Nessun uomo è un’isola

Da i poemi omerici a Cesare Pavese, una disamina sul rapporto fra isolamento e letteratura

11 minuti di lettura
isola

«Nessun uomo è un’isola», recita un passo del Devotions Upon Emergent Occasions del poeta John Donne. Lo riprende Thomas Merton nel suo omonimo saggio, e il senso di questo titolo è che nessun uomo è da solo, ma è la parte di un tutto. Se volessimo prenderlo letteralmente, potremmo affermare con profonda certezza che tale asserzione non è valida per tutti, specie in letteratura. Sono tanti i personaggi che rappresentano l’ideale di essere un’isola e di isolarsi. Questo vale, soprattutto, per un uomo in particolare. Perché c’è un uomo, il primo eroe moderno, l’«eroe multiforme dalla mente colorata» nelle parole di Pietro Citati, che è decisamente un’isola.

Il primo eroe moderno è Ulisse, il protagonista del poema epico considerato tra i primi romanzi della letteratura. L’isola a cui appartiene Ulisse, lo sappiamo, è la sua Itaca, di cui è re. È Ugo Foscolo, nella sua A Zacinto, a invidiare il suo eroe che bacia la «petrosa Itaca», manifestando la profonda necessità di sentirsi egli stesso legato a un’isola, in questo caso Zacinto (o Zante), nel mar Ionio. Isola e isolamento sono legati dall’idea, figurata e letterale, di un’alienazione dal resto e di una solitudine.

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Quest’ultima ricercata fortemente, in introspezione, da altri personaggi come il protagonista di Controcorrente di Joris-Karl Huysmans, manifesto del Decadentismo, oppure l’uomo del sottosuolo dei Ricordi (tradotto anche Memorie) di Fëdor Dostoevskij. Ulisse può essere un fil rouge dal quale partono, per antitesi o volute giustapposizioni, altri isolamenti. Isole fisiche, isole figurate: sono, in realtà, tutti isole gli uomini.

L’isola petrosa e il nostos: Ulisse e Cesare Pavese

Il concetto di “isola” in Omero si lega all’idea di appartenenza e di patria. «Un paese ci vuole», diceva Cesare Pavese, ricercare le proprie origini e avvicinarsi a un luogo familiare e conosciuto. Eppure, Ulisse con l’isola ha un rapporto del tutto particolare. Per quanto poetica, e in parte anche veritiera, l’immagine di un uomo che lotta e fa di tutto per raggiungere e ritornare alla propria patria riduce l’eroe omerico a uno stigma alquanto semplicistico.

Più complesso reso e compreso sempre dallo stesso Pavese, che del mito ha sempre saputo interpretare le implicazioni antropologiche e sociologiche in maniera brillante. Prima ne La luna e i falò, ma alla luce di questa analisi risulta più producente citare un altro romanzo di Pavese: La casa in collina. Qui Corrado si rifugia in collina poiché non riesce ad agire di fronte al terribile contesto della guerra. Non l’ha combattuta, come Ulisse: l’isola a cui Corrado è legato è quella della propria inadeguatezza.

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Il nostos de La luna e i falò è una ricerca di quella adeguatezza, nel voler ritrovare il proprio paese per ritrovare se stessi, ma non nell’isolamento della propria individualità: sono anche gli altri che creano il paese, è il rapporto con le tradizioni e con le persone a creare la patria come isola. Ulisse è legato non solo alla sua, bensì a tante isole. Questa idea si può intendere figurativamente, poiché Ulisse vive tantissime solitudini, in veste di eroe che per antonomasia lotta contro i limiti dell’umano e sfida il divino. Non vuole quindi tornare nella sua isola, di fatto: sono l’avventura e la curiositas la vera isola in cui Ulisse approda in continuazione. Sono anche gli altri le sue isole.

Certamente, nell’Odissea l’isola è un luogo sempre presente in senso fisico e legato ai personaggi più affascinanti. Circe vive nell’isola di Eea, chiamata così da Eos, che significa aurora. Secondo molti corrisponderebbe all’attuale promontorio del Circeo, secondo altri sarebbe l’isola di Ponza. Nausicaa, invece, viene condotta da Atena nell’isola di Scheria, dove Ulisse naufragherà come ben sappiamo. Altro elemento fondamentale che fa dell’isola un luogo in ogni senso legato a Ulisse riguarda anche la letteratura contemporanea. La ninfa Calipso vive nell’isola di Ogigia, ed è con lei che Ulisse (qui chiamato Odisseo) conversa nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, in un dialogo intitolato proprio L’isola:

CALIPSO        Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola. Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.

