Fare e disfare l’amore

«Le ragioni del disamore» di Francesca Gregoratto

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Le ragioni del disamore di Federica Gregoratto

Una festa, droga e alcol, il caldo insopportabile di un Messico di metà Novecento. William Lee cerca tra le persone l’uomo che ama, che rincorre, che gli sfugge. Lo trova. Lui è Eugene Allerton, poco più che un ragazzo, eterosessuale quasi esclusivamente, un uomo che ricambia il suo sguardo con un misto di pietà e di curiosità. Lee è anche Orfeo, Allerton è anche Euridice. Quando Lee riesce finalmente a sfiorargli un braccio, gli dice: «Desidero parlarti, ma senza parlare». E poi sviene.

Quello che Lee, interpretato da un geniale Daniel Craig, desidera, è la telepatia. Vorrebbe infilarsi nella testa del suo amato per sapere se è corrisposto, se dietro alla pietà nei suoi occhi si cela un millesimo del desiderio che sconquassa lui. Nella seconda parte di Queer, l’adattamento del classico di William S. Burroughs diretto da Luca Guadagnino, i due si spingeranno nelle foreste amazzoniche alla ricerca dell’ayahuasca, un’erba che si dice garantisca la telepatia, che permetterebbe loro di corrispondere, di aderire perfettamenti, di sopprimere gli spazi e i vuoti lasciati tra i loro corpi, tra le loro parole. 

Queer è un capolavoro cinematografico sul desiderio, sul suo potere e sulla sua fine. La sua lezione è appresa bene da Le ragioni del disamore, saggio di Federica Gregoratto pubblicato da nottetempo che prova a indagare le condizioni e le spinte che fanno arenare gli amori, piccoli e grandi, cinematografici e non. 

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«Le ragioni del disamore», un’opera in quattro tempi

Gregoratto è forte di una bibliografia nutritissima, di riferimenti culturali che risultano freschi anche quando va a recuperare storie d’amore finite un secolo fa. Dovrebbe essere strano, forse, che un tema simile possa risultare fresco: quanti film e quante canzoni abbiamo ascoltato su quanto fa male smettere di amare, smettere di essere amati? Quante poesie abbiamo letto? Eppure il saggio di Gregoratto resta necessario, perché il disamore è uno spazio che i filosofi e i sociologi sembrano aver preferito non frequentare. 

Se l’amore, soprattutto nelle sue declinazioni più societarie, e sempre in direzione di una razionalizzazione del mondo, è stato spesso preso in considerazione dal mondo della filosofia, al dissolversi di questo sentimento non è sicuramente stato garantito lo stesso spazio di riflessione. 

Facciamo fatica a pensare alla fine dell’amore, e forse ci sembra non valga la pena pensarci. Secondo Gregoratto, è anche per questo che la filosofia si è rifiutata, per millenni, di pensare il disamore. Le rappresentazioni ancora stilnovistiche dell’amore – del vero amore – come di qualcosa di costitutivamente eterno sono, d’altronde, pervasive, formano il nostro immaginario ben oltre ogni filosofia. Più facile che pensare al disamore è pensare che, se è finito, allora semplicemente non fosse mai stato amore. Non abbiamo, sotto questo punto di vista, appreso la lezione del Romanticismo di Schlegel, che pensava le relazioni romantiche come qualcosa che, moltiplicandosi, avrebbe aumentato la consapevolezza di cosa l’amore fosse, di come andasse fatto. 

Gregoratto, però, non si tira indietro davanti alla fatica mentale, filosofica, di pensare questo punto cieco dell’esistenza umana. Affronta la fine dell’amore insieme al lutto, lo indaga anche a partire dalla propria esperienza. Rintraccia quattro cause principali: «la rabbia, l’inceppo del desiderio, lo strapotere del mondo, la non-scelta». 

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Il fantasma si arrabbia

La rabbia è la rabbia del fantasma. Chi è stato un fantasma, lo sa: tornare ad abitare il proprio corpo è quasi impossibile. Riconoscere il proprio carceriere per quello che è, svegliarsi alla realtà, scoprire che quello che ci ferisce non è amore è un movimento incredibilmente difficile, spesso anche con una rete di supporto pronta a prenderci quando cadiamo. Se innamorarsi è un miracolo, anche far scintillare la rabbia che ce ne tirerà fuori è un miracolo.

Quando sei un fantasma, i tuoi desideri sono spinti fuori dalla scena, non hanno il potere di contribuire a crearla. Uno spettro non riesce a dire bene a se stesso che cosa vuole, a comunicarlo. […] Scontentare è rischioso perché l’altra persona incarna la promessa che anche lo spettro potrà, un giorno, tornare a farsi corpo, acquisirne uno suo grazie al contatto vivificante con un altro essere umano.

A volte questa rabbia emerge, ci salva. L’amore finisce perché l’istinto di sopravvienza, nella sua forma rabbiosa e giusta, si manifesta. Spesso non basta un intervento esterno, se siamo abbastanza fortunati da averne a disposizione uno. Il soggetto che sopravvive alla manipolazione operata nei suoi confronti dall’amato deve fare uno sforzo disumano per arrabbiarsi.

Gregoratto si immagina questa rabbia come qualcosa che va preso sul serio. Recuperando Aristotele e bell hooks, due autori apparentemente lontanissimi, si immagina che questa rabbia ci rende ancora più evidente che aspetto ha l’amore vero, quello che non spoglia l’io amante della propria forza, che non lo lascia, fragile e dipendente, in balia della forza dell’altro.

