E poi non rimase nessuno

«I convitati di pietra» di Michele Mari

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«I convitati di pietra» di Michele Mari

Al primo anniversario dell’esame di maturità, il 22 luglio 1975, i trenta compagni della III A del liceo Berchet di Milano decidono di dare inizio a una riffa: un patto quasi rituale, un versamento annuale da parte di ciascuno per creare un patrimonio comune, destinato a crescere nel tempo ed essere spartito tra gli ultimi tre rimasti in vita. Non è chiaro a chi sia venuta l’idea, ma pagina dopo pagina de I convitati di pietra di Michele Mari (Einaudi, 2025) – tra i libri proposti al Premio Strega 2026 – si comprende come quel gioco nasca già incrinato da una promessa noir. 

[…] all’inizio si sentivano immortali, ma il modo con cui si illusero di celebrare quella condizione divina introduceva nelle loro vite il tema della mortalità.

Un patto contro il tempo

Le amicizie del liceo hanno qualcosa di assoluto: ti conoscono quando sei ancora informe, instabile, in bilico tra sfiga e gloria. Non sei ancora un personaggio definito, e proprio per questo puoi diventare qualsiasi cosa. La III A resta cristallizzata a quell’idea di sé, sospesa nell’eco della giovinezza. Ma negli anni la morte si insinua come un trentunesimo compagno, silenzioso e costante, che tenta ognuno di loro con il profumo del denaro. È così che la cena di classe del 22 luglio diventa un appuntamento fisso. E la tragedia è già annunciata: mors tua, vita mea.

Michele Mari costruisce un congegno narrativo spietato, in cui il gioco si trasforma, nel corso degli anni, in una roulette morale dove si intrecciano alleanze, scommesse, invidie, macumbe, sabotaggi e anche omicidi.

[…] il bello cominciava proprio allora, quando la macchina sarebbe entrata nella sua fase decisiva e il loro tesoro (lo quantificò, una cifra sbalorditiva) sarebbe stato sempre più reale, sempre più vicino, sempre più alla portata dei più forti, dei più sani, dei più risoluti, come un premio alla vita che (ammise) dovrebbe essere premio a se stessa, ma da vecchi, insomma, quando si è perso quasi tutto, un riconoscimento non guasta, anche perché, aggiunse con gravità, non contava tanto il premio, che comunque i vincitori avrebbero goduto per poco tempo, ma la sua aspettativa, avere qualcosa per cui vivere, combattere, qualcosa da sognare, qualcosa che poteva farli ritornare i bambini, a monte della Maturità, alle elementari, all’asilo!

Il miraggio del premio, destinato a crescere con gli anni fino a cifre astronomiche, in grado di cambiare la vita dei tre rimasti, trasforma i compagni in concorrenti, dove la sfida è vivere, perché vincere significa non morire. È proprio l’aspettativa a deformare tutto.

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L’appello dei morti

Ogni morte aumenta il valore della posta e insieme le probabilità di vittoria dei superstiti. Le cene si fanno più cupe, segnate dalle assenze. Ci si osserva con sospetto: quanto manca? Chi sarà il prossimo? Se sono nati nel 1955, quanto possono durare? Ma ci si godrà i soldi?

[…] la cifra raggiunta era così grossa che il primo pensiero di tutti fu: che peccato non avere il tempo di godersela. Qui prevenne ogni possibile obiezione ricordando che il loro progetto era stato concepito per il piacere del gioco, non per lucrare, anche perché i soldi, in se stessi, avevano qualcosa di volgare.

Da trenta a uno, una progressiva eliminazione, tra gesti etici e disumanità, tra rancori e passioni. Un libro da leggere di corsa, poiché per la forma si presta a essere divorato – non è suddiviso in capitoli ma procede veloce negli anni, oltre un immaginario 2050, come se nella loro vita la cena di classe fosse l’unica cosa interessante da raccontare. Più si procede con la lettura, più si consuma vita e l’ultima pagina corrisponde a… segna la fine di…

Man mano che il patto-scommessa entra nel vivo, i compagni si alleano o attaccano fra loro, si schierano, si frequentano, si maledicono e si uccidono. Nulla è estremo perché giustificato dal desiderio di vincere. Più di una volta qualcuno fra gli scommettitori esita e cerca di ostacolare il patto o di modificarne i termini, addirittura di interrompere, ma les jeux sont faits e persino gli ultimi tre compagni rimasti invita accettano di proseguire il gioco.

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«I convitati di pietra» è…

Il romanzo ricorda insieme Dieci piccoli indiani e Squid Game, ma declinato in chiave milanese. I convitati parlano poco, riflettono poco, restano compressi nei loro cognomi-etichetta – Migliavacca, Testaviva, Brodo – come in un eterno appello scolastico. Mari li muove con una narrazione ritmata, ciclica (anno dopo anno, cena dopo cena) e a incastro, senza pause consolatorie. Costruisce un ritratto di ognuno: i tic e le ossessioni di Brodo, la passione di Semprini per Gene Hackman, le passeggiate di Rivadeneyra.

La sua scrittura è densa, precisa, ironica senza mai essere moralistica. C’è uno humour nero che scivola verso il grottesco, un’ingordigia immaginativa che accumula eventi fino quasi all’eccesso. Ma sotto il gioco letterario si avverte qualcosa di più serio: il tempo che divora, la vecchiaia che avanza, la competizione che corrode anche i legami più antichi.

Seguendo il gruppo che si assottiglia e si fa sempre più bramoso del bottino finale, Mari fotografa una generazione borghese con estrema lucidità, intrecciando rivalità e risentimenti, istinti e passioni, sullo sfondo di una Milano concretissima, riconoscibile, quasi impassibile davanti al loro destino.

Morte e denaro si inseguono in una giostra a eliminazione progressiva. E alla fine resta una domanda disturbante: se il premio è sopravvivere agli altri, cosa resta davvero della vita?

I convitati di pietra (acquista) è un romanzo consigliato a chi ha nostalgia delle amicizie scolastiche e insieme ne diffida. A chi ama le storie costruite come un congegno perfetto, dove la trama è un meccanismo che scatta anno dopo anno, privo di personaggi empatici o introspettivi. Il centro di questo romanzo non è l’interiorità dei singoli, ma il meccanismo collettivo che li ingloba, il tempo e la sua matematica implacabile.

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Serena Votano

Serena Votano, classe 1996. Tendenzialmente irrequieta, da capire se è un pregio o un difetto. Trascorro il mio tempo libero tra le pagine di JD Salinger, di Raymond Carver, di Richard Yates o di Cesare Pavese, in sottofondo una canzone di Chet Baker, regia di Woody Allen.

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