Lo spazio tra il salto e la caduta

«Leggere le onde» di Lidia Yuknavitch

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Dopo aver raccontato in La cronologia dell’acqua la violenza, il desiderio e la nascita della propria voce di scrittrice, Lidia Yuknavitch torna all’autobiografia con Leggere le onde, un memoir che riprende gli stessi temi da una prospettiva diversa. Se il primo libro aveva l’urgenza della sopravvivenza, questo secondo si misura con ciò che resta: i frammenti del passato, i lutti, i corpi che invecchiano e le relazioni che continuano a risuonare e a generare senso anche nel presente. Ancora una volta, non si tratta di disegnare una storia lineare, ma di interrogare il potere della narrazione di trasformare l’esperienza vissuta.

Leggere le onde è il secondo memoir di Lidia Yuknavitch, uscito in Italia quasi contemporaneamente all’adattamento cinematografico del fortunato La cronologia dell’acqua, diretto da Kristen Stewart. Come il primo memoir e come la maggioranza dei romanzi di Yuknavitch, anche Leggere le onde è stato pubblicato da nottetempo, nella traduzione di Alessandra Castellazzi.

Un inno alla narrazione

In Un ritorno, la prefazione che apre il memoir, Yuknavitch scrive un manifesto della propria scrittura e, in parte, della scrittura tutta.

La mia intenzione è chiedere se esiste un modo per leggere il mio passato in modo diverso, usando ciò che ho appreso dalla letteratura: le storie si ripetono e riverberano e ci liberano dalla tirannia dei nostri sbagli, dei nostri traumi e delle nostre confusioni.

L’intenzione dietro a Leggere le onde è, quindi, dichiaratamente, quella della ricomposizione di una storia, la propria. Questo significa tirare le fila, ma può significare anche trovare una forma per lasciar andare la storia, per deporla. Perché, come scrive Joy Harjo citata da Yuknavitch, «non siamo costretti a portare una storia che è insopportabile». Tanto della vita dell’autrice può apparire come insopportabile: dagli abusi subiti da parte del padre durante l’adolescenza alla mancata protezione da parte della madre, dalle dipendenze da alcool e droghe agli stupri subiti, dalla perdita della prima figlia alle relazioni violente che si sono susseguite nella sua vita adulta.

Scriverne vuol dire farne qualcosa, dare alle storie una forma, lasciarle andare. Scrivere significa, per Yuknavitch, lasciare che passato, presente e futuro si confondano, che «collassino», che esistano per un po’ in un unico istante, correnti di uno stesso oceano. Scrivere vuol dire affrontare le onde di questo oceano, immergerivisi, leggerle attivamente, senza lasciarsi travolgere (almeno, non più).

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Salto o caduta?

Tutto si deposita in questo secondo memoir dedicato all’ex marito, Devin, che in La cronologia dell’acqua aveva ricoperto un ruolo secondario e che torna, ormai morto – e forse proprio perché morto – al centro dell’attenzione di Yuknavitch. La notizia della morte di Devin arriva a Yuknavitch nel 2015, e due anni dopo il suo attuale marito riesce a procurarsi il verbale dell’autopsia condotta sul suo corpo. Devin, secondo e adoratissimo marito della scrittrice, è stato trovato morto ai piedi di una gru: non è chiaro se sia stato salto o caduta.

Lo spazio narrativo si spalanca qui, tra la possibilità del suicidio e quella dell’incidente. Yuknavitch si infila, con la scrittura, nello iato prodotto dalla domanda martellante. Lidia e Devin erano stati insieme per dodici anni, da poco dopo la morte della figlia di Lidia alla sua decisione di dedicarsi, sul serio, alla scrittura. «Mi capitarono sempre più libri» scrive Yuknavitch, introducendo la fine della loro relazione che, per tanti versi, coincide con il suo innamoramento per i libri. «Partorii la mia stessa immaginazione».

Avvicinarsi alla storia di Devin vuol dire tornare a gettare uno sguardo sul passato, senza però sganciarsi dalle consapevolezze del presente. Yuknavitch, ormai madre di un figlio adulto, scrittrice affermata, non scrive la storia di Devin. Non scrive nemmeno davvero della loro storia d’amore. Non sceglie tra le possibili versioni di un racconto proteiforme, non si accontenta. Apre però degli scorci su quella che era stata la loro vita insieme, sulle fratture che l’avevano portata alla fine, sulle domande che restano.

