Spartiacque. Nell’avvolgente cronaca diffusa come nei libri tornano immagini e storie che sembrano dare ragione a Françoise Sagan: «Diciamo le cose come stanno. Si ama e poi non si ama più.». Accade qualcosa, uno slittamento, un’«incrinatura» e il nodo d’amore si scioglie, irrevocabilmente. «E non serve più a niente gridar “non è vero”, non serve più a niente dar pugni nel muro» direbbe un noto cantautore.
Eppure, esistono, ed esistettero, delle eccezioni: anime intrecciate tra loro con tenacia, mani che affondano le unghie nella carne di un’altra per non lasciarla andare, mentre tutto intorno preannuncia la frattura, mentre ogni colpo sa di cesura definitiva, mentre entrambi avvertono – ogni volta – accadere qualcosa che non ammette rimedio. Soffrono, vedono soffrire, eppure restano avvinti, incapaci di dare all’altro pace. A due di queste anime – forse le più affascinanti e vertiginose che la letteratura del Novecento abbia consegnato al mito – Pietro Citati ha dedicato una biografia che sa di romanzo: La morte della farfalla (Adelphi, 2016). I loro nomi sono Francis Scott e Zelda. I ruggenti Fitzgerald.
Un fuoco che consuma
Icone degli anni Venti, emblema vivente di una generazione che volle consumarsi alla luce delle proprie stesse scintille, Zelda e Scott condensarono in loro gli eccessi, le manie, le vertigini di un’epoca intera. Tutti elementi di cui lui, lo scrittore, sensibile rabdomante, seppe captare la vibrazione e la cifra, restituita intatta nei romanzi e nei racconti. «Due punk ante litteram», li ha definiti Sara Antonelli: creature nate per bruciare e per distruggere, non di certo per durare.
La loro unione, dapprima irradiata dallo splendore mondano, fu poi scavata dall’interno, minata e fatta implodere dai demoni che abitavano i loro corpi e le loro notti: l’alcolismo e la furia improvvisa di lui, la schizofrenia di lei.
Infatti, se in un primo tempo il successo di Fitzgerald e la freschezza di Zelda facevano balenare l’impressione che tutto fosse possibile, ben presto entrambi finirono per mostrarsi – e dunque per riconoscersi – anche come proiezioni viventi di questi demoni.
E ne La morte della farfalla (acquista) scopriamo che proprio quella vita – i balli, le feste, le sbronze, la droga, la musica – nutrì la malinconia, l’insoddisfazione di Scott, e i suoi continui sensi di colpa: per non sentirsi mai all’altezza del suo talento, per la paura di fallire i programmi di felicità che disegnava per la sua famiglia, per non poter lui stesso combattere i mostri di Zelda, e liberarla. Il coraggio, la sfacciataggine e l’indifferenza della moglie, invece, si dileguavano, lasciando emergere l’incostanza febbrile e la gelosia feroce di quelle notti.
Così ciò che forse era predisposizione naturale, dal 1918, dall’istante stesso del loro innamoramento, crebbe senza tregua e con ritmo sempre più serrato. Anche per un bisogno quasi viscerale di dramma, come se la quiete fosse per entrambi soffocante e respirare fosse possibile soltanto dove l’aria calda si consuma. Ma il fuoco di quella vicinanza estrema, eccessiva, finì per lambire e bruciare i loro spiriti.
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Di fronte a ciò, non si separarono, non recisero il cordone: al contrario, si riconobbero sempre più come una sola creatura divisa in due corpi, depositari delle stesse vecchie paure, votati a un destino comune che – consapevolmente o no – scelsero di abbracciare.
Sotto la doppia furia dell’alcol e della follia, il loro legame assunse tinte via via più sinistre, senza spezzarsi. E così, litigio dopo litigio, bicchiere dopo bicchiere, sperperio dopo sperperio, smarrirono insieme la pace e la salute.
Quel settembre 1924, sapevo che era successo qualcosa che non si sarebbe mai potuto riparare.
«La morte della farfalla»: dopo la danza
Per dieci anni vissero come il mondo li ha conosciuti e li ricorda: come farfalle – creature leggere, danzanti, dionisiache. Nel tentativo di esorcizzare la pesantezza che covavano nel cuore, uscivano, bevevano, cantavano. «Ho imparato a volare, non voglio più essere urtata per smuovermi»: pare quasi che Zelda avesse letto Nietzsche mentre agitava freneticamente i piedi folli sul charleston.
