Prima di Terrestre, L’invincibile estate di Liliana è il libro in cui Cristina Rivera Garza – Premio Pulitzer per il memoir e l’autobiografia nel 2024 – ricostruisce la vita e il femminicidio della sorella Liliana. Attraverso ricerche, spostamenti nella città e un lavoro meticoloso sui documenti, l’autrice riporta al centro la storia di una giovane donna e il crimine che l’ha privata della sua libertà.
La ricezione del libro ha però aperto un nuovo spazio di riflessione. Molte lettrici e molti giovani lettori hanno riconosciuto in Liliana un modello di autonomia e di desiderio di vita. Una figura capace di parlare al presente con una forza inattesa. A partire da questa risposta emotiva e politica, Rivera Garza ha iniziato a interrogarsi sulle giovani donne che non sono cadute vittime del femminicidio. Cosa avevano fatto? Che tipo di strade avevano aperto per tutte noi?
Quante fra le nostre compagne di classe non hanno già abbandonato l’università per una gravidanza indesiderata, o segreta, cercata solo vagamente, scegliendo un rapido matrimonio e tutto quel che ne consegue […]? Quante finiranno gli studi e lavoreranno poi nell’ambito che hanno scelto? Quante esaudiranno il desiderio di viaggiare per il mondo su treni da sogno, sole con la propria anima, con il proprio rischio, come dicono spesso sotto gli effetti dell’alcol e dell’erba, sopra una musica rumorosa, con lo sguardo perso fra le nuvole che immaginano come divine?
Da queste domande nasce Terrestre, raccolta pubblicata da SUR nella traduzione di Giulia Zavagna.
L’eredità emotiva e politica di Liliana in «Terrestre»
Riprendersi la propria indipendenza mettendosi in cammino da sole è una storia che oggi riusciamo a riconoscere in molte voci, così come sono molte le storie di donne che, per paura, rinunciano a fare ciò che in compagnia non esiterebbero a fare, anche quando intorno non accade nulla di minaccioso.
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In questi racconti-saggio, Rivera Garza descrive dei viaggi “terrestri”: ragazze che attraversano paesaggi diversi – in autobus, a piedi, in autostop o in volo –, attraverso vari luoghi, inseguendo il desiderio di scoprire il mondo e sé stesse. Un tragitto in taxi in una giornata di pioggia, un lungo viaggio su un treno sgangherato in mezzo a paesaggi stupefacenti, dure camminate interminabili nelle affollate vie di una metropoli, un passaggio in autostop su uno stradone polveroso: le ragazze si preparano per il viaggio, fantasticano sulla meta successiva, vogliono partire, mordere il mondo, riempirsi di bellezza. Vogliono spiccare il volo, verso Belfast, il Midwest o Cancún.
Rivera Garza sceglie una narrazione corale, un “noi” insieme collettivo e intimo: non una voce sola, ma voci che si intrecciano, restituendo esperienze condivise di movimento, amicizia e corpi che si muovono in spazi al tempo stesso familiari e ostili.
C’era il desiderio, intatto. La voglia di prendere gli zaini e partire di nuovo. Era vero che volevamo andar via.
Il corpo come luogo politico
Uno dei fili conduttori del libro è la concezione del corpo come territorio di resistenza alle imposizioni del mondo. Per Rivera Garza il viaggio non è solo geografico. È un atto politico, un modo per riconquistare uno spazio negato. Terrestre parla di sorellanza, di quel ‘noi’ che nasce quando le donne si raccontano e si riconoscono, quando rivendicano il diritto di muoversi nel mondo senza paura. Il diritto a esistere nello spazio pubblico senza dover chiedere scusa. Senza doversi giustificare. La loro amicizia è un piccolo atto di ribellione, un modo di esistere insieme nonostante la paura e gli ostacoli.
