Sopravvivere alla maschera?

«La vita potenziale» di Lavinia Bianca

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«La vita potenziale» di Lavinia Bianca

A metà del romanzo, il volto illuminato da una pagina di Facebook che è appena stata convertita in commemorativa, la protagonista di La vita potenziale ci offre una riflessione che dovrebbe servirci da monito per tutta la lettura: «La virtualità ti impedisce di morire».

Può essere che, oltre a impedire di morire, la virtualità impedisca anche di vivere? Oppure dovremmo pensare che una vita virtuale, strutturata in infinite possibilità e ruoli a disposizione, ci permetta di vivere di più? O, ancora, può essere che il limite netto che abbiamo delineato tra la vita reale e la vita potenziale si faccia beffe di noi, dissolvendosi e concedendo ad una vita di straripare nell’altra? La pluralità offerta dall’ambiente virtuale, che ammette la contraddizione e il camaleontismo nel contesto di un’anonimato sempre propizio, rappresenta uno spazio di gioco che del gioco ha tutto tranne le regole che gli sono necessarie per essere tale.

Nel suo romanzo d’esordio, pubblicato da Gramma Feltrinelli, Lavinia Bianca mette a disposizione la sua penna per tentare di farsi strada all’interno di questa questione. Lo fa con una voce lucida e tagliente che interroga il rapporto con il desiderio, con l’identità e con l’ambiguità fertile dell’ambiente digitale.

Cose che si fanno in bagno, tipo indossare una maschera

Manager per un’azienda romana entro la quale sembra tenersi ben isolata dagli altri, Lavinia ottiene promozione dopo promozione. Sta al gioco, per quanto può. La verità è che tollera il contesto corporate perché spera che, un giorno, qualcuno riconosca la sua scalata inarrestabile e le accarezzi una spalla, soddisfatta. L’unica che potrebbe accordarle questa soddisfazione è sua madre, che però resta ai margini della vita adulta di Lavinia, troppo simile a lei per poterle stare troppo vicino. Il loro passato comune, segnato dalla morte improvvisa del padre indifferente, esige che restino separate, pena la loro autonomia.

La vita reale di Lavinia è scandita dai ritmi dell’iperlavoro e dai saltuari rendez-vous sessuali che intrattiene con due uomini, Angelo e Lorenzo. La dimensione sessuale che sembra contare davvero, però, è quella che prende spazio nell’ecosistema virtuale che si spalanca quando Lavinia torna, sola, nella sua casa: è la vita potenziale. Una rete di piattaforme online permettono alla protagonista, camaleontica, di cambiare vorticosamente identità, di giocare con le parole. La serie di vite potenziali che attraversa sulla tastiera del suo telefono è potenzialmente infinita. Lavinia si spoglia e si riveste, cambia nickname, età, genere, orientamento sessuale, corpo. Incanta gli sconosciuti con una voce da sirena virtuale che per un po’ può reclamare tutte le attenzioni per sé. Le bastano la sua scrittura e il sesso, le basta scrivere di sesso, per avere ciò a cui anela da una vita.

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La tensione tra la vita reale e la vita potenziale mantiene un equilibrio accettabile, che sussiste supportato da una quantità indeterminata di gocce di ansiolitici. Poi, inevitabilmente, si spezza. Quando Lorenzo, amico di famiglia di lunga data, diventa l’occasione per entrare finalmente nella vita reale, nel mondo delle relazioni adulte, Lavinia deve scegliere.

La mia esistenza comincia a sembrare un riflesso deforme di ciò che avrei desiderato. Il mondo potenziale non sa toccare, non sa ascoltare, non sa fermarsi a capire. Sembra un labirinto di solitudini camuffate da connessioni, da parodie di se stessi.

Ferite originarie

Isolata nella vita reale, nello spazio della sua testa la protagonista conduce dialoghi interrotti. Uno degli interlocutori di Lavinia è, non a caso, Freud. Patrono dei suoi ragionamenti più lucidi e meno vergognosi, il dottore immaginario che vive nella testa della protagonista è anche il risultato di anni di psicanalisi e la sedimentazione di una concettualità che pervade, in realtà, tutto il testo.

Non è difficile, infatti, leggere La vita potenziale come il possibile risultato di una lunga ricostruzione eseguita sotto la guida della psicanalisi. La consapevolezza della protagonista, che la porta ad avere un linguaggio preciso per dire ciò che sente anche mentre perde il controllo, anche mentre ferisce gli altri, è così straordinaria da sembrare possibile solo a posteriori o nelle mani di qualcuno che sia tutt’altro che nuovo ai metodi della psicanalisi.

Grazie a questa impostazione, le motivazioni delle azioni di Lavinia risultano sempre chiare al lettore, senza che, per questo, la narrazione si faccia didascalica. Non è difficile individuare la relazione che sussiste tra l’ossessione della protagonista per il sesso e gli eventi che hanno segnato la sua adolescenza. La prima masturbazione, la morte del padre, l’avversione della madre per l’alimentazione tutta: sia Lavinia che il suo lettore conoscono la verità.

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Le ferite originarie di Lavinia, per certi versi comuni alla sua classe sociale, attraversano il libro orizzontalmente, ne nutrono il linguaggio, restringono il campo visivo, irrigidiscono la plasticità dei movimenti che sono possibili al di qua, nel mondo reale. Nel mondo potenziale, invece, la protagonista può abbandonare il ricordo del padre, morto sul divano in una pozza di pipì, il suo sguardo distaccato e disprezzante. Le vite potenziali sono possibilità ma anche potere, potere come libertà positiva ma anche come libertà negativa: nelle chat online e anonime, tutte le ferite di Lavinia si sono cicatrizzate.

