Nessuno che sospetti qualcosa

«Primavera oscura» di Unica Zürn

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«Primavera oscura» di Unica Zürn

Primavera oscura, pubblicato per la prima volta nel 1969, è un racconto incredibilmente sconcertante di Unica Zürn, autrice ancora poco nota – purtroppo – al pubblico italiano.

Grazie alla prima azione editoriale di Scaldasole Books – facente capo all’omonima libreria milanese – il libro viene proposto con la traduzione di Margherita Malerba e la sapiente postfazione di Paola Del Zoppo. Il volume – oltre all’elegante resa grafica – è arricchito da alcune cartoline raffiguranti i disegni di Unica Zürn che nell’intento dell’editrice Giulia Basaglia intendono avere «vita autonoma e potenzialmente slegata dalla pagina scritta». Opere grafiche conturbanti, complesse e difficilmente catalogabili che, proprio per la loro natura misteriosa, celano un enorme fascino. Infatti, per utilizzare le parole di Eva-Maria Thüne: «Se i disegni quindi talora colpiscono per il loro carattere documentario molto concreto, altre volte questa concretezza quasi da art brut viene meno, perché non sono prodotti oggetti precisi».

La zona di disagio

Unica Zürn nasce a Berlino nel 1916 da una famiglia agiata e vive intensamente la propria infanzia – non senza significativi traumi, che riporterà all’interno di diverse sue opere, tra cui, Primavera oscura. Negli anni Cinquanta conosce il pittore Hans Bellmer, che segue a Parigi e con cui rimarrà fino alla morte. Nella Ville Lumière frequenta il gruppo dei surrealisti: infatti, fra i suoi amici annovera nomi del calibro di André Breton, Marcel Duchamp, Victor Brauner, Marx Ernst e soprattutto Henri Michaux, a cui dedica il romanzo L’uomo del gelsomino (pubblicato in Italia negli anni Ottanta da La Tartaruga con anche Primavera oscura e altri testi, tradotti da Silvia Bortoli e Lydia Magliano).

Zürn, da emigrante berlinese, persiste nello scrivere in lingua tedesca, ma con la guida e l’insegnamento dei colleghi parigini viene attratta e coinvolta in tecniche artistiche innovative: infatti da Bellmer viene introdotta alla scrittura per anagrammi e da Michaux al disegno automatico. D’altro canto, in Primavera oscura primeggia un uso sapiente del periodo breve, che conferisce una frammentarietà solo illusoria al testo. Infatti, come nel tratto dei suoi migliori disegni, la trama si snoda e dirama senza mai perdere il senso della forma. Le conseguenze e i relativi traumi vengono enunciati, senza che vi sia una conclusione, anche perché – per citare Del Zoppo – «dobbiamo entrare a prendere dimora in una zona di disagio».

Il risveglio dell’infanzia

Primavera oscura – il cui titolo originale è Dunkler Frühling – è un omaggio a Risveglio di primavera di Frank Wedekind, opera fondante che ammette anche la rappresentazione del risveglio sessuale femminile. Tuttavia, il testo teatrale è solo un punto di partenza per le riflessioni di Zürn. L’infanzia, in particolare, viene presentata per accumulo di immagini e come periodo non necessariamente separato dalla vita adulta, ma più propriamente emarginato.

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La prosa nella sua spietatezza espone il susseguirsi delle vicende come su un tavolo anatomico, tanto che «Zürn non offre chiavi interpretative […]. Il lettore è costretto a confrontarsi con la nuda esposizione dei fatti […] in cui il riconoscimento è sistematicamente negato». Nonostante però la livida e palpabile realtà di alcuni passaggi, l’autrice non rinuncia ad alcune immagini decisamente più allegoriche, anche per assecondare determinate metafore:

I raggi passano attraverso le finestre del salone […]. Prova a salire su una di queste travi di sole per arrampicarsi fino al cielo. A volte è ancora molto infantile per i suoi dodici anni. Cade dalla sua trave di sole trasparente sbattendo il naso. Magari ci riuscirà un’altra volta. Le vacanze estive stanno per cominciare: il tempo della libertà assoluta.

