Flapascià, il mantello dei desideri non detti

«Il primo desiderio» di Rossella Milone

7 minuti di lettura

[…] e la bambina aveva risposto: «Flapascià». Così Cecilia le aveva chiesto: «Ma cosa significa?»
«È un mantello che serve a coprire le cose che non so».
«Quindi lo usi quando non sai cosa dire?»
«Significa solo che ancora non le so e devo alzare il mantello per capirle».

Flapascià è la parola esatta per iniziare a scrivere questa recensione, proprio perché di fronte al micromondo che Rossella Milone crea nelle otto storie che scandiscono Il primo desiderio (Neri Pozza, 2025) si ha la sensazione di essere stati forestieri in un paese che non è il proprio, ma in una vita che gli somiglia assai.

Leggendo il primo racconto potremmo avere l’impressione che questa storia riguarderà Mario, Teresa e la loro figlia Isabel. Proseguendo la lettura, invece, scopriremo fili rossi che legano questo romanzo in racconti da diverse prospettive, personaggi, contesti. Tutti questi riguardano Isabel. Dall’adolescenza all’età adulta. Isabel stratega, Isabel tenera, Isabel sfuggente, creativa, libera… Molto amata dai suoi genitori, dai suoi amanti e dalle amiche. Cambia – ma mai radicalmente – a seconda dello sguardo che la cattura, anche solo per pochi istanti. 

Forse è stato già lì, quando possedevano uno spazio ma non il tempo, che hanno cominciato a coltivare una forma primordiale di cattiveria, a familiarizzare, anche senza saperlo, con l’idea che condividere fa bene fin quando stai bene, ma che a sopravvivere sei solo. 

Il tempo come ferita, i desideri come cura

Il primo desiderio indaga le incognite del tempo. Ogni personaggio vive in conflitto con la caducità dell’esistenza e lo spazio che vive, tra una quotidianità impartita e il bisogno di una rivoluzione. Come Cori, primo amore di Isabel, che si radica nella facile (in)felicità di chi si accontenta di ciò che ha; Sandra, costretta a casa da dolori che la rendono più adulta di quello che è, che osserva la vita attraverso le storie disinteressate di Isabel; Cecilia, che segue il sogno rivoluzionario di una felicità lontana da una famiglia oppressiva, e si scontra con la disumanità; Rosa, la collaboratrice domestica della famiglia di Isabel, che ci permette di guardare la vita da un’altra prospettiva del paese di Cremano (liberamente ispirato a San Giorgio a Cremano), una Napoli periferica. (No, non avrete a che fare solo con personaggi femminili.)

Legami invisibili in cui si intrecciano desideri e scelte: vincoli familiari, pressioni sociali, ruoli già scritti, legami affettivi che sfociano nella dipendenza. Così i veri desideri restano spesso sepolti, assopiti in un assoggettamento silenzioso.

Proprio perché «Il tempo di tutti è un incessante vagabondare», ogni capitolo è un salto in avanti o indietro nel tempo. L’autrice ci mette di fronte a un personaggio nuovo, ancora sconosciuto. Lascia dietro di sé il dubbio di non aver colto il legame con quello precedente. Ma basta proseguire nella lettura per riafferrare punti di contatto o dettagli del tempo trascorso, senza mai la sensazione di una forzatura nella narrazione. A parlare non è un narratore onnisciente né commentatore: Milone lascia che siano i dettagli, i gesti e le omissioni a ricostruire le connessioni.

Le relazioni, legami che creano connessioni

Le parole fluiscono e si rivelano strumento di introspezione, mai fini a se stesse, per rivelare un conflitto interiore, un senso di colpa, un segreto, un desiderio. Lo stile di scrittura di Milone è una tensione continua tra ciò che i personaggi vogliono e ciò che ottengono. Seguiti dalla consapevolezza che ogni “primo desiderio” soddisfatto implica una perdita.

Il cuore pulsante del libro, tuttavia, sono le relazioni: amori addomesticati dal tempo ma non privi d’intensità; slanci passionali che a volte liberano e altre feriscono; desideri considerati illeciti o peccaminosi; amicizie interrotte e poi riprese; rapporti familiari logorati da silenzi, incomprensioni o colpe mai perdonate. L’intreccio tra spazio e tempo si amplifica soprattutto nell’esplorazione della dimensione sessuale, intesa come un terreno di vulnerabilità estrema, in cui il corpo nudo diventa insieme rivelazione e condanna. Il desiderio si fa allora confine: da una parte vissuto come colpa, dall’altra rivendicato come atto di emancipazione.

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Quanto possiamo realmente dire di conoscere le persone che ci circondano?

La lettura di questo libro lascia un dubbio, messo per iscritto nella sinossi: «Esistiamo anche senza nessuno che ci guardi, che ci conosca?».

Che si tratti di familiari, partner o presenze appena entrate nella nostra vita, ognuno custodisce una parte di sé che non avremmo mai immaginato. A volte luminosa, a volte oscura. Ed è per questo che, terminata la lettura, resta addosso la stessa sensazione di Flapascià: il bisogno di sollevare ancora un lembo di mantello, per provare a capire ciò che non abbiamo saputo, o voluto, vedere.

In questo senso Il primo desiderio (acquista) è anche un invito: riconquistare uno sguardo personale, liberarsi dal giudizio esterno, accettare il desiderio come forza che ci plasma, anche quando rimane incompiuto. Milone ci invita a riflettere sul desiderio come forza che ci guida, ma che, proprio perché inafferrabile o negoziante, ci definisce come esseri umani. 

Questo romanzo è consigliato a chi sente il tempo scorrere come un fiume impetuoso e sa che ogni desiderio irrealizzato lascia un vuoto. Per chi, nonostante tutto, rincorre la libertà come un respiro necessario, silenzioso, tra dubbi, sogni e desideri mai detti.

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Serena Votano

Serena Votano, classe 1996. Tendenzialmente irrequieta, da capire se è un pregio o un difetto. Trascorro il mio tempo libero tra le pagine di JD Salinger, di Raymond Carver, di Richard Yates o di Cesare Pavese, in sottofondo una canzone di Chet Baker, regia di Woody Allen.

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