 1991 come cambia la sua poetica?
È un momento di forte crisi personale e artistica, in cui Różewicz perde la fiducia nella parola poetica. Vive il dolore del mondo che lo circonda come un peso che gli impedisce di fare poesia. Per Różewicz l’etica viene sempre prima dell’estetica, e in quegli anni rinuncia al ruolo di poeta perché dubita della sua rilevanza all’interno della società. Poi, come sappiamo, riemerge da questa crisi pubblicando uno dei suoi capolavori. È come se dopo anni riprendesse la parola poetica e tentasse di ripulirla dal fango che l’aveva avvolta (l’immagine è presente in una poesia senza titolo degli anni Novanta). Nell’edizione polacca di Bassorilievo, a fronte delle poesie ci sono le riproduzioni dei manoscritti. È un’operazione curiosa, cosa ci sta dicendo? Secondo me che l’opera non è mai veramente finita, ce la mostra nel suo divenire. E lascia intuire anche il lavoro immenso dietro ogni poesia. Tutto ciò che rimane sullo sfondo dei versi crea una tensione molto forte tra ciò che viene espresso e ciò che non viene detto e Różewicz rimarca questo concetto lasciando intravedere fisicamente il non detto, tutto ciò che è stato eliminato. In seguito, la sua poesia diventa tutt’altra cosa. Si scaglia contro la società contemporanea e la combatte con i suoi stessi strumenti; inizia a scrivere una serie di poesie-fiume che giocano sul deterioramento del linguaggio. Non c’è più un lavorio, la limatura della parola, ma tutto il suo contrario.
È come se in alcuni componimenti emergesse un profondo senso di inadeguatezza. Różewicz sembra coltivare un fascino per figure complesse, con retaggi familiari e artistici ingombranti. Fra i componimenti più notevoli della raccolta figurano quelli dedicati a August von Goethe e Klaus Mann. Da dove potrebbe nascere l’impulso di analizzare per queste figure?
È un elemento che mi ha sempre molto incuriosito. Una mia interpretazione personale è che in Różewicz sia implicitamente molto presente il pensiero del fratello Janusz, ucciso giovanissimo dai nazisti. È lui che ha introdotto Różewicz alla letteratura, alle prime letture, e, in un certo senso, era lui il poeta della famiglia. Dunque, almeno per me, è come se sentisse di ricoprire un ruolo che non era il suo o in ogni caso se provasse un certo imbarazzo nel riconoscersi come poeta; per questo si immedesima nel fragile figlio di Goethe, August, piuttosto che nel tonante August Wilhelm, o in Klaus Mann, morto suicida e che pure è stato un grande scrittore, piuttosto che nel padre Thomas. In questi componimenti emerge il suo forte rifiuto nei confronti di maestri ritenuti intoccabili e infallibili. Ci sono dei versi ‒ che ho trovato in un manoscritto preparatorio della poesia su August von Goethe e che non sono stati pubblicati ‒ nei quali Różewicz esplicita questo punto: non ha la stessa fiducia incrollabile nella parola dei grandi autori del passato, e trova il suo unico conforto nel pensare che un giorno «morirà tutto», in piena antitesi al non omnis moriar.
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È come se Różewicz riuscisse a intessere dei dialoghi in forma poetica con i suoi interlocutori ideali. In Bassorilievo, tra gli altri, vengono ripresi i personaggi di Hölderlin, Heidegger e Paul Celan. In esortazione alla silloge si legge «ma dinanzi al poeta / si apre l’abisso». Cosa intende per “abisso”?
Różewicz usa “przepaść” – corrispettivo di “abisso” in polacco – pochissime volte. Parla molto più spesso di “dno”, cioè “fondo”. A mio avviso quando Różewicz parla di abisso si riferisce alla mancanza di un “fondo”, che per lui è la dimensione etica, e all’impossibilità di un rapporto con il divino. In Bassorilievo intesse un dialogo circolare con Hölderlin, Heidegger e Paul Celan; riprendendo Hölderlin, Heidegger afferma che «l’epoca a cui manca il fondamento pende nell’abisso» e sono i poeti i soli in grado di portare alla luce le tracce del divino. Per Różewicz questo non è più possibile e di fronte al poeta non si apre nessuna possibilità, il ruolo di mediatore fra il divino e l’umano è venuto meno, non c’è più nessun fondo verso cui cadere e da cui risalire. Per questo afferma che «l’uomo contemporaneo / cade in tutte le direzioni», prima si cadeva verticalmente, «oggi / si cade / orizzontalmente». L’abisso è quindi la mancanza di una dimensione etica e spirituale verso la quale proiettare la propria poesia.
