«Che tipo di persona sei?» È una domanda semplice, quasi banale. Eppure Mina, la protagonista di Tangerinn di Emanuela Anechoum (Edizioni E/O), non sa rispondere. Gliela rivolge Liz, la coinquilina londinese che la ospita nel suo appartamento perfettamente arredato, fatto di luci soffuse, opere d’arte accuratamente selezionate e di quell’estetica minimalista che oggi sembra certificare una vita riuscita. Liz è ricca, britannica, ossessionata dall’alimentazione salutista e convinta che pubblicare post woke su Instagram basti a fare di lei un’attivista digitale.
Mina la ammira e la detesta con la stessa intensità. Desidera disperatamente appartenere al mondo di Liz e, nello stesso tempo, ne riconosce tutta la superficialità. È in questa tensione che si apre Tangerinn: il romanzo di una giovane donna che ha lasciato il Sud Italia inseguendo un altrove capace, forse, di dirle finalmente chi è.
Identità come performance
Mina lascia il suo paese in Calabria poco più che ventenne. Le ragioni della partenza rimangono oscure persino a lei e, qualunque fossero, sei anni dopo Londra non ha mantenuto le sue promesse. La sua vita si è arenata: è ancora sola, economicamente precaria, con un inglese incerto e nessun autentico senso di appartenenza. Del sogno dell’altrove rimane soprattutto la forma.
Mina sa perfettamente come vorrebbe che apparisse la sua esistenza: un appartamento nel quartiere giusto, mobili scelti con cura, libri, piante, luci calde, amici interessanti. È un immaginario che richiama quello raccontato da Vincenzo Latronico in Le perfezioni, dove la costruzione estetica della vita finisce per sostituirsi alla vita stessa. Ma più che una vita, Mina costruisce un’immagine. Lo ammette lei stessa:
Nel tentativo di costruirmi una nuova identità, avevo finito per essere soltanto la riproduzione di un’idea, qualcosa che avevo semplicemente immaginato.
È la morte improvvisa del padre Omar a far vacillare queste costruzioni. Costretta a tornare sulla costa calabrese, Mina ritrova la sorella Aisha, la madre Berta e il Tangerinn, il bar che Omar aveva trasformato in un luogo d’incontro per gli immigrati della zona. Non è un ritorno nostalgico, ma un rientro fatto di incomprensioni familiari, di ferite mai rimarginate e della sensazione di essere ancora fuori posto: «La persona che ero diventata qui non aveva alcuna importanza».
Da questo momento il racconto rallenta, abbandona la progressione della trama e accompagna la protagonista in una presa di coscienza. Tornare significa capire che il problema non era soltanto il luogo da cui era partita, ma il racconto che aveva costruito intorno a quella partenza: emigrare non riscrive la propria biografia.
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«Tangerinn»: due storie, la stessa domanda
Parallelamente, Anechoum ricostruisce la vicenda di Omar, emigrato dal Marocco verso quell’Europa che, per la sua generazione, rappresentava una promessa di riscatto. È una scelta narrativa originale: la figlia racconta al padre la sua stessa storia, rivolgendosi direttamente a lui in seconda persona. In questo dialogo impossibile, mentre cerca di comprendere il passato di Omar, Mina finisce per leggere anche il proprio.
Per Omar partire significa inseguire un futuro. Il Sud Italia è una tappa del sogno europeo, un luogo in cui cercare lavoro, dignità e una possibilità diversa. Mentre per Mina, decenni dopo, la Calabria rappresenta invece il luogo da cui fuggire verso le grandi città del Nord Europa, simboli di modernità e opportunità.
Le due migrazioni sembrano opposte, ma la struttura del romanzo ne mette in luce la profonda specularità. Entrambe nascono da un desiderio di trasformazione, tanto quanto ne scoprono che nessuna partenza è davvero definitiva. Né Omar né Mina riescono a recidere il legame con il luogo lasciato, con un passato che cambia forma e continua ad accompagnarli.
Oltre i confini
Molte narrazioni contemporanee raccontano la migrazione come un percorso lineare: si parte, ci si integra (oppure no), si costruisce una nuova identità. Tangerinn mette radicalmente in discussione l’idea semplicistica di quest’esperienza, sottolineando che non esiste un altrove capace di cancellare la propria storia. Si può cambiare lingua, città, amici, perfino reinventare la propria immagine, ma il rapporto con ciò che siamo stati rimane aperto.
Anechoum sottrae la migrazione tanto alla retorica del successo quanto a quella della sofferenza, restituendole la sua dimensione più autentica: un’esperienza profondamente umana, fatta di perdite, desideri, contraddizioni e continui tentativi di ridefinire sé stessi.
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Quasi tutti i personaggi del libro hanno attraversato un confine. Cambiare Paese non è ciò che li definisce, ma una delle tante esperienze che compongono una vita. Quello che Tangerinn ci racconta è un processo di disillusione: Mina comprende che nessun luogo, da solo, può salvarla. Né Londra né la Calabria possono dirle chi è. La sua trasformazione consiste nell’abbandonare le immagini attraverso cui aveva cercato di definirsi per accettare un’identità inevitabilmente contraddittoria, fatta di appartenenze molteplici, di ferite e di affetti irrisolti.
È forse proprio di questo che Tangerinn (acquista) risuona con forza al lettore: ci parla del momento, comune a tutti, in cui ci accorgiamo che la persona che abbiamo cercato di diventare non coincide necessariamente con quella che siamo, e che diventare sé stessi e crescere non significa inventarsi una nuova vita, ma imparare ad abitare, senza fuggire, quella che abbiamo già vissuto.
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