«Il modo in cui descrivi la guerra ricorda i rapporti familiari», disse Alfie, con voce più alta e sicura. «In apparenza le famiglie possono sembrare caotiche, ma esistono schemi e dinamiche storiche in cui ognuno svolge un ruolo». Si voltò verso Zainab. «Non credi? Che una famiglia possa essere come una zona di guerra?»
È una domanda che potrebbe sembrare quasi una provocazione, ma finisce per diventare una delle chiavi di lettura di Memorie del diluvio, romanzo di Saleem Haddad (Edizioni E/O, 2026). Perché, nel libro, famiglia e paese sono difficili da separare: le fratture della storia irachena entrano nelle relazioni tra i personaggi, mentre i conflitti familiari diventano un modo per parlare di esilio, memoria e appartenenza.
Che cosa facciamo con ciò che ereditiamo, sembra chiederci il racconto. Non solo con gli oggetti e i ricordi di una famiglia, ma anche con le sue ferite, con la storia di un paese e con un passato che non abbiamo scelto, ma che continuiamo a portarci dietro.
La famiglia, una zona di guerra
La vicenda ruota attorno a tre sorelle iracheno-britanniche – Zainab, Ishtar e Mediha – separate da anni di incomprensioni, segreti e ferite mai veramente affrontate. Con loro ci sono Bridget, la madre delle tre donne, e Nizar, figlio di Zainab e giornalista di guerra.
Haddad costruisce la storia come un mosaico: il presente si alterna a diversi momenti del passato e la storia familiare emerge attraverso luoghi, oggetti, incontri e ricordi. La struttura frammentata finisce così per ricordare il funzionamento della memoria stessa: non procede in linea retta, ma riporta improvvisamente in superficie qualcosa che sembrava dimenticato, magari attraverso un luogo o un oggetto apparentemente insignificante.
Il punto di partenza è la ricomparsa dei dipinti del padre delle sorelle, Haydar, importante artista della scena moderna irachena. I quadri, creduti dispersi, diventano presto qualcosa di più di un’eredità familiare. Riportano alla luce una storia che le sorelle ricordano in modo diverso, portandole ad interrogarsi su come si possa conservare una memoria senza renderla statica o idealizzarla.
Il passato della famiglia si intreccia così con quello dell’Iraq contemporaneo. La vicenda è ambientata principalmente nel 2014, durante l’ascesa dell’ISIS, ma attraversa diversi decenni: le guerre, il regime di Saddam Hussein, l’invasione americana del 2003 e la diaspora che porta la tre donne a vivere lontano dal paese d’origine, tra Londra, Dubai e la Scozia. L’Iraq che ciascuna di loro ricorda non coincide necessariamente con quello delle altre, e forse proprio per questo nessuna può rivendicare una memoria definitiva.
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Le tre sorelle hanno infatti un rapporto molto diverso di esprimersi con la produzione artistica e con la propria origine. Mediha realizza opere provocatorie che affrontano temi come l’Iraq, l’Islam e il terrorismo e che dialogano spesso con lo sguardo occidentale. Ishtar ha invece una posizione più apertamente politica e anti-imperialista, mentre Zainab sembra avere un rapporto più pragmatico e commerciale.
In questo contesto si inserisce la figura di Nizar, giornalista di guerra, abituato a trasformare la sofferenza in racconto, ma consapevole anche del rischio che questo comporta. Raccontare una guerra significa infatti scegliere immagini, testimonianze e frammenti della vita degli altri e trasformarli in una storia destinata a essere letta da chi, spesso, quella realtà la conosce solo attraverso le parole di chi la racconta.
Per Nizar, però, la guerra non finisce con la fine di un reportage. Quello che vede e racconta sul lavoro continua a seguirlo nella vita quotidiana e nei rapporti personali, la notizia è qualcosa che rimane parte del presente. Haddad mostra così quanto possa essere difficile tornare a una normalità quando la violenza, per chi l’ha vissuta o raccontata da vicino, non appartiene davvero al passato.
In questo senso, questo personaggio completa il discorso sull’arte e sulla posizionalità di chi si esprime: se le tre sorelle si chiedono come rappresentare il proprio paese da lontano e forti del loro privilegio, Nizar si trova a fare i conti con il peso di rappresentarne le storie e le lotte di chi il paese lo vive quotidianamente.
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Il fiume e il peso del passato
A fare da filo conduttore alla storia è il Tigri. Ishtar torna in Iraq nel 2014 per realizzare un progetto artistico innovativo: costruire una sorta di arca unendo tre imbarcazioni tradizionali mesopotamiche e navigare verso sud.
Il viaggio richiama L’epopea di Gilgamesh, e non soltanto per la sua ambientazione mesopotamica. Dopo la morte dell’amico Enkidu, Gilgamesh intraprende un viaggio alla ricerca di una risposta su cosa e come si possa sopravvivere alla morte.
È una domanda che, in una forma diversa, attraversa anche il viaggio di Ishtar. Il suo progetto si chiede che cosa rimane quando una casa scompare, quando una famiglia si divide, quando un paese cambia fino a diventare irriconoscibile. Le tre imbarcazioni appartengono a una memoria antica in un fiume segnato dal presente, dalla violenza che affligge le sue rive e dalle trasformazioni del suo corso.
Ben presto Ishtar si renderà conto che il viaggio è infatti molto meno simbolico di quanto immaginato. Nell’Iraq di oggi ci sono checkpoint, pericoli, difficoltà pratiche e inquinamento che rendono il viaggio complicato, quasi impossibile. Ed è questo a rendere l’esperienza significativa: Ishtar non può ricostruire il passato, né riportare l’Iraq a un’età perduta. Può solo attraversarlo, cercando di mettere in relazione ciò che è stato con ciò che è diventato.
In questo senso, il riferimento a Gilgamesh acquista un significato particolare. Come il viaggio dell’eroe mesopotamico nasce da una perdita, anche quello di Ishtar nasce dal bisogno di fare i conti con ciò che non può essere recuperato. Il passato non è un luogo in cui tornare, ma qualcosa da attraversare per capire che cosa può ancora essere salvato.
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Ricordare per andare avanti
È proprio questo il punto in cui famiglia, arte e fiume finiscono per incontrarsi: i personaggi non devono scegliere semplicemente tra ricordare e dimenticare, ma cosa fare della memoria una volta che la si è ereditata.
Siamo diventati una cultura di memorie. Le memorie possono impedirci di essere, anche se rimangono indispensabili per esserlo. È facile vivere nel passato. Più difficile è usare il passato per immaginare un futuro.
La memoria può proteggere, può conservare ciò che rischia di scomparire, ma può anche trasformarsi in nostalgia, in un’immagine idealizzata del passato che impedisce di immaginar qualcosa di nuovo. Per questo l’arte, non può davvero essere riparatoria. Non può restituire le persone perdute, ricostruire una casa o cancellare le conseguenze della guerra, ma può però creare uno spazio in cui ciò che è accaduto possa essere ricordato, discusso e condiviso. Come il Tigri, che trasporta ciò che ha attraversato, non lo cancella.
Forse dovremmo invece accettare l’incertezza della memoria. E, per accettare l’incertezza, possiamo essere armati solo di speranza.
Memorie del diluvio (acquista) di Saleem Haddad è un romanzo sul rapporto tra perdita e possibilità. Sul fatto che non possiamo scegliere ciò che ereditiamo, ma possiamo forse scegliere cosa farne. E che ricordare davvero non significa restare immobili nel passato, ma trovare il modo di portarlo con noi senza lasciargli decidere da solo dove andare.
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