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La speranza ultima di Zweig

«Un debito pagato in ritardo» di Stefan Zweig

9 minuti di lettura
Zweig_ un debito pagato in ritardo

Bisogna accogliere sempre con gioia l’uscita di una novella inedita di Stefan Zweig. Soprattutto perché è certo che il lettore non resterà deluso, ma solo appagato. Si tratta, tuttavia, di una pienezza illusoria.

Zweig ha infatti l’insita capacità di non saziare mai davvero chi, in maniera più o meno consapevole, si accosta alla sua opera. Rimane un non so che di ineffabile, come se lo scrittore celasse con eleganza, fra le righe, un’altra verità.

Specialmente nelle novelle, Zweig è il maestro del raccontare senza ambiguità. Nonostante l’affastellarsi di situazioni, sentimenti, sottotrame e divagazioni, il narratore non perde mai la rotta. Conduce il lettore a un finale se non accomodante, perlomeno rassicurante, nel senso di chi sa che nulla ha perso.

La trama, chiara e limpida, si dipana pagina dopo pagina sotto i nostri occhi. Eppure, nonostante un inizio, una fine e uno svolgimento inappuntabili, la novella continua a insinuarsi nelle giornate di chiunque l’abbia letta. Perché? Perché il racconto rischia di diventare indelebile, un aneddoto tanto vivido che pare di averlo vissuto in prima persona.

Come i migliori classici, la letteratura di Zweig assume nuove forme e, nella sua estrema consapevolezza, si fa ancora più palpabile. Un debito pagato in ritardo, edito da Palingenia con la cura e la traduzione di Raoul Precht, non fa eccezione.

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Una lettera dal Tirolo

Un debito pagato in ritardo viene scritta nel Quaranta, quando Zweig lavora al suo memoir, Il mondo di ieri. Ha ormai abbandonato l’Europa, martoriata dal nazionalsocialismo, in favore delle Americhe.

La novella altro non è che una lunga lettera. A scriverla è Margaret, non più giovane, a Ellen, amica d’adolescenza e confidente. Moglie di un medico affermato, Margaret è travolta da una serie di disgrazie familiari che la debilitano nel corpo e nella mente. La soluzione sembra ovvia: un periodo di riposo in campagna, nel Tirolo, potrebbe giovarle.

La donna si ritrova così ospite di una locanda, sì antiquata ma ben tenuta. Bastano poche ore perché si senta a proprio agio in un ambiente così genuino, dove la stanchezza non è da confondere con la severità dei tratti di certi avventori. Spensierata e trasognata, sembra già stare meglio, in comunione con il mondo.

A un tratto, però, l’idillio viene spezzato. Entra un vecchio, corpulento e trasandato, che ordina un boccale di birra con un gergo magniloquente, così poco adatto a una realtà provinciale. Con il suo fare teatrale e il volto da imperatore romano in declino, blatera con i contadini. Cerca di imporre il proprio pensiero su questioni culturali che non possono che infastidire l’auditorio, assorbito nel gioco delle carte.

Margaret, che nel frattempo ne ha evitato lo sguardo, si reca dalla locandiera. È così che apprende che il vecchio, Hans Sturzentaler, è ospite dell’ospizio del paese, in miseria. Divenuto lo zimbello della comunità, è in realtà l’attore che, negli anni della giovinezza a Innsbruck, aveva fatto battere il cuore a lei e all’amica.

Echi di «Lettera di una sconosciuta»

Un debito pagato in ritardo ha diverse analogie con una delle opere più celebri di Zweig, Lettera di una sconosciuta, trasposta magnificamente sul grande schermo da Max Ophüls. In entrambi i casi la trama si snoda attraverso una lettera intima e, dunque, una confessione. In entrambi la vita di una giovane donna viene sconvolta dall’ingresso improvviso di un artista, che la conquista con la semplice imposizione della sua presenza.

Cambia ciò che infatua l’innamorata. In Lettera di una sconosciuta sono i caratteri stampati del famoso romanziere (in Ophüls è un pianista), in Un debito pagato in ritardo sono le parole declamate a teatro dall’attore.

Cambia anche il comportamento dell’uomo. R., lo scrittore, da vero viveur non esita ad approfittare dell’altra, incurante dei suoi sentimenti. Hans, invece, ha riguardo: nonostante il possibile cedimento, adotta le premure del caso per evitare l’abuso e lo scandalo.

