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«Se l’acqua ride» di Paolo Malaguti: un mondo scomparso

L'autore ci consegna il mondo dei burci e dei barcari affinché non venga dimenticato

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La scrittura e la storia di Se l’acqua ride di Paolo Malaguti – edito da Einaudi (collana Supercoralli) nel 2020 e concorrente alla 59a edizione del Premio Campiello – ci hanno letteralmente conquistati.

La storia è quella di un quattordicenne che vive un’estate a bordo della Teresina, il burcio del nonno, antica imbarcazione fluviale tipica padana. Siamo nel 1966 nel cuore della Pianura Padana, poco prima della grande alluvione, e tutto sta cambiando: i burci stanno diventando obsoleti, i trasporti fluviali stanno pian piano scomparendo. Eppure Gambeto, il giovane protagonista di questa storia, vive un’estate che ci trasporta nel cuore dei gorghi dei fiumi, ad ammirare la piattezza ruvida della laguna, attraverso l’incanto dei racconti che hanno affollato le storie che leggevamo da piccoli o che ci sono state tramandate dai nostri nonni. Ci riconosciamo in Gambeto, e in questa storia di formazione che fluttua attraverso le sue palpitazioni amorose, il bisogno dell’accettazione da parte dei grandi (di cui il nonno Caronte personifica il trapasso dall’adolescenza all’età adulta), alla ricerca di un agognato lieto fine; e con lui siamo capaci di vivere (o rivivere) gioie e dolori, patimenti e vette altissime.

Il mondo di «Se l’acqua ride» di Paolo Malaguti

Leggere Se l’acqua ride ha il potere di trasportare il lettore in un universo costellato di parlate arcaiche, di tradizioni che il mondo moderno cerca di oscurare o, peggio, dimenticare, nella delicatezza di rapporti accennati attraverso parole schiette – ma per questo indissolubili.

Paolo Malaguti con Se l’acqua ride fa una cosa importantissima: ci consegna un mondo affinché non venga dimenticato. E il mondo che crea è quello dei burci, insieme ai suoi barcari, che – una volta dismessi – vanno a riposare nel famoso cimitero dei burci (un posto che esiste ancora, con le carcasse delle vecchie imbarcazioni a segnare lo sprofondamento di una cultura tanto antica quanto desueta, ma non ancora del tutto dissipata nella memoria), perché un burcio è più di un semplice mezzo: è casa, riparo, compagno di avventure per chi lo guida e lo impara ad apprezzare.

[…] la Teresina ha voltato a meridione, inoltrandosi in una rete di canali e fiumi che per Gambeto sono un vero labirinto, di cui Caronte possiede le geometrie più intime: decine di nomi, e distanze espresse in giorni di navigazione, un ginepraio di fiumi che si articolano in affluenti che si subarticolano in canali… Finché se ne sta buona nei libri di scuola, la geografia non fa male a nessuno, ma a volerla tirar fuori e stenderla sul mondo vero, diventa un disastro, un degheio vero e proprio.

Paolo Malaguti, «Se l’acqua ride» (Einaudi, 2020)

Stile e personaggi

Lo stile di Malaguti è immaginifico ed elegante: la sua prosa è fluida, mai banale, visionaria. L’uso impeccabile del dialetto veneto (troverete alla fine del romanzo un glossario dei termini veneti, accuratamente selezionati) è funzionale alla descrizione del mondo che l’autore ha creato: anche quando Gambeto pensa lo fa con termini e idiomi dialettali, da autentico veneto.

I fiumi sono anche questo: custodi di una lingua che ancora in molti dei paesi che accompagnano le loro rive permane, si fa scudo contro il mondo che vuole inghiottirli.

