Il mondo in un granello di mondo

«Digressione» di Gian Marco Griffi

20 minuti di lettura
Digressione

Una vecchia battuta recita così: la parola più lunga del mondo è “elastico” perché si allunga. Se seguissimo questo ragionamento, allora diremmo che la parola più complessa è “labirinto”. Che sia il labirinto del Minotauro o quelli raffigurati da Borges ed Escher, i labirinti non sono soltanto complessi dal punto di vista architettonico, ma anche metafisico ed esistenziale. Leggendo lo stesso Borges, infatti, si ha l’idea che il labirinto sia effettivamente ciò che ci permette di sfuggire in un certo senso all’idea della morte replicando infiniti spazi immaginari in cui perdersi e scappare da essa.

Una parola che esprime lo stesso smarrimento del labirinto è “digressione”, una divagazione che da un punto A parte per arrivare a un punto B attraverso molte elucubrazioni che si aprono all’infinito arrivando a far perdere il filo del discorso a chi parla, ma allo stesso tempo a stordire chi ascolta o legge. Digressione è anche il titolo del nuovo romanzo di Gian Marco Griffi, che dopo il grande successo di Ferrovie del Messico torna in libreria con un altro libro-mondo, romanzo enciclopedico o romanzo massimalista che dir si voglia.

La trama di «Digressione»

Digressione ha per protagonista Arturo Saragat, adolescente di Asti che vive solo con la madre Anna dopo che suo padre Giacomo ha abbandonato la famiglia per seguire il suo sogno di diventare botanico. Il ragazzo si dà appuntamento con alcuni suoi amici davanti al Carrefour della città per una spedizione punitiva, da loro definita “prova dei riflessi”, contro Tommaso Sconocchini, ragazzo che considerano «grasso, fa schifo a calcio e ha l’alito che gli puzza di merda e acetone lontano tre metri».

Sconocchini è anche colui che affida al protagonista un libro misterioso dal titolo L’armamento delle truppe a cavallo tartare, che si rivela però essere il titolo del frontespizio di un libro stampato in spagnolo, Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México di Gustavo Baz. All’interno del libro è contenuto un depliant con la scritta «non possiamo essere gentili in questo mondo oscuro», una frase di cui più volte Arturo si ricorderà, soprattutto dopo la brutta piega che prenderà la “prova dei riflessi”.

Sia il libro che la vicenda di Tommaso ossessioneranno il protagonista al punto da portarlo a viaggiare e divagare fra epoche diverse e luoghi diversi e le infinite possibilità della Storia. Fra asini cresciuti da un Mussolini miracolosamente scampato alla cattura, dentisti assassini, pinocchi rievocatori fascisti, dipendenza da marmellata di fichi e fantomatici uffici della redenzione, Arturo Saragat proverà per tutta la vita a fuggire non soltanto dal male verso il quale prova rimorso, ma soprattutto verso la banalità del quotidiano.

«Digressione» e la continuazione del Griffi-verso

Il lettore più attento e che già conosce Gian Marco Griffi si sarà già reso conto di qualche riferimento al precedente romanzo Ferrovie del Messico. Si azzarderà a dire che Digressione altro non è che un prosieguo ideale della storia di Cesco Magetti, membro della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria di Asti alle prese con un atroce mal di denti, l’amore non corrisposto o quasi per Isotta e il nazismo. Ciò che fa pensare all’idea di seguito ideale è la fine di Ferrovie del Messico, che finisce con una “seconda parte” di una pagina dove si legge quanto segue:

Dove si narrano le vicende di un manipolo di adolescenti annoiati sul finire dell’anno 2019, alle prese con l’attitudine alla ribellione propria di quell’età, con un grosso guaio e con gli ospiti di una residenza sanitaria assistenziale.

Senza dare troppe anticipazioni, queste righe contengono in nuce il contenuto di Digressione, poi sviluppatosi in quasi mille pagine di libro. Come recita l’azienda che produce mappamondi Vercingetorige, anche Digressione è «un mondo in un granello di mondo», ovvero una piccola parte del grande universo creato da Gian Marco Griffi che su questi schermi era già stato battezzato “Griffi-verso”.

Anche in questo nuovo romanzo il Griffi-verso si conferma essere una sorta di universo Marvel letterario dove confluiscono non soltanto le opere precedenti di Griffi, elementi della sua narrativa come la parodia del fascismo, la presenza di campi da golf, la fascinazione per il Sudamerica e la concezione della narrazione come avventura, ma anche opere e riferimenti letterari che già Marco Drago aveva individuato nella postfazione a Ferrovie del Messico e che sono, fra i tanti, Marcel Proust, Roberto Bolaño, Jorge Luis Borges, James Joyce e i poemi epico-cavallereschi.

