«Origini» di Saša Stanišić: di patrie frammentate e origini da ricostruire

Vincitore del Deutscher Buchpreis 2019, un romanzo che ragiona sul significato delle radici e dell'appartenenza

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Origini

Se c’è una parola molto complessa per i tedeschi, quella è Heimat, “patria”. Non semplicemente il luogo delle origini, ma anche quello degli affetti, dei ricordi, d’approdo. Ideologicamente, la “patria” è anche la lingua, le storie e le idee che costituiscono un’identità.

In letteratura tedesca tanti si sono confrontati con questo tema. Più recentemente, l’autore bosniaco naturalizzato tedesco Saša Stanišić ha declinato in maniera originale questo tema con Origini, proposto in italiano da Keller nel luglio 2021 con traduzione di Laura Garlaschelli, vincitore in Germania del prestigioso Deutscher Buchpreis 2019.

La trama di «Origini»

Origini è un libro di difficile classificazione: può essere un memoir, un’autofiction, un po’ saggio per la presenza di informazioni sulla Jugoslavia e le sue guerre d’indipendenza, ma sul finale si mostra essere anche un iper-romanzo che interpella direttamente il lettore.

Il protagonista è lo stesso autore. Stanišić è nato a Višegrad nel 1978 da padre serbo e madre bosniaco-musulmana, quando la Jugoslavia era ancora una realtà, e partito alla volta della Germania nel 1992 nel momento in cui iniziò la guerra in Bosnia Erzegovina.

Ormai adulto, il protagonista/autore inizia a interrogarsi sulle sue origini e sul suo legame con la “patria”, la Jugoslavia, che ormai non esiste più, attraverso non solo i suoi viaggi di ritorno in Bosnia, ma anche il rapporto con Kristina, la nonna paterna ormai affetta da demenza senile. Per l’autore, quindi, esiste l’urgenza di riallacciare i rapporti con un passato che fa ancora parte del suo vissuto:

Questa storia comincia con un contadino di nome Gavrilo, no, con una notte di pioggia a Višegrad, no, con la demenza senile di mia nonna, no. Questa storia comincia con un mondo bersagliato da un affastellarsi di storie.

Ancora una! Ancora una!

Scriverò più di un inizio e troverò più di un finale, mi conosco ormai. Senza divagazioni le mie storie non sarebbero mie. La divagazione è il tratto distintivo della mia scrittura.

La mia avventura.

Un discorso frammentato sulle radici

Origini si presenta, come afferma Stanišić, come «un affastellarsi di storie». La sua struttura è costituita da capitoli spesso brevi ed episodici, in cui si sovrappongono tre piani temporali differenti. Il primo è l’infanzia a Višegrad tra gli anni Settanta e Novanta. A questo segue l’adolescenza nel quartiere di Emmertsgrund a Heidelberg negli anni Novanta. Infine, il romanzo narra l’età adulta nel 2018, in cui l’autore, ormai padre e affermato scrittore, intraprende il processo vero e proprio di ricostruzione delle origini ritornando a Oskoruša, villaggio d’origine della famiglia paterna, e a Višegrad, dove la nonna Kristina soffre di demenza senile.

La frammentarietà e il sovrapporsi di episodi differenti illustra il carattere di costruzione delle origini:

Comunque la si giri, le origini restano un costrutto! Una specie di costume che ci viene calato addosso e che siamo poi costretti a indossare per l’eternità. Una maledizione, dunque! Oppure, con un po’ di fortuna, una capacità che non deve dire grazie ad alcun talento e che tuttavia genera vantaggi e privilegi.

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Questo carattere delle origini è corroborato anche dalla presenza di elementi intertestuali come poesie, canti popolari, citazioni da saggi e da opere precedenti dell’autore come Trappole e imboscate (L’Orma, 2020) e La storia del soldato che riparò il grammofono (Frassinelli, 2007). Citando queste due opere, Stanišić rende evidente non solo il carattere di inaffidabilità del narratore e di finzione nella ricostruzione dei ricordi di Origini – punto in comune fra i tre libri –, ma inserisce il romanzo in un discorso complesso, frammentario e senza fine come quello sulle radici.