La scelta, radicalmente opposta su un punto così cruciale, può dipendere sia dal periodo in cui la novella viene scritta, sia dall’affetto che lo scrittore nutre per il mondo del teatro.

Zweig e il teatro

Come precisa puntualmente Raoul Precht, l’ingresso di Zweig nella letteratura avviene, a parte alcune prove, proprio grazie alla drammaturgia. Come la giovane Margaret, anch’egli era affascinato dalla recitazione e seguiva con grande entusiasmo e curiosità la vita di attrici e attori. Una passione che si estenderà poi al mondo dell’arte in generale, rendendolo anche un noto collezionista di cimeli autografi.

Zweig, appunto, inizia a scrivere per il teatro, nonostante le difficoltà logistiche legate ai palinsesti e alle rispettive messinscene. A testimonianza di questa attrazione mai sopita, il volume di Palingenia è corredato da quattro saggi dello stesso autore: uno dedicato a Josef Kainz, gli altri ad Alexander Moissi.

La novella, come Il mondo di ieri, ha anche l’intento di ricordare un’epoca passata e rimpianta. In quel mondo persino l’attore di teatro rispondeva a una morale, senza cedere alla corruzione e all’opportunismo. Sempre più disilluso, l’autore riconosce che lo stesso mondo, ormai irrimediabilmente corrotto, ha condotto quell’uomo alla povertà e all’umiliazione.

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Il dono della felicità

Nonostante il clima in cui viene composta, la novella ha un finale sorprendente. La fratellanza, la solidarietà e il dono della felicità trovano una sintesi elementare, apparentemente ingenua. Vi si legge il desiderio, se non di un ritorno al “mondo di ieri”, di una fiducia rinnovata. Se non trova un accordo tra i popoli, essa risiede almeno nella custodia dei singoli.

Quello che potrebbe essere declassato a sentimentalismo trova qui una ragione più alta e sincera, contro ogni rozza logica di potere. Nella disperazione, Zweig riesce a trovare un barlume di speranza; purtroppo, nella vita non riuscirà a trovarlo, fino al tragico epilogo.

Un debito pagato in ritardo (acquista qui) non ha nulla da invidiare ai racconti ben più noti dello scrittore austriaco. Il pubblico italiano non può che essere felice di questo avvenimento.

Per di più, l’edizione di Palingenia impreziosisce il volume come raramente accade nell’editoria italiana. Contribuiscono i testi aggiuntivi, le fotografie dell’epoca e la sapiente postfazione di Raoul Precht.

Non resta che sperare in altre riscoperte. E continuare a leggere Zweig, per trarre dagli insegnamenti della sua Mitteleuropa una lezione anche per oggi.

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Lorenzo Gafforini

Lorenzo Gafforini, classe 1996, è nato e vive a Brescia. Laureato in Giurisprudenza, negli anni i suoi contributi sono apparsi su «La Repubblica», «Il primo amore», «Flanerì», «Frammenti Rivista», «Magma Magazine» e «Niederngasse». Ha curato la pièce Se tutti i danesi fossero ebrei (Lamantica Edizioni) e il poema Il colombo di Santiago (Lemma Press) di Evgenij Evtušenko. Sono seguite le curatele dell’opera teatrale Il boia di Brescia (Fara Editore) e del romanzo Tenderenda, il Sognatore (Editoriale Jouvence) di Hugo Ball. Ha curato anche l’antologia poetica Terra – Emblemi vegetali di Luc Dietrich (Edizioni Grenelle). Ha co-tradotto Idiota, il breve volume di racconti sulla boxe di John Huston (WoM Edizioni) e ha approfondito la figura di Sławomir Mrożek curando Quando finirà tutto questo? (Lamantica Edizioni). Recentemente si è dedicato anche all’opera di Enrico Emanuelli con la nuova edizione di Curriculum mortis (Edizioni Grenelle). Ha collaborato alla realizzazione della versione italiana della graphic novel Gli aeroplani a Brescia di Moritz von Wolzogen con postfazione di Reiner Stach (La Compagnia della Stampa), tratta dall’omonimo reportage di Franz Kafka. Le sue pubblicazioni più recenti sono: la raccolta poetica Alfeo (Fara Editore), il racconto lungo Millihelen (Gattomerlino Edizioni) e il romanzo La meccanica del suono (Transeuropa Edizioni).

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