Trovo calzante che di Devin mi restino solo frammenti. I pezzi sono una sorta di sedimento. Possono essere composti e ricomposti all’infinito per creare nuove storie. Se sto imparando qualcosa sulla morte, è questo. E quest’altro: non riesco più a pensare a Devin senza pensare a mia madre.

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Madri, figlie e scrittrici

Leggere le onde è anche un libro dedicato alle donne della vita di Lidia, e alle donne in generale. Alla riproduzione del corpo femminile, che si ripete da madre a figlia. Al filo che collega la gamba della madre, più corta dell’altra di quindici centimetri, alla colonna vertebrale deviata della figlia. Yuknavitch scrive perché è «[la] madre di qualcuno. La figlia di qualcuno».

Ora che la madre è morta, l’autrice prova a farci i conti. Deve farli con lei, con il suo corpo, con il suo silenzio quasi complice davanti agli abusi del padre nei confronti di Lidia e della sorella maggiore. In fila al gate per prendere un aereo che la dovrebbe portare nel paese natale della madre, il Texas, la scrittrice scopre che il suo corpo le impedisce di partire.

Se in La cronologia dell’acqua, il corpo era ferito, abusato, spezzato, il corpo di questo secondo memoir è un corpo invecchiato, che si dirige nella direzione in cui si è interrotto quello della madre. Yuknavitch non è più la giovane donna, sbandata e disposta a tutto pur di sopravvivere, che avevamo conosciuto con il primo memoir (e che abbiamo visto al cinema, interpretata da Imogen Poots). Questa volta ci troviamo davanti alla «scrittrice che invecchia», al suo corpo che torna a chiedere il conto.

Leggere le onde è dedicato anche a Michelle, la cugina texana uccisa quando Lidia è adolescente, al suo corpo carbonizzato nel bagagliaio di una macchina abbandonata nel bosco. È dedicato alla violenza informe che risulta insopportabile guardare negli occhi, e ai modi che la letteratura può inventarsi perché questo sguardo, anche se indiretto, accada.

L’amore per le donne sgorga e sfocia, come era stato nel primo memoir, nell’amore per le scrittrici. Sempre presente tra le righe del testo è la folla animata di quelle Cassandre che hanno reso possibile, per Lidia, l’inserirsi all’interno di un flusso. Sono i numi tutelari di Yuknavitch, a cui in La cronolgia dell’acqua è dedicato un capitolo eccezionale, Sognare in donne. Sono Duras, Cixous, Woolf, Acker, Lispector, Stein, Leibovitz.

Onora tutti gli scrittori e le scrittrici che ami con la scelta di essere presente nei grandi fiumi della narrazione che conducono a un oceano più grande di ciascuno di noi. Fatti avanti, donna. Tieni lo spazio per chiunque verrà dopo.

Ricostruire

Leggere le onde (acquista) è soprattutto una lettera d’amore alla letteratura, alla narrazione, alle parole. Scrivere, per Yuknavitch, vuol dire inventare un modo di sopravvivere, di sopportare e di ricostruire a posteriori un passato che resterebbe altrimenti illeggibile, incomprensibile, insopportabile. Questo secondo memoir mette alla prova gli indicatori narrativi che sono utili a mettere ordine al caos della vita, ma che possono non essere sufficienti. L’autrice si rifiuta di pretendere di trovare soluzioni narrative semplici che risolvano il passato. Nessun eroe, nessun epilogo, nessun trucco.

La scrittura non offre risposte definitive, non ricompone le fratture del passato in un racconto ordinato. Al contrario, Yuknavitch accetta l’incompletezza, il dubbio e la frammentarietà come condizioni inevitabili dell’esistenza, trasformandoli nella materia stessa della narrazione. È proprio questo rifiuto della semplificazione a costituire la forza del memoir e a confermare l’originalità della scrittura di Yuknavitch.

Nell’apertura della sua narrazione risiede la potenza del memoir: non nella promessa di una guarigione definitiva, ma nella possibilità di continuare a raccontare, ancora e ancora, di dare nuove forme all’esperienza e di riconoscersi all’interno di una comunità di storie e di voci. La letteratura diventa così uno spazio in cui il dolore può essere condiviso, reinterpretato e, almeno in parte, lasciato andare.

La narrazione può essere qualunque cosa noi vogliamo che sia – da parte mia spero che la narrazione diventi plurale, proteiforme. Il mio posto nella storia non è importante. Il movimento narrativo lo è.

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Maia Tomasella

Classe 1999, laureata in Scienze Filosofiche, provo a conciliare il mio amore per la filosofia con quello per la letteratura. Sottolineo i libri con la penna e parlo troppo, di solito con i gatti.

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