Diventare genitori è un patto con l’invisibile, con ciò che sarà e che non potrai governare fino in fondo, qualcosa di cui sei insieme artefice e spettatore. La protagonista di Donnaregina di Teresa Ciabatti (Mondadori, 2025) si muove proprio in questa frattura. Alterna momenti in cui è certa di fare il bene per sua figlia ad altri in cui non capisce più cosa stia accadendo. La maternità diventa così una zona instabile, fatta di slanci e paure, di segnali ignorati e verità che arrivano sempre un po’ troppo tardi.
A tratti sembra più semplice, per la scrittrice alter ego, intervistare un boss che sostenere una conversazione con sua figlia adolescente. Accettare di scrivere un libro su Giuseppe Misso, detto ’o Nasone, appare meno rischioso che affrontare il professore che segnala una malinconia crescente nella ragazza.
Tredici anni è un tempo magico, la voce dal passato, lei per caso, professore, dottore, agente, sa cosa significa essere una ragazzina di tredici anni, crescere, esplodere, tredici anni non tornano più.
Ma chi è davvero Misso?
Il loro è un incontro di due mondi lontanissimi. Lei non ha mai scritto di criminalità organizzata; il suo terreno è quello della musica, del cinema, dell’adolescenza e delle relazioni. Eppure, quando Giuseppe Misso inizia a parlare, qualcosa cambia. La protagonista si sente scelta, riconosciuta, quasi investita di una responsabilità. Non ha intenzione di farne un ritratto dal punto di vista giuridico, la sua non è una «fascinazione del male». Lei ricerca l’uomo dietro il mafioso pluriomicida. Sentimenti, legami. Consapevole che lui, come unico narratore della sua storia, può manipolarla a suo piacimento, può decidere cosa dire, cosa omettere, come costruire il proprio mito.
Un giornalista d’inchiesta lo avrebbe sollecitato su argomenti di interesse pubblico. Non io, che per dieci pagine sono rimasta sui colombi.
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Non è una biografia o un ritratto fedele, ma una tensione continua tra chi racconta e chi viene raccontato, rischiando di perdersi tra i vicoli del rione Sanità e nelle storie di colombi amati e liberati. Un viaggio personale, tra difficoltà familiari e drammi personali. Tra soggettività e sentenze. Accanto a questa indagine, si muove una presenza laterale, quasi una voce guida: quella di M., figura riconoscibile ma mai del tutto esplicitata, che invita la protagonista a fidarsi, a esporsi, a non sottrarsi.
È nei racconti familiari che le due vite si incontrano. Lì, nel momento in cui aprono le ferite di genitori incerti, di figli con cui non sappiamo comunicare.
Il romanzo attraversa temi come la colpa, il riscatto, l’identità e la finzione senza mai irrigidirsi in una tesi. Anche quando tocca questioni delicate – come l’omosessualità o la depressione adolescenziale – lo fa attraverso episodi che restano sospesi tra racconto e leggenda. Come quando durante un processo, Peppe Misso, deriso dai nemici – «Lui ha un figlio gay» –, si alza in piedi e dice: «Sì, signor giudice, mio figlio è gay, che male c’è?», ribaltando un codice non scritto della camorra. Da quel momento figli e familiari gay di boss, i femminielli, che prima sparivano, non spariscono più.
Esattamente qui si conclude la mia ricerca di Bruna Misso.
Operata o no, compagno, marito, non coniugata, bionda, mora.
Cercando Giulio, Bruna, passando per mia figlia, sono arrivata a me. Questa non è una storia di padri e di figli, ma il naturale riposizionamento della mezza età – chi sono, dove vado. Cos’è la morte – la domanda a cui sfuggo dall’inizio.
Addio ragazza intrepida, o qualunque cosa io abbia creduto di essere.
«Donnaregina» e l’impossibilità di capire
Guardandosi allo specchio, la narratrice non sa ritrovare la voglia di vivere che sua figlia ha perso in una crisi silenziosa. È qui che il romanzo si stringe, non nel racconto del crimine, ma in quello della genitorialità come esperienza opaca, spesso fallimentare.
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La scrittura di Ciabatti procede per deviazioni. Costruisce un testo ibrido che è romanzo, autobiografia, inchiesta e nessuna di queste tre cose. La sua scrittura sembra sfuggire il punto, ma in realtà lo aggira per avvicinarlo meglio. Lavora per accumulo e sottrazione, portando a galla il non detto, ciò che resta fuori campo, ciò che non si lascia raccontare in modo lineare.
Sulla scia delle mie angosce, domando: ma tu oggi, in questo tempo nuovo – il tarlo degli adolescenti che desiderano morire, e noi genitori che cominciamo a morire davvero, e la vita così breve, e la fine comune, per forti e deboli indifferentemente, tanto agitarsi per giungere tutti allo stesso punto, io domando: tu rifaresti quello che hai fatto?
La voce della protagonista può risultare spiazzante, persino irritante, con pensieri che sembrano troppo ingenui o fuori fuoco. Ma è proprio in questa esitazione che si rivela autentica: nel suo continuo sottrarsi, nel non saper reagire, nel restare sospesa. Ed è difficile, alla fine, non riconoscersi. Mette a nudo qualcosa di noi lettori che ci riguarda più da vicino di quanto vorremmo ammettere.
E alla fine, più che un’inchiesta su un uomo o su una famiglia, Donnaregina (acquista) si rivela un’indagine sulla possibilità stessa di capire chi abbiamo davanti. Perché conoscere l’altro – che sia un boss o una figlia – non significa mai davvero afferrarlo fino in fondo, ma accettare che ogni relazione resti, inevitabilmente, una forma di approssimazione.
Il romanzo è stato candidato al Premio Strega 2026 su proposta di Roberto Saviano, con la seguente motivazione:
In questo romanzo Teresa Ciabatti dà conferma della sua capacità unica di raccontare gli interni delle esistenze, di dare sostanza agli aspetti chiaroscurali, di metterci di fronte degli specchi in cui riconoscere parti di noi che forse preferiremmo non guardare. La voce narrante vuole suscitare sensazioni, scatenare cortocircuiti, portare a galla contraddizioni quotidiane. E lo fa mettendo in scena un antagonista estremo. Nel farlo, la stessa protagonista si mette in discussione: ciò che ascolta la avvelena e, da un certo punto in poi, l’aiuta.
Consigliato a chi nelle storie familiari non cerca rimedio o rassicurazione, a chi ama romanzi dove il centro non è mai dove sembra.
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