Sad girl literature?

Lavinia Bianchi fa qualcosa in più rispetto a credere semplicemente alla storia che sta raccontando, e l’impressione che resta al lettore è quella che nessun altro avrebbe potuto scriverla così, riuscendo a convincerlo. Come sottolinea l’autrice, Lavinia Bianca – pseudonimo che a sua volta presta il nome alla sua protagonista – è un personaggio che negli anni è cresciuto prendendosi sempre più spazio, più autonomia. Questa maturazione avvenuta nel tempo, di cui La vita potenziale rappresenta solo un approdo, produce una protagonista estremamente convincente.

La sua consapevolezza lucidissima, che illumina – a volte invano – le sue azioni e le sue scelte, non può redimerla, ma ci aiuta a guardarla negli occhi. In questo senso, La vita potenziale si avvicina a un canone – quello della ragazza borghese traumatizzata che esibisce con noia una sessualità sfacciata – che da anni si è ritagliato un generoso spazio nella letteratura contemporanea. Basti pensare a Tempi eccitanti di Naoise Dolan, o a Il mio anno di riposo e oblio di Otessa Moshfeg o, ancora, alla produzione di scrittrici come Melissa Broder.

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Lavinia sbaglia, tradisce, deraglia, ma il dialogo interiore, la tensione tra la sua adolescenza e la sua età adulta, spezzata tra realtà e potenzialità, dimostra una coscienza affilata. L’ironia della situazione non le sfugge mai, e il sarcasmo amaro delle sue riflessioni non è mai solo fine a se stesso, è il modo di dimostrare al lettore che non ha bisogno del suo sguardo commosso e un po’ paternalista, perché lei già sa. Ci osserva da sopra la spalla, una sorta di Fleabag senza sorelle e senza porcellini d’India.

Abituata a trasformarmi in qualsiasi cosa, a modificare la mia identità in funzione del contesto. Abituata a incantare e sedurre la gente con strumenti poco ortodossi, con la finzione, con la parola! Nata per tessere trame kafkiane, rifuggire ogni sorta di consolidata morale, pur di esistere! Scrivere per significarsi, irretire per rilevare. Ogni essenza conserva, allo stato latente, il proprio potenziale deviato e violento. La sessualità è il miglior terreno sul quale dare sfogo al sé primordiale. Il merito risiede nel non lasciare che tale potenziale distruttivo ci soggioghi.

Dire il desiderio

Lavinia è l’opposto della ragazza con la sindrome di Laura Palmer, come la battezza Sara Marzullo nel suo Sad Girl. La ragazza come teoria. Anche se prona alla sparizione, Lavinia tiene la narrazione nelle proprie mani, quasi sfida il lettore che crede di conoscerla meglio di quanto non si conosca lei. Non c’è spazio per fare di lei una malinconica eroina gotica, raccontata da un punto di vista che ne conservi intatto il mistero. I suoi desideri la sovraderteminano e la formano così chiaramente da non abbandonare mai lo spazio della pagina, anche quando inizia la lotta intestina tra Ego e Superego.

Ancora in Sad Girl, Marzullo si chiede, retoricamente e sulla scorta di Berger e Mulvey: «Quanto essere in primo luogo desiderate modifica la nostra capacità di provare desiderio?». Forse anche Lavinia si vede con uno sguardo maschile interiorizzato, si trasforma costantemente in una voyeur di sé stessa. Quanto dei suoi desideri è farina del suo sacco? E quanto, effettivamente, importa che lo sia?

Ha ancora senso arroccarsi sull’idea di autenticità come valore e compito possibile e realizzabile? O dobbiamo riconoscere che l’autenticità stessa è diventata una maschera tra le tante, un ruolo che recitiamo senza nemmeno accorgercene? Nel mondo di Lavinia – e nel nostro – la distinzione tra ciò che è vero e ciò che è costruito non regge più: ciò che resta, forse, è solo la capacità di abitare con consapevolezza questa contraddizione.

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Ferite aperte, domande aperte

La vita potenziale (acquista) non offre una risposta definitiva: mostra piuttosto come il confine tra reale e virtuale non sia un muro, ma una membrana porosa che respira insieme ai nostri desideri. Ed è in quello spazio ambiguo, mai del tutto rassicurante, che la protagonista – e con lei il lettore – è costretta a interrogarsi su cosa significhi davvero vivere. Lavinia Bianca lascia spalancate insieme ferite e domande, consegnandocele come un’eredità inquieta. È in questa incertezza che si rivela la forza del romanzo: non ci guida verso una soluzione, ma ci costringe a restare, insieme a Lavinia, nell’instabilità fertile del domandare.

La voce tagliente di Lavinia Bianca – che deve tanto al suo amore per autori che rivivono nel testo, come, tra gli altri, a Philip Roth e Michel Houellebecq – ci rende difficile tornare a quella che è la vita reale del lettore che è costretto a chiudere il libro. È un romanzo che resta con chi lo legge anche nelle pause tra un capitolo e l’altro, e che torna a tormentarci con le sue domande, realizzando quello che è forse uno dei compiti centrali della letteratura.

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Maia Tomasella

Classe 1999, laureata in Scienze Filosofiche, provo a conciliare il mio amore per la filosofia con quello per la letteratura. Sottolineo i libri con la penna e parlo troppo, di solito con i gatti.

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