Migranti nell’immaginazione

«Altrimondi. Lezioni dal passato per sopravvivere alla Storia» di Federico Campagna

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«Altrimondi» di Federico Campagna

1922. T. S. Eliot pubblica The Waste Land. Alle spalle, l’Europa porta ancora addosso il fango delle trincee. I campi di battaglia si sono svuotati, ma non il paesaggio interiore lasciato dalla guerra: macerie materiali e spirituali si estendono come un deserto immenso. Un terreno arido, dove le uniche coordinate sono date dalle rovine, dai relitti, dai frantumi di ciò che è stato.

È la fine di un mondo. Ed Eliot sapeva bene che non si trattava di un evento inedito. Guardandosi indietro, scorgeva la storia dell’umanità disseminata di lande desolate simili: momenti in cui il suolo condiviso di una realtà cede sotto i piedi, e intere civiltà scoprono che ciò che sembrava eterno era solo una fragile costruzione, forse un’illusione.

Ogni volta, davanti al collasso, si aprono le stesse possibilità: restare spettatori del naufragio; tentare di ricostruire i rottami; oppure migrare. Cercare un altrove abitabile, nello spazio o dentro di sé. Proprio intorno a questi migranti Federico Campagna costruisce Altrimondi, pubblicato da Einaudi nella collana «Maverick» – già nel nome una promessa di sentieri che corrono fuori dalle strade già battute. Il libro è un itinerario attraverso le epoche, dagli albori della civiltà fino al terzo millennio, che si offre come una sorta di manuale per i sopravvissuti, per chi si ritrova oggi tra le rovine.

Nel bacino del Mediterraneo, inteso non tanto come luogo geografico ma come una dimensione dell’anima, il filosofo rintraccia un archivio di esperienze nate dalla paura e dal trauma della fine. In queste acque, più volte, gli uomini hanno assistito alla dissoluzione del proprio mondo, che credevano l’unico. E qui, altrettante volte, hanno usato l’immaginazione per fare le valigie e reinventare la realtà.

Costruire ponti sull’abisso

Campagna osserva lo sguardo del migrante di ogni tempo e ne ricava una vera e propria postura metafisica. In quelle pupille incerte e insieme ostinatamente fiduciose si riflette una verità: oltre l’esistenza tangibile si estende un territorio osservabile solo su mappe geografiche immaginarie.

Migrare, allora, non è soltanto un attraversamento dei confini materiali. È uno slittamento interiore, un tuffo nelle incrinature delle idee, delle paure, dei desideri. Un allontanarsi dalle coordinate abituali di spazio e tempo per sospendere la vita in una soglia, primaria e necessaria, da cui diventa possibile ricostruire il senso della propria esistenza.

«Disertore della Storia», il migrante non si limita a sottrarsi al mondo che muore. Si avvicina, piuttosto, al suo centro esausto, ne ascolta il battito zoppicante, ne attraversa l’agonia. Ed è proprio da quegli ultimi respiri che si insinua dentro lo slancio verso una rinascita, verso la ricerca di Altrimondi. Perché, nel momento in cui si spegne, il proprio mondo si rivela per ciò che è sempre stato: solo una porzione del reale. E il mondo, nella sua interezza, continua a custodire una bellezza che sopravvive anche nell’ora più buia di una sua regione.

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Ma cosa sono, allora, questi Altrimondi? Ponti edificati sull’abisso. Finzioni necessarie e salvifiche che permettono a chi resta, a chi resiste, di trasformare la Storia da forza devastatrice in rifugio, in nascondiglio. Narrazioni ampie, porose, che offrono una dimora simbolica quando quella reale risulta invivibile. Non illusioni consolatorie, ma forme abitabili di senso: spazi immaginari in cui la vita fiorisce ancora, anche tra le rovine.

