Il gioco infantile come poesia rivoluzionaria

«Regno andaluso» di Joaquín Lobato Pérez

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Regno andaluso

«A thing well said will be wit in all languages»: si potrebbe tradurre questa frase in maniera grossolana come «una cosa ben espressa sarà comprensibile in tutte le lingue». Questo è un verso tratto da An Essay of Dramatic Poesy di John Dryden, poeta inglese di fine Seicento che in questo saggio in forma di dialogo discute su come l’arte drammatica – e per estensione anche la poesia – debba cercare di essere libera dal rigido rispetto delle regole dei classici per esprimere con profonda sensibilità la natura umana.

Questo verso si trova in esergo a Regno andaluso, antologia poetica del poeta spagnolo Joaquín Lobato Pérez pubblicata e curata per la prima volta in italiano per Del Vecchio Editore da Ana López Rico e Vilma Di Giandomenico e che contiene uno scritto introduttivo di Enrico Terrinoni. L’esergo tratto da An Essay of Dramatic Poesy ben rispecchia la poesia di un autore che, ispirato alle avanguardie europee e al pensiero di poeti e filosofi come Rafael Alberti, Federico García Lorca e María Zambrano, è riuscito a rompere con le regole formali per creare un linguaggio poetico universale.

Le poesie di «Regno andaluso»

Per parlare di Joaquín Lobato Pérez e della sua poesia, si partirà dalle parole di Miriam Serrano Correa incluse nel colophon del volume dell’antologia:

L’aspetto caratteristico della sua personalità, riflesso nella sua produzione poetica, è la presenza dell’infanzia, come risorsa espressiva e ricerca intellettuale di un’anima che osserva il mondo con perplessità e non riesce a comprenderne la realtà e il dolore.

Nato il 18 luglio 1943, nelle parole di Ana López Rico si legge inoltre che Lobato Pérez è stato «un bambino minuto, malaticcio e con problemi di dizione», ma non per questo privo di immaginazione e in un certo senso di slancio vitale. Oltre a essere poeta, Lobato Pérez è stato anche pittore, e fondendo il linguaggio poetico a quello pittorico ispirato alle immagini dell’infanzia ha saputo creare una poesia in grado di trasformare la repressione e il rigore franchista in giocosità e creatività.

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Poesie dedicate all’infanzia e ai suoi giochi e oggetti, dedicate a pensatori e poeti come María Zambrano e Federico García Lorca, al cinema e persino alla propria degenza in ospedale e alla malattia – Morbo di Parkinson, per l’esattezza –: questo è il contenuto di un’antologia poetica che all’apparenza sembra trattare temi innocenti e di poca importanza, ma che in realtà contengono una cronaca precisa del mondo di un tempo e mostrano come la poesia sia un mezzo potente di libertà e resistenza attraverso l’immaginazione.

Una poesia che plasma la vita attraverso la memoria e il non-detto

Quanto è stato detto finora trova riscontro nelle parole di Enrico Terrinoni e nel suo scritto introduttivo al volume che parla del rapporto fra traduzione, vita e poesia:

Ma questo è quello che fa la poesia, o sbaglio? Plasmare, modellare, ricavare scavando nella materia tangibile per invocarne l’anima segreta. Blake il veggente, Blake il poeta, lo sapeva bene: non esiste nulla che non sia stato prima sognato, e forse lo intuì anche Lobato. I sogni, col loro linguaggio che quasi si zittisce al risveglio, ci parlano attraverso il silenzio per farci uscire dalla nostra prigione.

Tirando in causa il poeta romantico William Blake, Terrinoni spiega come anche una poesia all’apparenza naïf come quella di Lobato Pérez possa essere in realtà qualcosa di molto complesso. La complessità di queste poesie nasce da ciò che si cela dietro il mero ricordo, il mero oggetto e gioco infantile. Quello che il poeta e pittore spagnolo crea è un mondo che nasce dalla traduzione in parole e immagini di ciò che è «invisibile, indicibile, inudibile» del non-detto dell’ingenuità giocosa di ciò che in realtà viene rappresentato.

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Una parola fondamentale per capire le poesie di Lobato Pérez è “ricordo”. Secondo Ana López Rico, il ricordo nelle poesie del poeta spagnolo è da intendersi in senso platonico, ovvero come qualcosa che permette la conoscenza, una metempsicosi. Tuttavia, sempre López Rico ricorda come allo stesso tempo il poeta-pittore fosse contro Platone nel fatto di concepire i poeti come «imitatori di fantasmi che non raggiungono mai la realtà». Come per María Zambrano, anche per Lobato Pérez il poeta deve «recuperare la conoscenza per portarla al resto dei mortali», ovvero non deve soltanto rievocare e conoscere, ma anche far sì che quanto rievocato sia tangibile e percettibile ai nostri occhi.

