Il demone dentro di noi: Sologub tra follia e meschinità

«Il demone meschino» di Fëdor Sologub

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«Il demone meschino» di Fëdor Sologub

Il demone meschino di Fëdor Sologub, pubblicato in Italia da Mondadori nella traduzione di Mirco Gallenzi, è un romanzo soffocante e inquietante, nel quale l’ambizione di un uomo si trasforma progressivamente in un incubo. Al centro della storia c’è Peredonov, un insegnante mediocre, rancoroso e ossessionato dal desiderio di ottenere una promozione come ispettore. Di questa ambizione farà presto una missione di vita, influenzata da moltissimi fattori: la promozione dipende, infatti, da un matrimonio, vissuto solamente come un’occasione di avanzamento sociale e di carriera. Il mondo del protagonista è dominato dalla meschinità, dal sospetto e dalla paura, in quanto il protagonista è ossessionato dall’idea che qualcuno vuole sabotarlo. Ogni persona diventa quindi un possibile nemico, ogni gesto nasconde un complotto, ogni rapporto umano si corrompe in una lotta per il potere e per il riconoscimento sociale.

Umorismo e cinismo di un romanzo russo

La forza del romanzo sta nell’incalzare dei dialoghi, estremamente spontanei e spesso grotteschi. Sologub non presenta la figura di Peredonov semplicemente come un uomo cinico e malvagio, ma ne ricostruisce tutta la complessità. Durante la lettura, si è sempre più convinti che il “demone meschino” del romanzo sia proprio lui, mentre il demone alla fine sarà un concetto molto più complicato. Si tratta di uno dei rari casi in cui il protagonista non è affidabile, ma allo stesso tempo i lettori hanno la presunzione di conoscerlo perfettamente. Il lavoro di Sologub è stato spesso associato ai romanzi di Fëdor Dostoevskij, solo con una punta di maggiore “decadentismo”. Tuttavia, per restare nel nostro territorio, è associabile anche a Italo Svevo: nel suo primo romanzo Una vita, Svevo racconta di Alfonso Nitti e del suo amore per la figlia del direttore. Anche in questo caso la relazione costituisce un modo per ottenere un’emancipazione sociale e un avanzamento di carriera. Certo, i due protagonisti sono molto diversi: Nitti è più umano, davvero innamorato e soprattutto inetto. Non riesce a prendere una vera decisione e dare una svolta alla sua vita.

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Nel Demone meschino, invece, non c’è ombra di amore: solo cieca ambizione. Per queste ragioni la critica ha individuato una continuità tra Sologub e Dostoesvkij, in quanto sono simili nel modo di rappresentare la follia, il male e la deformazione della realtà. È una dinamica molto dostoevskiana: il personaggio “anomalo” vede qualcosa che gli altri non vedono. Il problema è che Peredonov non possiede gli strumenti per interpretarlo, la sua percezione del mondo è deformata dalla paranoia (mentre la percezione che Alfonso Nitti ha del mondo e il suo modo di agire sono distrutti dall’inettitudine). Inoltre, il sistema dove vive Peredonov è già malato: la sua non è una malattia individuale, ma qualcosa che emerge da un ambiente già deformato. La provincia russa descritta nel romanzo è un universo chiuso, stagnante, in cui l’ipocrisia e la crudeltà sono diventate normali. Il protagonista è sì crudele e cinico, ma è anche il prodotto estremo di una società in cui tutto appare privo di senso e in cui gli esseri umani sono incapaci di stabilire relazioni autentiche.

Il vero demone meschino

In questo contesto assume un’importanza fondamentale il nedotykomka, il misterioso demone che tormenta Peredonov e che compare in modo sempre più insistente nel corso della narrazione. Il termine russo nedotykomka richiama qualcosa di sfuggente, inafferrabile, che non può essere toccato o afferrato. Non parliamo di un demone soprannaturale, quindi, ma di qualcosa di più complesso. Il demone meschino non è lo stesso protagonista, ma la materializzazione delle sue paure e ossessioni, come se fosse il “mostro sotto al letto”.

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Invece di essere esterno, però, è interiore. Il critico Vladimir Bocjanovskij ha messo esplicitamente in relazione il nedotykomka con le apparizioni demoniache della letteratura russa precedente, essendo i demoni un topos di queste opere. Pensiamo a Gogol e soprattutto a Dostoevskij. Nella Notte prima di Natale, una delle novelle delle Veglie alla fattoria presso Dikan’ka di Gogol compare il diavolo in persona, nel Ritratto il ritratto di un usuraio sembra possedere una forza demoniaca e corrompere chi lo possiede. Non abbiamo solo un “diavolo”, ma un oggetto attraverso il quale il male entra nella realtà. Contrariamente da quello che si potrebbe pensare, nei Demoni di Dostoevskij non ci sono veri “demoni”, ma questo termine viene usato in senso allegorico per rappresentare il nichilismo degli uomini. Un vero demone appare a Ivan Karamazov, invece, ne I fratelli Karamazov.

Il nedotykomka di Sologub è vicinissimo soprattutto a quest’ultimo: nel romanzo, il diavolo conosce perfettamente i pensieri di Ivan e porta alle estreme conseguenze le sue stesse idee; non è una forza esterna, ma è quasi un alter ego del protagonista: non gli rivela una verità nuova, ma gli restituisce in forma grottesca e paradossale ciò già lui pensa. Così, il demone meschino è la forma visibile del male che Peredonov porta dentro di sé, anche se nasce dalla realtà meschina che circonda Peredonov. Il “demone meschino” del titolo è quindi, in un certo senso, anche tutto lo stesso romanzo: il protagonista, il suo ambiente, la provincia russa, tutta la realtà piccola, rancorosa e opprimente di cui leggiamo. Il demone meschino (acquista) rimane per questo un romanzo sorprendentemente moderno: non racconta soltanto la caduta nella follia di un uomo, ma mostra come la paura, il risentimento e l’isolamento possano deformare la percezione della realtà fino a renderla irriconoscibile.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. Ha un master in giornalismo, è docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale. Autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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