«Foto dal finestrino»: le città invisibili di Ettore Sottsass

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«Foto dal finestrino» recensione libro Ettore Sottsass

Milanesi e amanti del design sicuramente ricordano o hanno visitato presso la Triennale di Milano la mostra Foto dal finestrino, nata da una collaborazione fra Studio Sottsass e l’art director Cristoph Radl ed esposta nella primavera di quest’anno.

La mostra consiste in ventisei scatti catturati dal designer e architetto Ettore Sottsass accompagnati da sue riflessioni sull’architettura scritte fra il 2004 e il 2006 e raccolti per la prima volta sulla rivista Domus nella rubrica che dà il nome alla mostra, ideata dall’allora direttore Stefano Boeri. Non tutti però sanno che questo progetto nel 2009 è diventato un libro: «Foto dal finestrino», edito Adelphi nella collana Biblioteca minima (acquista).

Città invisibili

Tra le desolate immagini degli interni della Mill Owner’s Association in India e le colorate necropoli di Hoctun in Messico, appaiono le parole di Sottsass. Le sue riflessioni donano al lettore la possibilità di vedere attraverso gli occhi di un architetto e guardare all’uomo dalla prospettiva di chi ne progetta le vestigia.

Sulla strada del mare a Merida, vicino a Hoctun, nello Yucatan, ho visto un piccolo cimitero di campagna. Sembrava una città felice, la città dei morti felici. In quel posto i vivi hanno disegnato per i loro morti le città che loro, i vivi, immaginano e non hanno mai avuto. Una città con belle case, grandi e piccole, di tutti i colori, alte e basse (…).  I vivi non hanno consegnato ai loro morti l’abituale paura di qualche tribunale implacabile. Hanno consegnato la speranza di una città felice, una città che i vivi non hanno mai conosciuto.

La delicatezza e la semplicità dello stile di Sottsass, insieme al senso di desolazione e lontananza delle descrizioni, non possono non ricordare le Città invisibili di Italo Calvino: Laudomia, Eusapia o un’altra delle cinque «città e i morti» di cui si compone la raccolta, nella meravigliosa cornice dei giardini dell’imperatore Kublai Kan a cui Marco Polo racconta i suoi viaggi.

Il destino delle vestigia umane

Ettore Sottsass riflette sul destino dell’opera dell’uomo sulla terra, in particolare sulle architetture moderne, prodotto della società ipertecnologica e consumista del XX secolo.

C’era scritto da qualche parte – non ricordo – che Michelangelo un giorno ha detto: «Una bella scultura c’è se rotola giù per le scale dal terzo piano e quando arriva in fondo è ancora una bella scultura». Ahimè! Tra cento anni, in fondo alla scala del tempo, come arriveranno le nostre belle architetture di ferro e di vetro, le nostre belle architetture monumentali orgoglio della società?

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Quali sono i valori umani che restano?

Se le costruzioni vengono erose dagli agenti atmosferici e anche le idee, allo stesso modo, non resistono allo scorrere del tempo, che cosa rimane? Ancora una volta la risposta risulta curiosamente simile a quella di Calvino: «l’umano arriva dove arriva l’amore, non ha confini se non quelli che gli diamo.»

Dunque l’amore e la cura per l’altro rendono l’uomo tale: sono questi i valori eterni dell’umanità. Anche su questo punto riflette Sottsass che, tra le ventisei immagini dove la figura umana di per sé è quasi assente, inserisce il ritratto di due proprietari di un ristorante: un uomo e sua madre. La descrizione che lo accompagna, è un testo semplice, ma denso di significato: al centro della storia, come anello di congiunzione fra l’umanità e la natura, non c’è più il costruire dell’uomo, ma l’amore per la terra della donna, matriarca custode della conoscenza del mondo e della vita.

La cucina popolare ligure, come del resto gran parte dell’antica cucina popolare italiana, è stata inventata dalle donne, madri, mogli, zitelle, zie. Donne silenziose che si alzavano alle cinque, sei di mattina (…) quando gli uomini partivano per il mare, raccoglievano le erbe profumate nei vasi davanti alla porta di casa, sul davanzale della finestra, forse anche lontano da casa, sulla collina. Avevano il mare negli occhi e anche dentro le erbe profumate dai venti marini e cucinavano senza ferire il pianeta. Forse anzi lo curavano. Preparavano il cibo come sommesso regalo alla vita. Quelle donne sapevano molto della terra e del mare, sapevano delle albe e dei tramonti, delle stagioni, dei venti e delle bonacce, sapevano degli spazi, degli odori, dei colori, del caldo e del freddo, sapevano le misure del tempo. (…) Non sarebbe bello se anche gli ‘architetti’ avessero qualche sapienza profonda su quello che c’è di vago, nascosto, consolante, prezioso sul pianeta, su quello che si muove e vive per donarlo a noi, che navighiamo sul mare, lontano, nella vita?

Clarissa Virgilio

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Redazione MM

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