Fuga infantile dall’oppressione

Stilisticamente parlando, Lobato Pérez usa uno stile molto avanguardistico dove alla rottura della strofa, assenza di punteggiatura e talvolta verbi, alterazione della sintassi fino all’associazione di concetti non correlati corrisponde un forte impatto visivo che crea immagini ironiche e al contempo critiche. Nella maggior parte dei casi, i componimenti che scrive sono definiti hipótilos, termine coniato dalla curatrice del volume e che altro non è che la storpiatura di Hipólito, farmacista che curava il poeta da bambino e la cui natura è dovuta alla fragilità della salute del poeta che usa versi alle volte stringati e straripanti di contenuto in contrapposizione all’ «angoscia di sentirsi sfuggire le ore».

Questa paura di una vita che sfugge e una libertà che viene sempre meno si esprime bene in Cantata epica breve per chi non ha mai avuto il compleanno, dove parlando della sua data di nascita – il 18 luglio – l’io lirico si esprime in maniera sarcastica verso il franchismo, verso l’idea di una «Spagna, una, grande e libera», ma allo stesso tempo percepisce un senso di asfissia e di impotenza:

Da questi natali esempi ricevuti
è cresciuto il terrore nel mio sorriso
Un’insicurezza Una paura sempre
in agguato Un’impotenza
ogni giorno

Nel componimento subito successivo, però, ovvero Scatolina di legno per il tamburo, l’io ci racconta fin da subito l’intento della sua arte e della sua poesia. Attraverso un tamburo e una coperta da stiro, l’io racconta il suo amore segreto per la pittura, che con oggetti scarni e miseri gli permette di evadere dalla paura e dal terrore con cui vive attraverso la forza dell’immaginazione creativa. In Ascolto, inoltre, l’io ci racconta la sua disobbedienza verso le istituzioni e il suo rispetto verso la natura, ovvero gli anemoni, le colombe e le crisalidi, segno di una forte contrapposizione alle regole oppressive del suo tempo.

Dalla fuga all’impegno verso la realtà

Tuttavia, in Mi divella l’io lirico esprime come, nonostante il divertimento che la parola poetica e l’immagine pittorica portano con sé, il pericolo della morte e dell’infelicità sia sempre dietro l’angolo, e dunque l’escapismo tanto decantato richiama il poeta a un certo impegno verso la realtà:

Perché
all’improvviso
una
tragedia svelata
mi ci abitua
sconfortandomi e qualcuno
mi porta dodici mazzi di gerani.

L’io è qui chiamato a conciliare due aspetti della sua poesia: l’escapismo e l’impegno. In Non riesco, l’io rivendica l’uso della parola come modo per “significare”, ovvero di esistere di fronte alla realtà, e se la parola giocosa ed escapista usata dall’io è significante e permette l’esistenza dando un senso alle cose, allora è necessario che mantenga questa sua caratteristica per far esistere anche tutto il resto e difenderlo dal male:

Ma non toglietemi
il diritto a riempire le mie mani di sorrisi.
Non ho nessun’altra particella. Significo. E non importa
quasi niente se
mi sveglio altrettanto triste.
Significo. Sostengo la mia condizione di mare
e faccio il verso del monte nella mia parola.

Il gioco creativo come atto di (r)esistenza

Come scrive in Mi cerco, nonostante la parola giocosa l’io si sente un «pierrot rattristato» che riesce a ritrovare gli altri «negli sguardi notturni del paradiso dello scherno». Questo, dopotutto, è ciò che si riscontra anche in Sono caduto, dedicato alla degenza in ospedale dell’io, dove il fatto di essere rimesso a letto dopo una caduta è fondamentale «perché imparassi che volare ha le sue difficoltà».

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Ciò che, dunque, si comprende attraverso queste poesie è come il gioco infantile di Lobato Pérez, sebbene sembri una mera pratica escapista, sia in stretto rapporto con la realtà. Quest’ultima è fondamentale affinché il gioco creativo esista per mostrare altre possibilità di vita e di libertà, e allo stesso tempo il gioco infantile permette al mondo e a ogni idea di vita futura di esistere.

Significo, quindi sono

Nato come progetto di tesi di laurea – e meno male che ci sono progetti di tesi che si traducono in operazioni editoriali serie che ci fanno conoscere nuovi autori mai scoperti e tradotti prima –, l’antologia Regno andaluso (acquista) curata da López Rico e Di Giandomenico ci fa conoscere per la prima volta in Italia un poeta, Joaquín Lobato Pérez, il cui sperimentalismo e la cui giocosa artificiosità non sono mero escapismo, bensì rivoluzione e creazione di mondi e libertà possibili. A prescindere dalla sua natura, la parola poetica “significa”, ovvero dà significato e concretezza a ciò che esprimiamo partendo da ciò che ci fa più male permettendoci di volare nonostante le difficoltà.

Non sono
obbediente. Lo capisco.
Sono senza speranza. Scus-
ate il difet-
to

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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