La filosofia del bar, il luogo perfetto in cui sparire

«Un luogo in cui nascondersi. Breve fenomenologia del bar» di Stefano Scrima

9 minuti di lettura

Cosa rappresenta davvero il “bar”? Il luogo che diventa rifugio in cerca di isolamento oppure di socialità, dove è forte il brusio della conversazione, oppure dove cercare il silenzio. Anche se potrà sembrare banale, c’è una vera filosofia dietro al luogo del bar. La analizza Stefano Scrima nel nuovo ebook della collana Quanti di Einaudi, Un luogo in cui nascondersi. Breve fenomenologia del bar, dove il bar diventa un’occasione per trattare di permanenza dell’oggetto, di tempo e pause.

Il bar come tasca spazio-temporale

Ci sono tante definizioni possibili di bar. Quella che muove tutta la trattazione di Un luogo in cui nascondersi riguarda l’idea di una bolla fuori dal mondo, una sorta di “stanza dello spirito e del tempo”, per citare un meno filosofico Dragonball, dove tutto si ferma, anche se non è proprio fermo: il mondo là fuori va avanti, quindi più che una bolla o una stanza intera è una tasca. È per antonomasia il luogo della pausa, quello che sta a metà tra la casa e il lavoro, con il suo uso e la sua storia estremamente particolari. È un luogo dove il quotidiano non si ferma, bensì si sospende, in attesa di altro.

Alla luce di una sospensione così prepotente, non si può non accostare la dimensione del bar alla filosofia, al pensiero e all’essenza della persona. Nel cercare di combinare i pezzi del puzzle che compongono la fenomenologia del bar, Scrima parte innanzitutto dagli oggetti, in riferimento ai quali cita Franco La Cecla quando dice che sono la carne del mondo.

In ogni posto che rappresenta un punto di riferimento per gli esseri umani sono presenti oggetti fondamentali che sono più che oggetti: pensiamo alle nostre case, oppure alle scuole. La cattedra, ad esempio, non è solamente una cattedra, ma rappresenta una distanza, un potere, motivo per cui alcuni docenti scelgono di non sedersi mai lì dietro. Nel bar, il fulcro del potere è rappresentato dal bancone, che ha comunque un potere diverso. Seppure alcuni bar ora non lo possiedano, il potere del balcone è di costruire un’orbita gravitazionale intorno a sé: è un mondo a parte, un intero pianeta dove convergono paure, sogni, desideri. Questa concezione di oggetto si lega alla storia dell’arte, all’Estetica, al pensiero di Heidegger quando parla di oggetti pronti all’uso.

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«Un luogo in cui nascondersi»: il bar come luogo dell’otium

In una società che ci vuole sempre più attivi e performanti, la permanenza al bar per tutti noi si è di molto ridotta. Sta diventando ormai più che altro un posto dove bere un caffè fugace al bancone, magari anche con del senso di colpa, rispetto alla scelta di sedersi con calma al tavolino, che ci fa “perdere tempo”. Eppure, entrambi gli oggetti rimangono dentro un universo fatto di “ozio”, ma esistono due tipi diversi di ozio che convergono nel bar:

Uno è l’ozio accettato e promosso, quello che il sistema ti concede a patto che sia immediatamente monetizzabile o, quantomeno, funzionale alla tua produttività futura. È l’ozio del caffè al volo al bancone, del networking – così, oggi, viene spudoratamente chiamato – mascherato da pausa pranzo, dell’aperitivo con colleghi che ha l’unico scopo di consoli dare rapporti professionali, il famigerato team building.

Stefano Scrima, Un luogo in cui nascondersi, p. 13.

Abbiamo da un lato proprio la produttività, l’idea di beneficiare anche della pausa così da non sprecare il tempo, che è la cosa più importante. A riguardo, forse, Seneca avrebbe avuto molto da dire: il pensatore latino dedicò alla gestione del tempo, fra le altre, la prima delle sue Epistulae ad Lucilium e anche un’opera intera. In quest’ultima, il De brevitate vitae, definì occupati gli “affaccendati” che si riempiono la vita di impegni, ma di fatto non vivono davvero.

Quelli che gli impegni richiamano fuori dalle proprie abitazioni per mandarli a sbattere sulle soglie altrui, quelli che l’asta del pretore tiene occupati in un guadagno infame e destinato prima o poi a incancrenire. Il tempo libero di alcuni è affacendato: nella villa o nel proprio letto, in mezzo alla solitudine, benché si siano allontanati da tutti, sono fastidiosi a sé stessi: la loro è da definire non una vita libera da impegni, ma un affacendarsi inconcludente.

Seneca, De brevitate vitae, XII, 7.

Ma avrebbe avuto anche molto da dire sull’ozio “vero”, quello che i latini chiamavano “otium” e che Scrima contrappone alla nostra spinta alla produttività, quando parla innanzitutto di scholé greca e di ozio aristotelico. Quel momento in cui ci troviamo senza le pressioni lavorative e di altro genere finalizzate alla prima sussistenza. Questo è il bar: filosoficamente è il luogo del presente puro, dice Scrima, dove non esiste il pensiero del futuro.

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Il fascino del bar: tra caffè, canzoni e sigarette

Con una dovizia di citazioni filosofiche ma anche aneddotiche, in Un luogo in cui nascondersi (acquista) Stefano Scrima passa in rassegna tutti gli aspetti fondanti del bar. Il caffè, le sigarette, tutti elementi che (per quanto il fumo in particolare faccia male, e neppure il consumo eccessivo di caffeina sia consigliabile) sono affascinanti perché coinvolgono l’idea di pausa. Per citare Boris, il famoso “Coffee break, signori!” è forse quanto di più riconoscibile un lavoratore possa trovare. Ecco che ritorna Seneca e in generale tutta la filosofia, dalla quale possiamo imparare che bisogna trovare il tempo per la contemplazione, per il pensiero; l’ozio, quindi, è lo strumento attraverso il quale creiamo noi stessi.

Non solo, il bar è il luogo delle cose non programmate: incontri casuali, situazioni spontanee e paradossali. Per parlarne, Scrima cita anche canzoni, come 29 settembre di Lucio Battisti per mostrare il potere di un luogo dove tutti andiamo fugacemente, ma che di fatto rappresenta la permanenza, in ogni senso. Quella degli oggetti, quella della nostra esistenza e anche della nostra felicità. Proprio per arrivare a questa felicità il bar consente di nascondersi. Per arrivare, per citare Seneca, a riprendersi sé stessi (vindica te tibi, raccomanda a Lucilio).

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. Ha un master in giornalismo, è docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale. Autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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