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Asti caput mundi

Al centro di Digressione e del Griffi-verso come sempre c’è Asti, che apre questo nuovo romanzo in tutto il suo grigiore e la sua banalità:

E così ci siamo trovati nel parcheggio del Carrefour abbandonato, verso le cinque di pomeriggio; era la prima giornata fredda dell’autunno, di quelle fosche e opprimenti, gli alberi erano così ossuti che parevano pietrificati, le aiuole soffocavano sommerse da cartacce sparse sul terreno gibboso e spoglio, arido, perfino i cespugli erano squallidi e insignificanti, spelacchiati, e le strade erano vuote e smarrite. Il mappamondo della Vercingetorige, là in fondo, oltre il Borbore, ruotava sopra i tetti fiacco e sordo. I colori, quel giorno, sembravano succhiati via, cancellati, scolati dallo scarico dell’immenso lavandino che è il tempo. Il motivo, ve lo dico subito, è che viviamo in una città senza colori, nel tempo della bruttezza, perché non meritiamo niente di meglio.

Nonostante Asti ci venga presentata in questo modo, in Digressione la città piemontese che ha dato i natali a Vittorio Alfieri diventa improvvisamente il centro del mondo. Situata nel 45° parallelo e sede di un’importante fiera dedicata a cartografi e astronomi provenienti da tutto il mondo, Asti diventa centro del mondo, luogo dove si concentrano passato, presente e futuro, e dove si biforcano e si incontrano tante storie, la Storia e le loro infinite possibilità. Tutto questo succede grazie ad Arturo e al misterioso libro che possiede, a causa del quale Asti cambia totalmente connotazione ai nostri occhi:

Era come essere ad Asti senza essere ad Asti, come se l’indice generale delle cose di città palesasse lievi (ma decisive) dissomiglianze tra la Asti che ricordavo, quella del Touring Club e di TuttoCittà, quella di GoogleMaps e di Via Michelin, e la nuova Asti che mi accerchiava, recintandomi in una realtà dove Arturo Saragat era un impostore, un pesce fuor d’acqua, un millantatore. E a ogni passo la sensazione di estraneità cresceva, un po’ come se un altro Arturo Saragat, del tutto identico e del tutto differente, si sovrapponesse all’Arturo Saragat che ero, o che ero stato fino a quel giorno, e come se i due Arturi non collimassero, ora per un nonnulla ora per una spanna; muovendo lestamente le mani potevo perfino percepire la persistenza della discrepanza tra un Arturo Saragat e l’altro che il movimento repentino generava, originando una memoria, o una proiezione, di quel che ero stato o che sarei potuto essere in un’altra linea temporale.

Non è un caso che poco fa si sia citato James Joyce, perché come Leopold Bloom e la sua Dublino anche Arturo Saragat vive la propria città come un labirinto dove perdersi con i pensieri, i ricordi e le storie di personaggi che si avvicendano nel corso della storia. Alle volte si ha il dubbio che in realtà tutto quello che leggiamo duri un giorno e sia un divagare con la mente di Arturo Saragat che in realtà si è opposto alla spedizione punitiva contro Tommaso, o forse lo deve ancora fare, e che cerca di immaginare intricati mondi complessi come Cesco Magetti per sfuggire al male e alle sue conseguenze e così come Leopold Bloom cerca di sfuggire alla propria noia esistenziale.

Il libro dei libri

Come fa, però, Asti a essere il centro del mondo? A essere punto di incontro con posti lontani, reali e immaginati come Santa Brígida de la Ciénaga, Roghudi o Pantelleria? Grazie a un libro che a sua volta, come fosse un capolavoro di letteratura ergodica, contiene dentro di sé altri libri, appunti e annotazioni scritti nelle lingue più disparate e che ne fanno un autentico aleph borgesiano: la famigerata Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México.

Quest’ultimo è punto di incontro di «tutto ciò che esiste, più una parte cospicua di ciò che è esistito e non esiste più, di ciò che esiste pur non essendo mai esistito, e di ciò che non esiste, non è mai esistito e mai esisterà». Al suo interno Arturo vede le storie di chi ha posseduto il libro prima di lui, e lui stesso al contempo contribuisce a mandare avanti la creazione di un mondo che è al contempo vita che continua grazie a chi è entrato in possesso del libro e l’ha arricchito con appunti e riflessioni:

[…] come in un gomitolo, e alla fine si attorcigliano così profondamente che non riesci più nemmeno a dire quali sono stati i tormenti e quali le gioie, tutto sembra irrisolto, nulla è mai sbrogliato, il tempo ci disordina, il tempo disordina le vite, i sentimenti, ogni istante è una scelta e ogni scelta genera un mondo, il quale presenta differenze infinitesimali rispetto al mondo che è andato perduto, l’amore crea un mondo, la morte ne crea un altro, un piccolo insignificante gioiello crea un mondo ineluttabile, un mondo caotico, un dabbasso senza fine, una vertigine insopprimibile.

