Quando il romanzo giallo incontra il racconto storico, la tensione narrativa riporta i lettori indietro nel tempo, in un’epoca lontana e affascinante.
La canzone di Šaljapin di Ivy Low Litvinov, scritto nel 1930 e tradotto per la prima volta in italiano da Susanna Marrella Ricci per Ago Edizioni, intreccia l’eleganza del poliziesco inglese alla complessità della Russia post-leninista.
La città più che addormentata, sembrava soffocare, intrappolata nel gelo. Il palazzo del Cremlino, con le sue numerose chiese e pinnacoli, osservava le piazze silenziose, i ponti solitari e le strade deserte al di là delle mura merlate. Nelle sere d’estate è solito contemplare il proprio riflesso nell’acqua, regalmente quieta; ma in quella fredda notte del febbraio 1926, quando il fiume gelato si rifiutava di rispecchiarne le mura nude e i maestosi edifici, sembrava più l’illustrazione di un libro per bambini che non qualcosa che provvedeva da sempre ai bisogni degli esseri umani.
«La canzone di Šaljapin», in una Mosca silenziosa e glaciale
Febbraio 1926, Mosca è addormentata e intrappolata nel gelo. In un appartamento un giradischi continua a suonare mentre sul pavimento giace il corpo senza vita di Arkadij Petrovic Pavlov, rappresentante di una ditta siberiana di legname, trafitto da un pugnale.
Nella Canzone di Šaljapin non troverete un unico protagonista, ma tre figure che spiccano tra tutti i personaggi: il Commissario Nikulin, la ballerina Tamara Dolizdej e il giornalista Julij Itkin.
Il Commissario Nikulin è un uomo lucido, che osserva più di quanto parli, seguito dall’ispettore Janovitskij, è ossessionato dalla verità.
Tamara Dolizdej, giovane ballerina del Bol’šoj, sin dalle prime pagine è la principale sospettata. Una ragazza nel pieno della bellezza, che pur non riesce a celare la sua fragilità d’animo, appare al tempo stesso colpevole e vittima.
Il terzo volto è Julij Itkin, giornalista cresciuto ai margini, che ha conosciuto fame e disillusione. È lui a raccontare la città, tra idealismo e realtà.
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Tre destini che risuonano come le note di una stessa canzone: quella di una Mosca ferita dalla Rivoluzione e dalla Guerra Civile. Lenin è morto da pochi anni e gli anni Trenta di Stalin non sono ancora arrivati.
Pavlov, l’uomo assassinato, era stato ritrovato dalla moglie del portiere dell’intero complesso, che come ogni mattina gli portava la colazione. Era stato colpito al collo con un pugnale.
Il commissario Nikulin e l’ispettore Janovitskij trovano l’appartamento normale, solo lo scrittoio della vittima è in disordine, con in vista una statuetta di ceramica di una ballerina e, accanto al pugnale, monete di latta dorate, ornamento di vestiti d’opera. Chi poteva averlo ucciso? E perché?
La verità tra le pieghe di una lettera e le tende del sipario del Bol’šoj
Lo descrivono come un uomo gentile con tutti, che viveva agiatamente, curava il suo lavoro in ufficio e si dedicava alle sue passioni per il teatro e il balletto d’opera.
Il guardiano notturno e il portinaio hanno visto entrare una ragazza dopo la mezzanotte in casa della vittima. Dicono sia andata via all’incirca un’ora dopo, ma non conoscono la sua identità. Le monete potrebbero essere parte di un costume del corpo di ballo, tutto riconduce al Teatro Bol’šoj. La giovane ballerina Tamara Dolidzej, ancora adolescente, per arrotondare si recava nell’appartamento della vittima a ballare per lui. Quella sera, con il vestito e un pugnale di scena, era stata da Pavlov ed era andata via all’una di notte.
Nell’appartamento trovano anche riviste francesi difficili da reperire a Mosca, un programma del teatro Bol’šoj datato il giorno dell’omicidio e un biglietto firmato con la lettera S. La grafia è quasi indecifrabile, ma il messaggio è chiaro. Rivela che l’uomo conosciuto come Arkadij Petrovic Pavlov sarebbe in realtà il comandante di un vecchio stato maggiore dell’Aquila Bianca, durante la campagna siberiana del 1919. Il suo vero nome, sostiene la lettera, è Malinovskij. La sua morte assume sfumature di un omicidio politico, un regolamento di conti da parte di una delle molte vittime lasciate dietro di sé.
Il commissario Nikulin si ritrova così davanti a un bivio. Da un lato Tamara, di cui continua a credere l’innocenza; dall’altro una vittima con un passato ingombrante – ufficiale dell’esercito di Kolchak, membro di una società politica segreta – e forse ancora nel mirino di un nemico mai del tutto scomparso.
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Tra danzatori, passioni segrete e indizi enigmatici, in una Mosca rivoluzionaria dove nulla è come appare, l’investigatore dovrà destreggiarsi in un labirinto di sospetti e menzogne per arrivare alla verità. In questo romanzo la tensione è sottile, più psicologica che d’azione.
La prosa di Ivy Low Litvinov è elegante, limpida, priva di retorica come il giallo inglese. Nessun giudizio politico o morale, solo uno sguardo lucido e umano sulle persone. Eppure è come se Dostoevskij o Bulgakov guidassero i personaggi.
Nata a Londra nel 1889 in una famiglia intellettuale, non è solo una scrittrice, ma una testimone privilegiata della Storia. Nel 1916 sposa Maxim Litvinov, rivoluzionario russo in esilio che diventerà ministro degli Esteri di Stalin. Dal 1920 vive nell’URSS stalinista, seguendo il marito nei suoi incarichi diplomatici fino a Washington durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui inizia a collaborare con il New York Times come corrispondente.
Questo romanzo segnò il suo ritorno alla scrittura dopo un periodo di blocco creativo, superato grazie all’ipnosi. Non venne mai pubblicato a Mosca, ritenuto troppo realistico, e uscì solo in inglese nel 1930. Dopo decenni di oblio, arriva finalmente nelle librerie italiane.
La canzone di Šaljapin (acquista) non è solo un giallo, è un libro consigliato a chi è alla ricerca di una canzone malinconica su un mondo che cambia. Perfetto per chi cerca un romanzo che unisca mistero, memoria e una struggente eleganza narrativa, scritto da una donna che ha vissuto la storia sulla propria pelle.
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