Dall’ich al sie

Rispetto ad Appunti di un’anemica e La casa delle malattie, raccolti e tradotti da Eva-Maria Thüne in Due diari (L’Obliquo, 2008), Zürn cambia prospettiva. Infatti, mentre in questi testi assume il punto di vista dell’“io” (ich), negli anni Sessanta introduce l’uso della terza persona singolare “lei” (sie). L’autrice, dunque, anche nel linguaggio si estranea dai propri fatti di carattere più autobiografico. In questo contesto, emerge in tutta la sua disperazione anche il quadro familiare, fra le violenze del fratello maggiore, le assenze sempre più ingombranti del padre e le angherie della madre. La giovane protagonista è così sempre alla ricerca di figure esemplari senza però che riesca a trovare una reale soluzione:

Chi può sopportare l’amore senza morirne? Il suo duro destino è scoprire il primo amore da bambina. Non ha la minima esperienza e non ha difese. Si sente come un granello di polvere in una violenta tempesta. È come se fosse in un vortice selvaggio. Nessuno che possa aiutarla, nessuno che sospetti qualcosa.

Tutto, dunque, rimane sospeso, irrisolto e la narrazione prosegue per un’inerzia catatonica e allucinata. I tratti degli attori si confondono, i ruoli si sovrappongono. I fatti osservati tramite la lente dell’infanzia – per riprendere un titolo di Franz Werfel – sembrano dire che il colpevole non è l’assassino ma la vittima.

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L’oggetto del desiderio

D’altronde, Primavera oscura non ha nessun intento formativo e tantomeno moralistico. È il racconto di un’infanzia, del suo progredire per azioni e pensieri. La fantasia immaginifica della protagonista si alimenta di film come Il ladro di Bagdad con Douglas Fairbanks e di libri come Ventimila leghe sotto il mare di Jules Verne, ma soprattutto di esperienze. La morbosa curiosità viene tanto assecondata quanto ricercata in un ossessivo appagamento.

La ricerca e la soddisfazione del sentimento viene avvallata da un pretesto concreto che assume i contorni di un feticcio. Dalle innocenti letterine d’amore tra coetanei – anche se sempre più ardenti – si passa a conservare il nocciolo della pesca mangiata dall’amato. Il tutto trova un suo culmine – deflagrando poi nel finale tragico – nell’inghiottire la fotografia dell’oscuro oggetto del desiderio. Tuttavia, rispetto all’opera buñueliana non c’è spazio per l’ironia, e il grottesco – anche quando accennato – viene immediatamente dismesso.

Ha ragione Thüne quando afferma come ci sia «un sobrio senso di realtà […] anche nei momenti peggiori […]; Zürn sa stare tra il desiderio di un ideale di scrittura e l’evolversi di una scrittura non finita, accettando che quanto tesse si spezzi e che si possa ricomporre, senza forme falsamente consolatorie».

Primavera oscura assume le fattezze di un talismano. Come ricorda Del Zoppo, siamo dinanzi a un’autrice lucida. D’altronde il libro «non chiede di essere interpretato come sintomo, ma come diagnosi: non della mente individuale, ma dell’ordine simbolico che genera soggetti vulnerabili e li abbandona». Non c’è consolazione e tanto meno spettacolarizzazione, esiste solo un’opera incredibilmente vera, incredibile nella sua spietata disamina.

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Lorenzo Gafforini

Lorenzo Gafforini, classe 1996, è nato e vive a Brescia. Laureato in Giurisprudenza, negli anni i suoi contributi sono apparsi su «La Repubblica», «Il primo amore», «Flanerì», «Frammenti Rivista», «Magma Magazine» e «Niederngasse». Ha curato la pièce Se tutti i danesi fossero ebrei (Lamantica Edizioni) e il poema Il colombo di Santiago (Lemma Press) di Evgenij Evtušenko. Sono seguite le curatele dell’opera teatrale Il boia di Brescia (Fara Editore) e del romanzo Tenderenda, il Sognatore (Editoriale Jouvence) di Hugo Ball. Ha curato anche l’antologia poetica Terra – Emblemi vegetali di Luc Dietrich (Edizioni Grenelle). Ha co-tradotto Idiota, il breve volume di racconti sulla boxe di John Huston (WoM Edizioni) e ha approfondito la figura di Sławomir Mrożek curando Quando finirà tutto questo? (Lamantica Edizioni). Recentemente si è dedicato anche all’opera di Enrico Emanuelli con la nuova edizione di Curriculum mortis (Edizioni Grenelle). Ha collaborato alla realizzazione della versione italiana della graphic novel Gli aeroplani a Brescia di Moritz von Wolzogen con postfazione di Reiner Stach (La Compagnia della Stampa), tratta dall’omonimo reportage di Franz Kafka. Le sue pubblicazioni più recenti sono: la raccolta poetica Alfeo (Fara Editore), il racconto lungo Millihelen (Gattomerlino Edizioni) e il romanzo La meccanica del suono (Transeuropa Edizioni).

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