La coreografia del desiderio

Il desiderio è pensato da Gregoratto come uno spazio sfaccettato. Il desiderio di vedere un volto, di cucinare assieme, di andare insieme all’opera, al cinema, al supermercato, «o forse voglio fare tutto questo da sola, per poi parlarne con te». Gregoratto paragona il desiderio a una coreografia che deve sempre rinnovarsi, pena l’atrofia; una coreografia che sopravvive dei propri spazi vuoti, dell’imprevisto che la abita, di quello che ancora non c’è. Per essere una coreografia che sopravvive, quella del desiderio dev’essere una coreografia del negativo. 

Il desiderio vive e si srotola nella mancanza, nei vuoti, nella distanza, nel negativo dunque – quello che ancora non è e forse sarà, ciò che non ho e non sono, non hai e non sei, non siamo, nel tratto che ancora non abbiamo percorso, nelle idee e nei progetti non realizzati. Il desiderio si blocca e muore, allora, nel punto in cui tutto ci appare compiuto, portato a termine, quando ci sentiamo, forse illudendoci, completi.

Si desidera, e lo sapeva già bene Platone, ciò che non si ha, che ancora non si conosce. Il desiderio ha bisogno di uno spazio per respirare, per espandere la propria immaginazione. Per farlo sopravvivere, si dovrebbe salvaguardare questo spazio, senza lasciarlo però trasformare in un orizzonte sconfinato, privo di certezze e di punti di riferimento. È una coreografia che richiede grande equilibrio.

Quando Lee e Allerton assumono insieme lo yagé, qualcosa si spezza. La telepatia si realizza al prezzo della loro separatezza. Innamorarsi, scrive Gregoratto, è un processo di individualizzazione. Fondersi in un’unica soggettività dissolve i confini tra amante e amato. Commentando il destino dei protagonisti di Queer, l’autrice scrive: «Quando viene meno la differenza tra io e tu, non può esserci nemmeno un noi». Il desiderio muore.

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La prosa del mondo

L’amore – e il corrispondente disamore – non esiste però all’interno di un vuoto pneumatico, scevro dalle influenze della realtà. Al contrario, è immerso nel mondo anche quando appare come l’unico modo per sottrarvisi. Il ragionamento della filosofa si mostra consapevole del peso che il mondo riveste anche all’interno delle relazioni. Anche quando il mondo che si forma come una bolla accessibile solo alla coppia sembra essere idilliaco, un rifugio sereno che riesce ad evitare tutti i mali, questo fa tutt’altro che salvarlo. L’idealizzazione dello spazio privato può invece essere l’inizio di una condanna, della fine.

L’amore tra due (o più) persone ha il potere di creare un nuovo, piccolo mondo. Se lo spazio inventato eroticamente è confinato nell’esilio della fantasia, o dell’immaginazione solo concettuale, se non viene accolto e reso possibile concretamente e materialmente, ed è stritolato da altre forze, più potenti, è molto probabile che si sgretoli o imploda.

Ci si rifà qui alla lezione adorniana: all’amore come «resistenza consapevole», che si sa all’interno del mondo, che non si immagina utopicamente e senza possibilità di realizzazione in un esilio immaginifico. La resistenza auspicata da Adorno è quella che permette di riuscire, all’interno della coppia come all’interno delle altre declinazioni di relazioni amorose, a sottrarsi almeno in parte alle logiche del profitto e dell’utilità. È una prospettiva che ci sembra sempre più utopistica e irrealizzabile quanto più ci allontaniamo dagli anni in cui Adorno scriveva Minima moralia. Spesso, nella nostra contemporaneità, le logiche del profitto – talmente integrate nella nostra posizione rispetto al mondo che ci sono diventate invisibili – si trovano già alla base delle nostre relazioni amorose. Per Eva Illouz, spesso citata da Gregoratto, questa «mercificazione del romanticismo» è particolarmente esplicito nel caso delle dating app.

Il libro

Le ragioni del disamore (acquista) è un brillante tentativo di colmare una lacuna nella storia del pensiero sull’amore. Alla periferia dell’amore sta la sua fine. Guardarla è spiacevole, ma diventa sempre più necessario. Alla fine dell’amore non ci si può forse preparare; lo dice Gregoratto citando Berislav Marušić, secondo cui l’illusione sempre presente che l’amore, questa volta, non avrà fine, serve a proteggerci da un’esperienza di «autoalienazione».

Viviamo un’epoca incastrata tra l’illusione dell’amore eterno ancora tipica del dolce stil novo e una concezione neoliberale e utilitaristica delle relazioni. Orientarsi è difficile, ma i nomi di chi è passato per difficili disamori prima di noi dovrebbero rassicurarci. Ingeborg Bachmann, Annie Ernaux, Maggie Nelson, Nan Goldin. È forse dispersiva, ma una cartografia del disamore esiste. Leggere questo saggio, leggere queste autrici, vuol dire scoprire che ciò che ci sembrava irripetibile e irriducibilmente nostro esiste invece in maniera più sistematica di quanto possiamo immaginare.

Lo ha scritto James Baldwin in una frase che non finisce mai di dimostrarsi in tutta la sua verità: «Pensi che il tuo dolore e il tuo crepacuore siano senza precedenti nella storia del mondo, ma poi leggi».

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Maia Tomasella

Classe 1999, laureata in Scienze Filosofiche, provo a conciliare il mio amore per la filosofia con quello per la letteratura. Sottolineo i libri con la penna e parlo troppo, di solito con i gatti.

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