Esistono autori che, nonostante i chiari meriti, sembrano destinati a una sorta di purgatorio. Magari in vita hanno ricoperto un ruolo fondamentale per la definizione artistica e culturale di un’intera generazione. Esistono, dunque, certe figure condannate ad essere ridotte a un aneddoto, oppure a qualche libro o articolo di giornale disperso o, addirittura, in una fotografia contenuta in chissà quale archivio. La loro memoria, l’importanza del ruolo, sarà portata avanti da amici e colleghi e poi? Con il cambio delle stagioni il rischio di perdere l’appreso diventa sempre più minaccioso.
L’antologia Umberto Barbaro. Un maestro curata da Mario Patanè e pubblicata per Rubbettino rappresenta una pietra miliare. Non è solo un libro per ricordare, ma per tramandare e raccogliere in maniera omogenea ed estremamente precisa tutto quello che Barbaro ha rappresentato la cultura italiana. Ma chi era Umberto Barbaro?
Dall’immaginismo al realismo
Umberto Barbaro è una delle figure più complesse e poliedriche del primo Novecento italiano. Nasce ad Acireale, in provincia di Catania, nel 1902 e già nel 1908 perde i genitori e il fratello nel terribile terremoto di Messina. Dunque, giovanissimo, si trasferisce a Roma presso parenti e in quell’ambiente culturalmente vivo e stimolante comincia la propria ascesa.
Affascinato dal Futurismo, fonda la rivista «La bilancia» con la collaborazione dei compagni Dino Terra, Vinicio Paladini e Paolo Flores. Tuttavia è con la rivista «La Ruota Dentata» – che vedrà l’uscita di un solo numero – promuove il movimento Immaginista, in cui il motto “arte per arte” viene sostituito con “arte per vita”. Un punto di partenza che condizionerà l’intera sua opera, a partire dal romanzo “realista” Luce fredda che oggi, insieme a capolavori dimenticati come Radiografia di una notte di Enrico Emanuelli e Quartiere Vittoria di Ugo Dèttore, è considerato un caposaldo dell’epoca.
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Verso la settima arte
Barbaro, convinto antifascista e filocomunista, continua ad animare la scena culturale romana, scrivendo anche per il teatro e rappresentando presso il Teatro degli Indipendenti di Anton Giulio Bragaglia. Sono gli anni in cui si avvicina anche alla conoscenza delle lingue e impara – presumibilmente da autodidatta – anche il tedesco e il russo. Comincia a tradurre autori come Heinrich von Kleist, Arthur Schnitzler, Michail Bulgakov, Hermann Kesten e Frank Wedekind.
Tra questi si aggiunge anche Vsevolod Pudovkin che, assieme a Sergej Ėjzenštejn, è uno dei più grandi teorici della settima arte. Barbaro si avvicina così al cinema, che diventerà negli anni la sua più grande passione e a cui dedicherà la maggior parte, se non la totalità, delle energie.
Con Luigi Chiarini nel 1936 è il fondatore del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove insegna varie discipline. Avrà come allievi autori noti come Michelangelo Antonioni, Giuseppe De Santis, Pietro Germi e Pietro Ingrao. Affianca la docenza anche alla collaborazione della rivista «Bianco e nero», nata sempre all’interno del Centro e che diventerà un punto cardine per la critica dell’epoca.
Regia e sceneggiatura
Negli anni immediatamente precedenti, oltre che la teoria, Barbaro aveva messo in pratica quanto appreso girando il suo primo documentario, Cantieri dell’Adriatico. Seguiranno le sceneggiature, fra le altre, di Seconda B per Goffredo Alessandrini, La peccatrice di Amleto Palermi, Viale delle Cinque Lune di Luigi Chiarini e Caccia Tragica di Giuseppe De Santis. Nel 1938 riesce anche a dirige il suo unico film con proprio soggetto e sceneggiatura, L’ultima nemica. Significativo è il lungometraggio Il passo del diavolo, produzione polacca, con la regia di Tadeusz Kański e Aldo Vergano. Il progetto nasce anche grazie al periodo di docenza di Barbaro tra il 1948 e il 1949 presso la Scuola di Cinema di Łódź. Lì conosce anche la futura moglie, Helena Wojciechowska, da cui avrà i due figli Maria e Giuzzo.
Instancabile, Barbaro continua la sua opera di critica cinematografica e a tradurre intellettuali del calibro di Sigmund Freud, Rudolf Arnheim e Béla Balázs. Sono gli anni in cui recupera anche la sua passione per le arti figurative, appresa durante gli anni di studi, e con la consulenza di Roberto Longhi assume la regia di documentari su Carpaccio e Caravaggio. Riconosciuto come uno dei critici e intellettuali più autorevoli nel suo campo, muore nel 1959 a Roma, a nemmeno sessant’anni.
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Per una riscoperta di Barbaro
Umberto Barbaro. Un maestro (acquista) è un testo imprescindibile per lo studio e l’approfondimento di una figura così versatile del Novecento italiano. L’antologia vanta approfondimenti inediti, ma riprende anche testi appositamente redatti in occasione di convegni e ripresi poi da riviste o libri specializzati. Basti ricordare i contributi di Gian Pietro Brunetta nonché di Mario Verdone. Oppure, ancora, la trascrizione del soggetto inedito L’erede di Don Chisciotte di Antonio Pietrangeli con la collaborazione anche di Cesare Zavattini e dello stesso Barbaro. Un film che avrebbe visto come protagonista Totò, attore stimato in più di un’occasione da Barbaro che, in un certo senso anticipa gli studi di Goffredo Fofi.
Il libro, inoltre, è arricchito da un notevole apparato fotografico e, soprattutto, da un’esaustiva bibliografia a cura di Toti Pennisi. Infatti, sono elencati, oltre che alle opere e alle traduzioni, tutte le recensioni e gli articoli scritti durante la sua intera carriera.
L’antologia, dunque, rappresenta un lavoro titanico, una miniera inesauribile di informazioni. Un’opera che, grazie alla sapiente direzione di Mario Patanè, sarà di sicuro supporto a chiunque voglia conoscere non solo un maestro, ma anche un’epoca.
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