La violenza non è mai assente: non sempre evidente, ma spesso presente come minaccia sottile, come nebbia che limita chi vorrebbe vedere le stelle. Perché la violenza contro le donne non è fatta solo di gesti eclatanti. È fatta anche delle piccole rinunce quotidiane. Delle strade evitate. Delle chiavi strette in mano. Degli sguardi controllati. Della libertà che alcune volte non ci concediamo.
Non ci avranno, commentavamo fra noi ogni volta che ci infilavamo felpe di taglie extra large per coprire tutto il possibile: la vita, i fianchi, la protuberanza dei seni. Non ci avranno, dicevamo mentre ci mascheravamo da uomini o da umane per poterci fare strada.
Rivera Garza, nata il 1° ottobre 1964 in Messico, ha costruito una carriera di spicco come scrittrice, saggista, traduttrice e accademica. Dopo gli studi in sociologia all’UNAM, ha conseguito un dottorato in storia latinoamericana presso l’Università di Houston, dove oggi insegna e dirige il programma di dottorato in scrittura creativa in spagnolo.
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«Terrestre» è non-fiction speculativa
I testi di Rivera Garza oscillano tra finzione e non-finzione o, come lei stessa suggerisce, una “no ficción especulativa”. Il suo lavoro resta ibrido, critico, refrattario alle etichette. Si tratta di un genere letterario ibrido che fonde elementi di speculazione, tipicamente associati alla fantascienza e al pensiero futuristico, con l’approccio fondato e basato sui fatti della saggistica tradizionale.
Il significato della pioggia, il racconto che apre il libro, nasce da una dimenticanza: «Era da molto tempo che non pensavo a Julia O’Bradeigh. In effetti, non sarebbe falso dire che avevo completamente dimenticato Julia O’Bradeigh». Rivera Garza gioca ancora una volta con i confini tra finzione e realtà, recuperando un personaggio di La guerra no importa (1991), la sua prima raccolta di racconti.
Particolarmente interessante è l’uso del linguaggio che l’autrice fa in I leoni non sono qui, dove l’autrice sfida e sovverte le convenzioni grammaticali. «Non si conobbero a una festa. Non bevevano birra in grandi bicchieri di plastica…», come se quel “non” intendesse capovolgere il tempo per schivare la violenza della rottura e aprire nuove possibilità, realizzabili in un’altra storia, dove la doppia negazione diventi affermativa.
In Uccellacce una coppia di giovani donne segue un itinerario di fuga e di liberazione da una violenza di genere percepita come imminente e incombente. La loro storia assume le sembianze di due giovani aironi che hanno imparato a camminare «perché l’uccelliera era più piccola di noi». In questa metamorfosi, le ragazze-airone esplorano il mondo da una prospettiva dichiaratamente terrestre: provano vergogna per le proprie ali, tengono nascosta la loro natura e, in fondo, cercano soltanto di somigliare agli altri, di passare inosservate in un ambiente che non concede spazio alla differenza.
In Sole di un altro pianeta, quando le protagoniste incontrano una venditrice di tacos su un treno, la domanda non è «da dove venite», ma «dove si va». Questo perché ciò che conta è la direzione. Nell’universo di Rivera Garza, muoversi non significa semplicemente spostarsi, ma anche dire addio.
Questa idea ritorna in Tutto in fondo dice sempre addio, racconto ambientato in un impianto di lavorazione del pesce in Alaska, dove una voce quasi futuristica osserva le inattese rivincite della natura, inizialmente piegata a usi industriali. È qui che il senso del movimento si condensa nella frase: «Tutto è sempre addio in qualsiasi modo. Ricordalo».
Consigliato a…
La forza tanto letteraria quanto politica di Terrestre non è meno intensa di quella che animava L’invincibile estate di Liliana. Anche qui c’è una dichiarazione potente, fatta attraverso i corpi che avanzano, che si espongono, che rivendicano la propria presenza. È un libro che non chiude ma apre: apre possibilità, relazioni, immaginari.
Di fronte al terrore della violenza, Terrestre (acquista) è la risposta di Rivera Garza. Un invito a pensare a un futuro da costruire con i nostri passi, insieme.
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