Il corpo che si fa mappa d’amore

«Arkansas. Storia di mia figlia» di Chiara Tagliaferri

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Arkansas Chiara Tagliaferri

Arkansas. Storia di mia figlia di Chiara Tagliaferri (Mondadori, 2026) è una delle uscite più discusse degli ultimi mesi. Leggendolo, si avverte una tensione palpabile tra il desiderio e la norma, tra il corpo e la legge, tra ciò che si vuole e ciò che si può. Tutto, in questo romanzo, acquista contorni slabbrati. Ed è una narrazione che mette alla prova la capacità di giudizio e di ascolto dei lettori, non tanto per la storia che racconta – pur straordinaria nella sua concretezza – quanto per la lingua che sceglie di utilizzare: tagliente, autoironica, a tratti spietata, capace di fare male esattamente dove vuole.

Tagliaferri – già nota al grande pubblico per il progetto Morgana, costruito insieme a Michela Murgia, e per il romanzo Strega comanda colore – cambia rotta e, se vogliamo, anche registro. Mette da parte la narrazione di figure mitologiche e di donne altrui: racconta sé stessa, in prima persona. Il risultato è un testo che si muove con disinvoltura tra memoir, romanzo di formazione adulta e manifesto politico, senza che nessuna di queste etichette riesca a contenerlo davvero.

Il 16 ottobre 2024, il Senato italiano approva in via definitiva il disegno di legge n. 824, rendendo la gestazione per altri un reato perseguibile anche se commesso all’estero da cittadini italiani. La legge entrerà in vigore il 3 dicembre, dopo la sua pubblicazione in “Gazzetta Ufficiale”, come previsto dalla normativa italiana.

Un viaggio in due direzioni

Il libro si struttura attorno a una doppia traiettoria. Il primo viaggio è interiore e medico: a quarant’anni, dopo una diagnosi di menopausa precoce, Chiara scopre che il suo corpo non le permetterà di diventare madre per vie ordinarie. Inizia così una lunga discesa nel labirinto delle cliniche per la fertilità, fatto di esami, terapie invasive, attese e speranze infrante. È un percorso che l’autrice ci mostra senza alcuna aureola e senza facili consolazioni: la sofferenza è nominata con precisione chirurgica, l’autoironia non risparmia nulla, nemmeno i momenti in cui il desiderio assume le forme meno edificanti dell’egoismo o della vanità.

Per dodici giorni sollevo le gambe a novanta gradi, le appoggio a divani, muri, testiera del letto. Quando lo vedevo fare nei film mi sembrava una cretinata. E ora invece eccomi qui, una gallina che cova l’aria. Nessuno me l’ha consigliato ma non sono brava a sperare che le cose vadano bene, confido più nella superstizione.

Il secondo viaggio è geografico: quando le strade italiane sembrano esaurite, Chiara e il marito Nicola Lagioia intraprendono un’odissea lunga sette anni che li conduce nel Sud degli Stati Uniti, in Arkansas. Una terra di boschi, fucili, diner e Walmart – una periferia americana che la scrittura trasforma in paesaggio mitico, quasi fiabesco, popolato di sirene sperdute tra gli scaffali dei supermercati e cerbiatti che indicano la strada. È lì che incontreranno Daisy, la gestante che renderà possibile la nascita di Lula, la loro bambina, nata il 13 febbraio 2024 all’ospedale di Hot Springs.

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La lingua come atto politico

Il centro di gravità del libro è, come già detto, la sua voce. La lingua di Arkansas – come ha osservato anche Antonella Lattanzi – «fa male e fa arrabbiare e piangere». Rifiutando un’enfasi stucchevole, non utilizzando la retorica della maternità come sacrificio o missione, Chiara Tagliaferri preferisce invece esporsi in tutta la sua contraddittorietà, ammettere le proprie fragilità e i propri calcoli, la distanza che a volte si apre anche in una coppia solida quando affronta un’esperienza al limite.

Da questa crudezza dello sguardo emerge il taglio politico di Arkansas. Lula è nata otto mesi prima che il governo italiano dichiarasse la gestazione per altri reato universale: questa coincidenza temporale aleggia su ogni pagina, trasformando una storia privata in un documento pubblico, una testimonianza che interroga i confini tra corpo, legge e libertà.

“Chi protegge i bambini?” domando a Nicola, seduto al mio fianco, sul divano. La domanda vera, quella che più mi preoccupa: chi proteggerà me? Parlare significa esporsi, diventare ricettacolo di giudizi che si trasformano in sentenza. Il tribunale mediatico, famelico, stabilirà: la femminista che ha sfruttato i corpi delle donne, penso mentre faccio e disfo la valigia.

L’alleanza dei corpi

Uno degli elementi più originali del libro è la costruzione del rapporto fra le tre figure femminili al centro della vicenda: Chiara, la donatrice (anonima) e Daisy. Si tratta probabilmente della costruzione di un accordo tra corpi che decidono di condividere qualcosa di irriducibile. Non vi è idealizzazione o semplificazione di questo rapporto: Daisy – che somiglia, dice l’autrice, a Laura Palmer, con tutta l’ambiguità e la luminosità che questo riferimento comporta – è una presenza piena, non solo uno sfondo funzionale alla storia.

Di settimana in settimana, Daisy ci manda le evoluzioni: Lula diventa un lampone, un’oliva, una piccola prugna, un lime, una pesca, un limone… Ogni volta corro a comprare il frutto in cui lei si trasforma e lo mangio (finché riesco, mi piace inghiottirlo tutto intero). Lula finisce nella mia pancia.

Ed è forse in questa attenzione all’alterità, con uno sguardo che cerca di soffermarsi anziché utilizzare, che il libro trova probabilmente la sua dimensione più propriamente letteraria. La questione etica della GPA non viene risolta né aggirata: viene abitata, con tutte le sue zone d’ombra, le sue domande senza risposta, i suoi costi – economici, fisici, emotivi – che il testo elenca con precisione quasi documentaristica.

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Il memoir come genere impossibile e necessario

Arkansas (acquista) appartiene a quella zona ibrida della narrativa contemporanea in cui l’io narrante non può essere separato dall’autrice, e in cui questa sovrapposizione è al tempo stesso il rischio e la risorsa principale del testo. L’autrice lo sa, e gioca con questa instabilità: il libro si presenta come memoir letterario, ma non rinuncia agli strumenti del romanzo – la costruzione dei personaggi, l’invenzione del dettaglio rivelatore, il ritmo della prosa che accelera e rallenta.

Il paesaggio dell’Arkansas diventa una metafora e uno scenario reale insieme: una terra liminare in cui l’ordinario e il mitico coesistono, in cui Elvis esce dai jukebox e i cervi attraversano la strada come emissari di un’altra grammatica del possibile. Vi è la precisa scelta di un registro visionario per raccontare un’esperienza che eccede la cronaca e richiede, per essere detta, qualcosa che assomigli alla favola.

In un momento in cui le parole maternità e famiglia sono diventate terreno di scontro politico, Arkansas sceglie di raccontare partendo dal sé: forse non lo fa per rispondere alle accuse ma per rendere visibile la complessità di ciò che quelle parole contengono.

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Ester Franzin

Lettrice incallita, amante della letteratura e della lingua italiana in tutte le sue declinazioni. Classe 1989, è nata in un paesino della Pianura Padana. Si è laureata in Storia dell’Arte a Venezia e poi si è trasferita a Rimini, nel cuore della Romagna. Ha frequentato la scuola Holden di Torino e pubblicato il suo primo romanzo «Il bagno di mezzanotte».

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