«Altrimondi»: le forme del Mundus Imaginalis

Nelle cosmogonie delle civiltà mesopotamica ed egizia – con la morte che si staglia come archetipo di ogni paura e insieme di ogni sapere –, dove ha preso forma una prima grammatica dell’altrove. Nella figura di Alessandro Magno, il “mostro” nel senso etimologico del monstrare e del monere, che emerge a forma di maschera da indossare per sottrarsi alla prigionia della storia. Nelle fughe spirituali delle sette visionarie della Tarda Antichità, che lessero nel collasso di Roma la conferma della natura effimera e ingannevole del mondo materiale. Nel lavoro dei traduttori medievali, che operarono come ponti tra culture in guerra, aprendo spazi inediti di convivenza intellettuale. E ancora, nel cosmopolitismo radicale di corsari e rinnegati dell’Età moderna.

In tutte queste traiettorie, tentativi di sottrazione, affiorano le tracce di ciò che Henry Corbin – studioso del misticismo sciita – avrebbe chiamato Mundus Imaginalis. Uno spazio intermedio tra il materiale e il divino, un territorio oggettivo popolato di simboli e “angeli”. Una regione ricercata, difesa e indagata, nel pensiero e nel lavoro, da figure come Roberto Calasso. Ultimo degli editori protagonisti, erede della missione di Luciano Foà e Bobi Bazlen, Calasso ha fatto della casa editrice Adelphi un’ambasciata di carta di quella patria invisibile che è il Mundus Imaginalis. Un’impresa fondata sull’affinità segreta tra libri e libri, tra libri e persone. E il suo catalogo, composto da voci dissonanti e misteriosamente accordate insieme, si dispiega come una partitura sinfonica: una famiglia di fratelli (adelphoi) dispersi nella Storia.

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Non sorprende allora che una parte decisiva della spina dorsale adelphiana sia costituita dagli scrittori del finis Austriae. Un’altra stagione di migranti, che – crollato il proprio castello di credenze e avvertita l’estraneità al proprio tempo – hanno usato la loro penna per affermare il «senso della possibilità», hanno concepito il foglio bianco come un contenitore dove immaginare di nuovo la vita. Musil, Kafka, Joseph Roth: nelle loro opere, l’impero in frantumi non diventa progetto politico, ma regno fiabesco e multiculturale, il Mundus Imaginalis.

La frontiera del domani

Il libro si chiude con quello che Campagna definisce un «crimine dai molti complici»: un naufragio di migranti mediterranei su una spiaggia bianca, le cui tracce vengono rapidamente sottratte allo sguardo pubblico dalle autorità. Il destino dei sopravvissuti è una gabbia di cemento e acciaio, un centro di detenzione a tempo indeterminato.

È qui, suggerisce l’autore, che si apre la frontiera del domani. È qui che i lettori riconoscono questi uomini, queste donne, questi bambini, come eredi delle avventure raccontate nel libro. Disertori dell’ordine costituito che scendono in campo con la sola ostinazione della loro presenza, con il peso dei propri sogni e delle proprie speranze.

Dentro quelle mura si accende, impercettibile, la scintilla della ricerca di Altrimondi. Perché ogni volta che la narrazione ufficiale fallisce, qualcosa insiste nel riemergere: la spinta immaginativa. Altrimondi (acquista) è una bussola per questa ricerca. La missione finale del «Maverick» è simbolicamente quella di consegnare questa costellazione di storie di destini umani ai prigionieri del centro, affinché l’immaginazione possa germogliare di nuovo. Mostrare che navigare nella propria mente e nel proprio cuore, che costruire racconti, che radunare frammenti del passato non sono gesti di evasione, ma preparano l’orizzonte di un progetto concreto.

Già nel secolo scorso, l’antropologo Ernesto de Martino ricordava che la fine di un mondo non coincide con la fine del mondo, ma con l’annuncio del mondo di domani. L’apocalisse – quella di ieri come quella di oggi – non è soltanto catastrofe, ma può divenire risorsa, passaggio verso un territorio postumo che spetta ai sopravvissuti, ai migranti, modellare. È un cammino che inizia nella mente: ogni nuovo mondo, ogni mondo altro, prima di essere scoperto, prima di essere costruito, si immagina.

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Riccardo Tortora

Classe 2002, romano attualmente residente a Milano, studia Editoria all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Appassionato di letteratura e tipografia, ama vivere immerso nei libri: leggerli, scriverne, discuterne, progettarli. Ma anche maltrattarli un po’ – i suoi volumi sono pieni di orecchie, chiose e sottolineature rigorosamente a penna.

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