Si dice come Celan fosse rimasto sconvolto dalla sofferenza e dal dolore del Cristo nella Crocifissione di Matthias Grünewald. Anche Różewicz nutre un forte rispetto nei confronti dell’arte figurativa, in particolare della pittura. Ad esempio, l’arte di Francis Bacon – più o meno esplicitamente – accompagna molte delle poesie. Perciò, come viveva il disegno e la pittura? E in che misura hanno condizionato la sua poesia?
Różewicz non sopportava la compagnia dei letterati e preferiva circondarsi di artisti, primo fra tutti il pittore di icone Jerzy Nowosielski, ma era molto vicino anche a gran parte degli altri pittori dell’avanguardia di Cracovia. Con Nowosielski c’è un bellissimo carteggio dove si parla molto di arte ma anche di poesia, di letteratura. Sempre in queste lettere più di una volta Różewicz esprime la sua invidia per i pittori perché riescono a esprimere la poesia senza le parole. Per lui l’arte rimane un linguaggio fondamentale ed è per questo che è sempre in dialogo con i grandi artisti del suo tempo. Un esempio è Bacon, a cui dedica anche una lunga poesia. Nonostante i due sviluppino temi similari, l’arte di Bacon a differenza della poetica di Różewicz è molto cruda, violenta e indugia spesso nel dolore. Tuttavia, è come se rappresentasse quasi un sollievo: nelle opere di Bacon è raffigurato tutto il dolore che il poeta non ha voluto esprimere con le parole e che dalle sue poesie si intuisce soltanto. Dall’altra parte abbiamo le icone di Nowosielski, una rappresentazione materiale del divino e l’artista come tramite tra mondo sensibile e sovrasensibile, un’immagine molto cara anche a Różewicz che aspira ad attribuire un ruolo simile al poeta.
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Sanguineti scrive come ammirasse la capacità di Różewicz di affrontare la storia: «Il suo, era subito evidente, era un modo pieno di allegro pudore, di vergogna sarcastica, di disperata disinvoltura». Forse risiede in questa breve descrizione il senso della grande poetica di Różewicz.
La frase di Sanguineti piace molto anche a me, ma non so quanto possa adattarsi davvero alla sua poetica. Piuttosto, forse, al suo carattere. Tuttavia, appare chiaro come siano aspetti fondamentali a cui si deve anche il suo successo. Riesce ad affrontare argomenti davvero impegnativi con una certa leggerezza e ironia, come se non si prendesse troppo sul serio. Su questo aspetto ci sono delle affinità con Szymborska. Come dicevamo, a lui non interessa essere un grande poeta o il grande maestro di una generazione. Nella sua scrittura emerge la volontà di volersi rapportare agli altri, di uscire da sé e assumere un ruolo nella società. C’è una grande attenzione, nelle sue opere, a quanto accade nella società contemporanea, in particolare negli ultimi anni della sua vita.
Questa tua opera entra a pieno diritto nelle antologie italiane dedicate alla poesia polacca. Vorresti continuare con progetti simili oppure – considerato ancora il notevole materiale inedito in Italia – vorresti continuare a tradurre Różewicz?
Se fosse per me tradurrei l’opera omnia di Różewicz, che si compone di dodici volumi! Se dovessi scegliere, però, mi piacerebbe tradurre i carteggi. Ha scritto migliaia di lettere, una corrispondenza fittissima con amici e artisti. Le sue lettere sono come dei trattati di filosofia. D’altra parte, sarebbe interessante tradurre alcuni classici polacchi inediti in Italia oppure anche scoprire qualche poeta contemporaneo e tradurlo per la prima volta.
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