Un altro aspetto interessante è quello del finale interattivo, in cui il lettore può scegliere il percorso da intraprendere. Questo finale, che rende Origini un iper-romanzo, evidenzia un aspetto fondamentale: «la finzione», sostiene Stanišić, «è un sistema aperto fatto di invenzione, percezione e ricordo, che scalfisce gli eventi realmente accaduti». Le radici, dunque, sono una rielaborazione di fatti accaduti che, una volta entrati nella sfera del passato, s’intrecciano con la memoria e la finzione.

 Il rapporto tra memoria e finzione

L’intreccio fra memoria e finzione è funzionale per il recupero delle proprie radici, soprattutto quando la loro scomparsa è minacciata dall’incedere del tempo e dalla morte. «La storia», dichiara il protagonista/autore, «è cominciata con l’affievolirsi della memoria e un paese quasi scomparso. È cominciata in presenza dei morti».

L’autore nota come attorno alla storia della sua famiglia, quella dal lato paterno, ci sia una sorta di rielaborazione. La scomparsa dei membri più anziani della famiglia è da interpretarsi come momento che permette la ripresa del passato accompagnata dall’invenzione di storie come quelle dei draghi per rendere mitico il proprio lignaggio. Questo perché le storie hanno «la funzione di atti sostitutivi fra noi». L’atto del narrare, infatti, permette di far rivivere tradizioni e usanze che tendono a scomparire, e così facendo le trasforma.

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Ascoltando i racconti di sua nonna Kristina, di Gavrilo, sua moglie Marija e suo fratello Sretoje, Stanišić assiste alla creazione di «un inventario comune», fatto di leggende ed eventi reali, che porta alla creazione di un’identità familiare, e spesso nazionale. Nonostante sia, però, un concetto astratto, l’identità nazionale porta spesso a conflitti come quelli delle ex repubbliche jugoslave, che cercano di cancellare idee e tradizioni degli altri:

Non capisco che le origini dovrebbero portare con sé determinate caratteristiche, e non capisco che alcuni siano pronti a ingaggiare battaglie in loro nome. Non capisco le persone che credono di poter essere contemporaneamente in due luoghi (nel caso in cui qualcuno sia davvero in grado di farlo, però, mi piacerebbe imparare). Io preferirei essere contemporaneamente in due tempi.

Le origini secondo Saša Stanišić

Per Stanišić, le origini non sono «la feticizzazione delle origini» e «l’immagine illusoria dell’identità nazionale», ma «l’appartenenza. Ovunque gli altri mi volessero e ovunque io volessi essere». Appartenere vuol dire accettare un passato ereditato dagli altri, e un presente a cui si è approdati, nonostante ci si senta fuori posto.

Le origini sono a Višegrad, Oskoruša, Heidelberg, Amburgo. Sono tutti i luoghi che fanno parte della nostra esistenza, le storie che raccontiamo e le lingue che parliamo:

[…] questo sono io? Figlio di questi genitori, nipote di questi nonni, pronipote di questi bisnonni, figlio della Jugoslavia, fuggito da una guerra, capitato per caso in Germania. Padre, scrittore, personaggio. Tutto questo sono io?

Parafrasando il Premio Campiello Carmine Abate, anche per Saša Stanišić le origini sono un vivere per addizione. I ricordi frammentari del passato si sommano alle esperienze del presente, ed è qui che ritorna il discorso sulla Heimat. Patria diventa la mitizzazione del passato, i luoghi dell’infanzia e la vita presente. Diventa tutto ciò che vive nel cuore di una persona, che si arricchisce delle sue tradizioni e degli incontri con gli altri.

«Origini»: una vita per addizione

In un periodo storico in cui l’intolleranza verso gli altri e i nazionalismi danno adito a episodi di violenza, Origini di Saša Stanišić giunge a noi come un toccasana. Ironico e profondo allo stesso tempo, l’autore mette sì in evidenza l’importanza della propria eredità culturale e delle proprie radici, ma al contempo ci invita anche ad accogliere il nuovo come parte della propria identità come arricchimento culturale e spirituale.

Le origini sono le casualità dolciamare che ci hanno sospinti qui e là. Sono un’appartenenza che abbiamo e basta, senza aver fatto nulla per conquistarla. La famiglia sconosciuta sepolta sotto il terreno acido di Oskoruša, la bambina sconosciuta a Montpellier.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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