Otto ore di macchina da Tbilisi, su strade tortuose che si arrampicano tra gole scavate dal vento e torri di pietra, per arrivare a Mestia. Svaneti. Georgia occidentale. Il ritorno alla terra natale, investito dalla sorpresa, dalla responsabilità, dal dolore di assistere alla riesumazione di un proprio antenato e, con lui, di brandelli sparsi della sua storia. È questa la materia viva di Ardesia, terzo romanzo di Ruska Jorjoliani (Italo Svevo Edizioni), scrittrice diasporica, dal cognome georgiano e l’Italia nel destino. Bambina – in fuga dalla guerra civile – approda in Sicilia a metà degli anni Novanta, trovando nell’italiano una nuova patria linguistica: un nuovo abito che le calza a pennello senza spogliarla dell’intimo della sua cultura – il respiro delle montagne del Caucaso, il peso lieve e tenace della memoria.
Tradizione e identità georgiana
Cosa significa portare nel sangue e nella memoria una terra come questa? Lo si intuisce nelle chiese scavate nella roccia così come attorno alle tavole imbandite, nelle antiche melodie corali e nei gesti silenziosi della devozione quotidiana. Lì arde ancora la fiamma di una spiritualità popolare che non si estingue: scorre nei secoli, cambia pelle, al contempo antica e nuova.
Nei suoi primi due romanzi, La tua presenza è come una città e Tre vivi, tre morti, Ruska Jorjoliani non nomina esplicitamente questa tradizione. Eppure la si avverte, latente, come una corrente sotterranea che attraversa le pagine. Le storie, figlie dell’oralità, si sedimentano per osmosi nel repertorio letterario che l’autrice ha scelto e abbracciato in Italia.
Con Ardesia, il gesto si compie: l’autrice scrive del suo paese nel suo paese, con la voce di chi non ha mai smesso di ascoltare la voce profonda di un’identità che ancora le fluisce nelle vene. Così, respirando l’aria di casa, riemergono le polifonie rituali, il passaggio annuale dei defunti nelle loro dimore, le icone, le maledizioni tramandate con fermezza, le benedizioni sussurrate al crepuscolo.
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E sotto quest’atmosfera densa di significati si distende la terra, muta e compatta, da cui si lasciano scoprire – una dopo l’altra – le ossa del bisnonno. Una figura che assume i tratti del mito nella memoria della narratrice: avvolta da un’aura reverenziale, costruita attraverso racconti a mezza voce e un’eredità materiale tanto scarna quanto incancellabile.
Roccia e memoria: l’ardesia di Ruska Jorjoliani
Oltre al suolo in cui riposano, a vegliare su quelle spoglie sono delle lastre di ardesia. Evocata fin dal titolo, è «la pietra che segna il varco, il passaggio da un mondo all’altro». Roccia compatta, resistente alla pressione e alla flessione, impermeabile, ma docile alla mano che incide: una superficie tenace, eppure lavorabile. Come la memoria – e ancora più la memoria familiare –, ambivalente per natura: solida, refrattaria, ma pronta, talvolta, a lasciarsi deviare, scolpire, riscrivere.
Nel romanzo, gli strati di materia compressi dal tempo diventano l’immagine concreta e visiva di una sedimentazione profonda, fatta – per condensazione e sovrapposizione – di racconti contraddittori, ricordi parziali, verità tramandate e auto-raccontate. «Tagliati e allineati a formare le pareti di un cubicolo perfettamente rettangolare», i pezzi di ardesia proteggono l’essenza costituente della narratrice e, una volta scoperchiate, lasciano intravedere i suoi pensieri più intimi, le credenze più salde, le paure più radicate.
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Scavare per cercare
Scavare quella buca è, simbolicamente, affondare le mani nel proprio passato familiare. Tentare di mettere ordine in ciò che è rimasto sepolto: brandelli di racconti, tracce dissonanti, eredità smarrite. La narratrice confessa di aver trascorso una giornata all’Archivio di Stato, alla ricerca di notizie sul bisnonno.
Li devo riempire tutti io questi vuoti, […], la distanza tra le nostre verità, i buchi della sua vita. Chi era veramente? In quali circostanze si sentiva in imbarazzo? Che cosa lo emozionava davvero? Che cosa gli piaceva fare quelle rare volte che tornava a casa? È davvero morto all’alba, come dicono?
Cosa significa, in fondo, cercare, se non inseguire un legame, sperare in una verità – o almeno in una forma della verità che risuoni come propria. È la tensione a cui allude Walter Benjamin in Tesi di filosofia della storia:
C’è un’intesa segreta tra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra. A noi, come a ogni generazione che ci ha preceduto, è stata data in dote una debole forza messianica, su cui il passato ha un diritto.
Un sollievo e un peso. Sapere che qualcuno – prima di noi – ha confidato in questo incontro a distanza significa anche farsi carico di rispondere a un appello antico, e tentare di esserne all’altezza. Ma il gesto ordinatore può produrre l’effetto opposto: invece di un disegno ricomposto, ecco emergere fratture, ambiguità, zone cieche. È quanto accade alla narratrice. Di fronte a versioni disturbanti e opache – talvolta persino infamanti – riguardo l’antenato, la narrazione si arresta. Nessun giudizio.
Quando, nel finale, lo zio le svela la ragione dell’esclusione del bisnonno dal cimitero cittadino, lei non commenta: si distrae. Pensa a una coperta da comprare, al vetro dell’auto da ripulire. Sovrascrive. Forse accetta, in silenzio, che possa esistere un altro disegno preparatorio per il quadro che ha composto del suo avo. O forse, semplicemente, rifiuta che quel disegno altro possa esistere.
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Anatomia di un ritorno
A ben guardare, il senso più assoluto di Ardesia si raccoglie nel significato stesso del “ritorno”. Non un semplice riposizionamento – spesso vissuto in chiave nichilista, come un fallimento o un atto di resa – ma un moto che, se inserito nel quadro della sintesi hegeliana, porta con sé una trasformazione.
Il ritorno è un gesto che plasma chi lo compie. È l’eco di un passaggio: si torna, sì, ma diversi. Con una coscienza nuova – e, insieme a essa, una nuova ignoranza. Di sé, di chi ci ha amato, di chi abbiamo amato. L’incapacità di cogliere la trama nella sua interezza, smagliata in frammenti, spesso ridotti a comparti stagni. Eppure, anche da quest’ignoranza può germogliare conoscenza.
In Ardesia (acquista), Ruska Jorjoliani affida al lettore il racconto del suo primo ritorno a casa attraverso la scrittura. E quel sacchetto, svuotato della reliquia più nuda e degna del bisnonno, si riempie d’altro. Di qualcosa di invisibile e gravoso, forse meno ideale, forse meno armonico, ma pienamente e irriducibilmente suo. Come sua è questa storia.
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