In questa cosmopoiesi un po’ sgangherata e picaresca, punti focali sono due elementi che più contraddistinguono la vita dell’umanità: l’amore e la morte. Qui ritorna la parodia della quest presente anche in Ferrovie del Messico. Non è un caso che Arturo venga chiamato qualche volta Artù da suo padre e dall’amico Drino, e non è un caso che la persona che ama si chiami Angelica come la bella principessa del Catai dell’Orlando furioso, in quanto Arturo crea tutta questa enorme digressione per sfuggire alla colpa, ma anche per mantenere vivo – almeno nell’etere – l’amore per Angelica.

Perché dev’essere così?

Come Orlando con Angelica e Leopold Bloom con Molly, Arturo avvia la sua quest mosso principalmente dall’amore per Angelica, che lo vuole amare soltanto quando ci sono le elezioni, e che nel mentre vuole rendersi indipendente come scrittrice e dentista:

Eppure, si disse, perdere tempo non è ciò che rende la vita degna di essere vissuta? Le parentesi, le digressioni. E l’amore. L’amore è una perdita di tempo? Oppure è una luna bellissima che sbuca dalle nuvole illuminando la città?

Se restiamo nella metafora della quest, Arturo si pone anche lui alla ricerca del Sacro Graal, che a differenza di Cesco Magetti non è il libro di Gustavo Baz – quello ce l’ha già –, ma è una ricerca di significato e di senso di ciò che legge e che vive. Come Orlando, Arturo impazzisce non soltanto per il rimorso verso quanto accaduto a Tommaso e verso un presunto tradimento di Angelica, ma anche per via della propria ossessione verso la marmellata di fichi.

Tutte queste ossessioni sembrano legittime e al contempo esagerate, ma servono ad Arturo come novello Parzival per cercare di rispondere alla domanda: «perché dev’essere così?». Attraverso le infinite digressioni sue e degli altri, il protagonista deve cercare di capire la causa del suo malessere, della sua noia e delle sue ossessioni. Una vera e propria risposta non gliela darà nessuno, ma tutto il suo peregrinare lo porterà a capire come «io non sono, e vivo una vita che è l’intreccio delle vite degli altri».

Questa consapevolezza finale è forse la via d’uscita di Arturo dal labirinto esistenziale che è la sua vita. Arturo è tale in quanto è frutto di ciò che è venuto prima di lui, che ha costruito con le proprie peripezie un mondo di storie reali e immaginate che gli permettono di evadere e cercare di allontanare la morte il più possibile. Arturo alle volte è Artù, alle volte è Orlando, alle volte e tanti personaggi letterari che abbiamo amato per rendere più tollerabile il fallimento vivendo più vite possibili.

Digredirò digredendo finché la mia vita si dissolverà

Se siete stanchi delle solite autofiction e dei soliti memoir sui fallimenti esistenziali, lutti mai superati e famiglie in decadenza e volete una lettura che vi farà dimenticare i vostri sensi di colpa e della banalità della vostra esistenza, allora Digressione (acquista) è il libro che fa per voi. Come in Ferrovie del Messico, anche qui Gian Marco Griffi si dimostra un abile creatore di mondi e storie labirintiche in cui perdersi è facile, ma necessario per evadere dalla noia quotidiana. Di Arturo Saragat ci si dimenticherà difficilmente, in quanto rappresenta la nostra ossessione a immaginare infiniti mondi e infinite possibilità di fuga per cercare – forse invano, forse no – di rimediare ai propri sbagli, alle strade mai intraprese e alle occasioni mancate.

Intendo vivere ogni giorno con il solo e unico scopo di digredire così profondamente e intimamente, così maledettamente, che digredirò financo digredendo, e così digredendo digredirò digressioni sempre più digressive, aggrovigliate, accavallate, attorcigliate l’una con l’altra, e intraprenderò così tante false piste, imboccherò così tanti vicoli ciechi, mi perderò così tante volte per certi spassosi fornici lupanareschi, per certe impensate stradicciole affumate e mai battute, insomma digredirò così deliberatamente, così offensivamente, così sfrontatamente, che la mia vita prima della digressione si dissolverà quasi del tutto, diraderà come la nebbiolina azzurrognola quando si raggela in tanti aghi di ghiaccio intorno ai fili di ferro d’una recinzione, e tuttavia, di quella mia vita che diventerà antichissima, millenaria quanto un reperto paleontologico, il fossile di una vita che fu – destinata come quella di tutti a finire dritta in bocca alla negra –, resterà una remota traccia in una polverosa taverna nei pressi di Santa Brígida della Ciénaga, la città in cui costruirò il mio labirinto dei labirinti, in cui oggi inizio la mia digressione, e in cui un giorno, quando sentirò l’alito dell’inevitabilità sui miei capelli, senza fare chiasso mi nasconderò per scampare quella detestabile condizione che i farabutti di Buenos Aires chiamano pelada, descarnada, blanca, e i furfanti della Pianura padana chiamano negra, magra, cruda, perché nomi peggiori non hanno saputo trovare.

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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