ODISSEO       Una vita immortale.

CALIPSO        Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto?

ODISSEO       Io credevo immortale chi non teme la morte.

CALIPSO        Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto? Perché i discorsi che vai facendo tra gli scogli?

Il sottosuolo e l’alienazione

Ma il vero luogo geografico è proprio quel sei ancora inquieto. L’inquietudine di essere al mondo, la complessità di avere a che fare con se stessi, una maledizione che spinge ad allontanarsi anche dagli altri. Il desiderio di essere isola cambia luogo e diventa alienazione nel sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, definibile la vera officina poetica di un autore profondo e introspettivo. Il protagonista di Ricordi dal sottosuolo si ritiene una persona profondamente abbietta, che pur avendo una notevole istruzione ha commesso diverse azioni ignobili nella sua vita.

La sua misantropia, che comprende il disprezzo per se stesso, passa per la condanna aspra e severa della società. Il sottosuolo di disgrega nella ricerca dei libri, nella lettura come fonte di isola confortevole che consente una fuga dal resto del mondo.

A casa principalmente leggevo. Avevo bisogno di soffocare con sensazioni esterne tutto quello che mi s’era accumulato dentro. […] Le piccole passioni in me erano sempre acute, roventi a causa della mia congenita, morbosa sensibilità. Mi venivano degli attacchi isterici con lacrime e convulsioni. Mi assaliva una voglia isterica di contraddizioni, di contrasto. […] Fin d’allora mi portavo nell’anima il mio sottosuolo.

Nel 1884 con il romanzo Controcorrente di Joris-Karl Huysmans, che dà inizio al Decadentismo e influenzerà tra gli altri Oscar Wilde, il cui protagonista si isola dalla società per dedicarsi unicamente alla lettura. Guy de Maupassant lo ha definito «storia di una nevrosi», quindi l’inquietudine di stare al mondo ritorna con il desiderio di rintanarsi al sicuro dagli altri, isolarsi in un altro luogo. Anche qui, allora, convergono disprezzo per la società e isolamento, eppure nella lettura quel che l’isolato ascolta sono le parole degli altri, le loro storie, le loro idiosincrasie.

La parola e la letteratura sono un’isola

Sono infatti le parole le vere protagoniste del viaggio di Ulisse, quegli elementi dai quali, pur isolandosi, è impossibile fuggire. I discorsi, Ulisse, li fa tra gli scogli. Il logos del re di Itaca è l’origine della sua isola, della sua avventura e della sua essenza, nonché il motivo per cui Dante lo colloca all’Inferno. Itaca diventa un luogo che raccoglie nostos, avventure ma anche vendetta. È il luogo dove Penelope attende, quello da cui Telemaco parte, quello cui sembra che Ulisse aneli continuamente.

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Tutte le altre isole attorno si spogliano del loro significato individuale, racchiudendo la moltitudine. «Nessun uomo è un’isola» non è più l’espressione giusta, allora, perché ogni isola crea la stessa comunità. La curiositas di Ulisse si infrange, come l’acqua sugli scogli, da una sola isola, da un solo momento, da una sola guerra. Al contrario, il suo viaggio passa per molte altre isole, per l’affascinante conoscenza continua di mondi nuovi.

Sarà bene dire, allora, che l’uomo è un’isola: scopre tante isole diverse dalla sua, per poi tornare, nel momento di piena soddisfazione, all’unica che lo fa sentire sicuro e protetto. Non vi tornerà mai definitivamente, si imbarcherà di nuovo, come Foscolo, che desiderava baciarla solo alla fine della sua vita ed esservi sepolto, ma non rimanervi per sempre, chiuso e isolato. L’isola può essere la vita, ma soprattutto, l’isola può essere la letteratura.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. Autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

1 Comment

  1. Bellissimo articolo, complimenti, molto interessante.
    Dott.ssa Rosa Mininno
    Presidente della Scuola Italiana di Biblioterapia, del Libro, della Lettura e delle Arti S.I.B I.L.L.A.

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