È uscito lo scorso ottobre il 44° titolo del sempre ben ponderato catalogo di TerraRossa Edizioni: Questa lotta senza tregua, esordio di Mattia Cecchini. Si tratta di un romanzo incentrato su un sentimento di forte attualità nell’ultimo periodo: la rabbia cieca che scaturisce dalle ingiustizie sociali.
«Questa lotta senza tregua»: la trama
Le vicende narrate in Questa lotta senza tregua ruotano intorno alla decisione di un’azienda, l’IsoBon, di delocalizzare la produzione in Polonia. Uno dei protagonisti, Tommaso, è un operaio che partecipa alle agitazioni messe in atto da colleghi e sindacati, ma con addosso la sensazione che si tratti di una fatica inutile.
L’IsoBon sputa via te e altre centottantasette persone come se foste i semini del cocomero. Prima succhia la polpa, fattura fattura fattura, otto milioni di utili nel 2016, poi all’improvviso decide che vuole cambiare aria. Se ne vuole andare in Polonia. Perché cazzo in Polonia? E allora prima di partire c’è solo da sputare gli avanzi. Gli avanzi siete voi. Tu e tutti gli altri, licenziati con un messaggio su WhatsApp. Il due gennaio, dovevi ancora rispondere agli auguri di capodanno.
Pian piano, Tommaso sente montare un odio sempre più bruciante per Vincenzo Bonci, amministratore delegato dell’IsoBon, e pure per la figlia adolescente Greta. Tommaso, infatti, è ossessionato dalle foto che la ragazzina posta su Instagram, da cui traspare tutta l’agiatezza in cui vive – un’agiatezza che, agli occhi di Tommaso, Greta non ha fatto nulla per meritarsi, e che invece non toccherà mai a sua figlia Elsa. È qui che si inserisce una seconda figura centrale del romanzo: Alessia, la sorella di Tommaso, che conosce Greta perché la aiuta a fare i compiti. Toccare così da vicino la quotidianità di Greta le impedisce di odiarla: d’altronde, nascere in una famiglia benestante non è stato certo un merito, ma non è nemmeno una colpa.
Leggi anche:
L’indignata Teresa e quelle ferite mai guarite
I capitoli narrati dai punti di vista di Tommaso e Alessia si alternano a quelli di un terzo personaggio, Milot (informatico di origine kosovara e fidanzato di Alessia), che a primo acchito sembrano slegati dagli altri: anziché essere imperniati sul presente e sulla vicenda dell’IsoBon, raccontano infatti la sua infanzia tra il Kosova – che non è un refuso, ma la grafia adottata dai kosovari: i lettori scopriranno che c’è un motivo ben preciso se non viene utilizzata la grafia serba a cui siamo abituati – e l’Italia, segnata da un padre manesco e soprattutto da un evento drammatico di cui Milot non riuscirà mai a fare parola con nessuno, nemmeno con le persone che gli sono più care. Eppure, con il passare dei capitoli i lettori si renderanno conto che il passato doloroso di Milot si intreccia perfettamente con la vicenda dell’IsoBon e contribuirà a fargli prendere una decisione irreversibile.
Una forte tensione narrativa
Questa lotta senza tregua si caratterizza fin dal principio per la sensazione incombente che stia per accadere qualcosa di grave. I lettori più attenti riconosceranno una vera e propria “pistola di Čechov” in un dettaglio in apparenza banale che compare all’inizio del romanzo:
Più tardi, dopo cena, Elsa è già a letto, tu e Giada siete sul divano. Quelli dell’appartamento accanto stanno litigando, sentite il loro chiacchierume ovattato sotto la televisione. Dietro di voi, in cucina, la lavastoviglie muggisce. Posi il telecomando sul tavolino davanti al divano, ti accontenti di un documentario su History Channel. […] Sullo schermo scorrono immagini in bianco e nero, una voce calda racconta di Claudio Chiacchierini, rapito nel 1975. Aveva undici anni.
Nei buoni libri nessun dettaglio è mai casuale, e non lo è nemmeno il riferimento (seppur fatto en passant) alla storia vera di Claudio Chiacchierini, sequestrato e poi liberato con un riscatto da un miliardo di lire. Per diversi capitoli i lettori presteranno particolare attenzione a Greta, chiedendosi se anche a lei toccherà una sorte simile – e per diversi capitoli il senso di allerta si risolverà puntualmente in falsi allarmi. La svolta arriva poco prima della metà del romanzo, quando un incidente – a cui Alessia si trova ad assistere – fa nascere in Tommaso l’idea di rapire Greta. È l’occasione a far l’uomo ladro, o era l’unico possibile sbocco della frustrazione che attanaglia il protagonista di questa storia? Alessia tenta invano di dissuaderlo, Tommaso ribatte che colpire così Vincenzo Bonci è l’unico modo rimasto per farsi ascoltare, laddove la diplomazia e la legalità hanno fallito. Anche Milot accetterà di aiutare Tommaso.
Leggi anche:
Anatomia del terrore
Un romanzo quantomai attuale
È qui che Questa lotta senza tregua si inserisce nell’attualità di quello che è stato il mese di ottobre 2026 in Italia e in tutta Europa, aprendo interrogativi sulle disuguaglianze sociali, sulla frustrazione che generano in chi le subisce da una vita, sulla reazione che talvolta diventa esplosiva. La violenza delegittima una lotta che nelle intenzioni sarebbe giusta? Oppure, in certe condizioni, il fine giustifica i mezzi? Dalla storia narrata in questo libro non arriva una risposta definitiva – ma, d’altra parte, non è nemmeno il compito della letteratura. A queste domande, che restano aperte, ogni lettore tenderà a trovare una risposta anche sulla base della propria sensibilità e della propria esperienza personale.
Eppure, un punto su cui probabilmente tutti si troveranno d’accordo c’è. I personaggi di Questa lotta senza tregua sono tutti vittime, più o meno innocenti, di qualcosa al di fuori del loro controllo e davanti al quale devono soccombere, che sia la guerra o la logica del profitto a ogni costo. È una storia in cui, a più riprese, resta la sensazione che tutti abbiano le proprie ragioni – ma che tutti, a un certo punto e in modalità diverse, scivolino dalla parte del torto, trasformandosi in quello che non avrebbero voluto essere.
Può forse venirci incontro un parallelismo. Andiamo, per un istante, al finale di 1984 di George Orwell, in cui il regime totalitario sapeva di avere vinto quando i suoi prigionieri supplicavano che al loro posto venisse uccisa la persona che più amavano al mondo, ovvero quando veniva meno il tratto che più ci rende umani: l’impulso – contrario a ogni istinto di autoconservazione – di proteggere qualcun altro perfino a costo della propria vita.
Con il suo esordio già maturo, che gli era valso la segnalazione al Premio Calvino 2024, Mattia Cecchini costruisce un romanzo che, pagina dopo pagina, svela tutta la disumanizzazione del nostro mondo; se, come accade ai protagonisti, le brutture e le ingiustizie a cui siamo costantemente esposti ci porteranno a smettere di riconoscere la dignità e l’umanità altrui, allora avremo perso tutti. E non è un caso che Questa lotta senza tregua (acquista) sia un libro da cui ogni personaggio, per un motivo o per un altro, esce perdente.
Ai lettori cosa resta? Senz’altro la stessa sensazione di impotenza dei protagonisti; e forse – e a quel punto una storia come questa avrà davvero raggiunto il suo scopo – il desiderio, davanti ai notiziari, di capire come invertire la rotta e scrivere un epilogo diverso.
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!