E proprio qui, nel retroscena e nei crocevia di antiche strade che sono stati un tempo i fiumi e oggi diventano archetipi, ritroviamo la bellezza di una terra poco raccontata, che ancora oggi ha affondato i palinsesti della sua modernità su tradizioni antiche, nella storia di chi ha abbracciato l’indissolubile legame con la sua terra. Caronte, il nonno di Gambeto, è la prova vivente che queste tradizioni stanno scomparendo: si rifiuta di mettere il motore alla sua imbarcazione, continua a governare indomito la Teresina lungo il Bacchiglione, si arrabbia contro i sabionanti e i molinari; e cerca di insegnare a Gambeto come affrontare i patimenti del cuore, come renderlo robusto, con la sua compostezza ruvida e la sua fame di conquista del mondo; perché lui vuole arrivare a Trieste – perché Trieste è la meta, il trampolino di lancio che lo può spingere altrove, verso continue peregrinazioni con la sua Teresina. Eppure anche il barcaro, sorgente di emozioni contrapposte, si deve scontrare con la triste realtà: l’acqua è indomabile, lo dimostra l’alluvione a cui assistiamo nelle pagine del romanzo – la famosa alluvione del 1966.

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Caronte è l’opposto di Oio, l’intransigente insegnante di Gambeto, che durante una lezione afferma che «il commercio sui burchi è residuale», che sta svanendo: e così Gambeto fugge dalla precostituzione del suo futuro, e anela a diventare come il nonno: preferisce essere un barcaro con il vento in faccia, la fronte imperlata di sudore, piuttosto che soccombere alla schiavitù di un lavoro alla Fabrica.

I personaggi di Se l’acqua ride sono costruiti a regola d’arte da Malaguti. È difficile non amarli, non sentire le loro emozioni trapelare attraverso i dialoghi, talvolta stretti ed essenziali, ma che ci trasmettono informazioni necessarie: persino il padre di Gambeto, quando gli comunica che andrà a lavorare nella Fabrica o quando gli dice che il nonno è partito e non sa dove sia, usa poche parole, pratiche, composte. Ma è nella compostezza di queste informazioni che ritroviamo la bellezza dei rapporti essenziali e ferrei, perché le parole hanno il loro peso; i nostri nonni lo sapevano bene.

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Gambeto è il nostro eroe: guarda i suoi modelli, che per lui sono i più veri e puri che esistano, e tenta continuamente di elevarsi per raggiungerli. Per lui la vera verità è la Teresina, l’insegnante è stretto solo nel suo concettualismo isterico derivante dalle nozioni, la femina è un essere inafferrabile da ammirare (conservando così un’inclinazione dantesca), e il suo essere si ritrova in continuo affanno per accettare il cambiamento verso un mondo che a tratti non capisce, e che quasi sempre vorrebbe cambiare. Alla fine, la risposta gliela darà proprio quel paesaggio che si era abituato a osservare dalla Teresina, che come il suo alfabeto entra e si dissipa in lui, lasciandoci con una grande verità:

Forse sta lì il segreto: è vero che tutto cambia, come l’acqua dei fiumi, che un giorno ride chiara e trasparente, l’altro ringhia nera e vorticosa. Ma è anche vero che le cose, per altra via, resistono e sono dure a morire, di nuovo come l’acqua, che resta sempre lei, e fa sempre lo stesso giro.

Paolo Malaguti, «Se l’acqua ride» (Einaudi, 2020)

L’autore

Paolo Malaguti è nato a Monselice (Padova) nel 1978. È autore di Sul Grappa dopo la vittoria (Santi Quaranta 2009), Sillabario veneto (Santi Quaranta 2011),I mercanti di stampe proibite (Santi Quaranta 2013), La reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza 2015, con cui ha partecipato al Premio Strega), Nuovo sillabario veneto (BEAT 2016), Prima dell’alba (Neri Pozza 2017), Lungo la Pedemontana. In giro lento tra storia, paesaggio veneto e fantasie (Marsilio 2018) e L’ultimo carnevale (Solferino 2019). Per Einaudi, Malaguti ha pubblicato Se l’acqua ride (2020).

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Ester Franzin

Lettrice incallita, amante della letteratura e della lingua italiana in tutte le sue declinazioni. Classe 1989, è nata in un paesino della Pianura Padana. Si è laureata in Storia dell’Arte a Venezia e poi si è trasferita a Rimini, nel cuore della Romagna. Ha frequentato la scuola Holden di Torino e pubblicato il suo primo romanzo «Il bagno di mezzanotte».

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