È dolce pensare che le sfrenatezze che segnarono la vita dei due belli e dannati non furono soltanto capricci da bon vivant, ma gesti di coraggio e di libertà: una vera postura esistenziale, una lucida resistenza all’abisso che avvertivano vicino, e al quale pure seppero avvicinarsi senza tremare. Stare accanto al baratro e danzare sull’orlo di esso, perché «non con la collera, ma col riso si uccide», anche se stessi. I Fitzgerald si dissiparono per un incontenibile amore per la vita.
Così continuiamo a battere l’acqua, barche contro corrente, risospinte senza posa nel passato.
Dieci anni di piroette nell’aria, a «planare sulle cose dall’alto senza [dar conto ai] pesi sul cuore». Finché la farfalla cessò di battere le ali. E allora si accorsero, o accettarono, la caduta: l’assenza di un suolo stabile sotto i piedi, da baluardo di libertà, si fece trappola. Si fermarono. Quell’urgenza, quell’irriducibile slancio in avanti – lo stesso che giustifica il titolo della biografia letteraria di Fitzgerald Domani correremo più forte – si spense nei letti d’albergo e nelle stanze delle cliniche psichiatriche dove Scott e Zelda trascorrevano, separati, le notti insonni.
Costretta dall’idroterapia e dall’insulina Zelda, auto imprigionato dai debiti e dai sensi di colpa Scott, i due divi persero ogni contatto con il mondo che li aveva celebrati. Senza lo slancio delle ali, per salvarsi, appassirono: dalla danza per non cadere alla cristallizzazione per non crollare.
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La vita nel romanzo
E mentre la vita della coppia si infrangeva, Francis Scott Fitzgerald la reinventava nei romanzi. «Parlava sempre e soltanto di sé», ma tutto veniva naturalmente manipolato, cifrato. È un’invenzione la vita quando varca la soglia del romanzo. Lo scrittore ruba alla sua vita, succhia dalle ferite tutto il male e lo sputa nel destino dei personaggi. La letteratura potenzia, impreziosisce l’esistenza, e dunque la rende più vera ed esposta.
Zelda e Scott sono in Gloria e Anthony (Belli e Dannati), in Nicole e Dick (Tenera è la notte); le sfumature dei loro pensieri, dei loro atteggiamenti, dei loro giorni si ritrovano in ogni scritto di Fitzgerald. È una metamorfosi dell’Io quella che compie ogni volta lo scrittore, mantenendosi sempre riconoscibile in filigrana.
L’ascesa sfolgorante e la caduta nell’oblio: Fitzgerald fa di questi due piani una compenetrazione che diventa la sua cifra stilistica, insieme a un cervellotico e costante lavoro di lima. L’autore del Grande Gatsby era un perfezionista, un maniaco del dubbio che tormentava la pagina scritta fino a bucarla.
In scrivania aveva un rigore, una spietatezza che non aveva mai conosciuto altrove. Perché il talento è un dono, ma l’eccellenza costa di più. Fitzgerald sentiva una necessità quasi viscerale di faticare, di abbattere la mente e il corpo. Non sentiva di avere niente per cui valesse la pena lavorare, ma il lavoro era la sua unica salvezza. Una fonte, sempre più necessaria, di denaro. Ma soprattutto una risposta a un destino tremendo, un antidoto contro la consapevolezza della fine. Gli occhi brucianti e il polsino della camicia sporco di inchiostro erano i mezzi per raggiungere l’armonia dell’arete, la dignitosa nobiltà data dalla comprensione del proprio posto nel mondo: la forma più alta di salvezza.
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E gli stanchi sono in pace
Passando di clinica in clinica, Zelda non conobbe mai una vera guarigione. Vi furono momenti di respiro – brevi tregue trascorse con il marito e la figlia Scottie –, ma puntualmente ricadeva nella nebbia della sua mente. Gli ultimi anni li vissero per lo più lontani, rimanendo però legati da un’incessante corrispondenza. Lui era a Hollywood, tra sceneggiature su commissione e le bozze di Gli ultimi fuochi (The Love of the Last Tycoon), il suo ultimo romanzo rimasto incompiuto.
Erano ormai l’ombra di loro stessi: tutto il loro fascino, il loro fulgore era scomparso. Zelda non conservava più nulla del fuoco che l’aveva animata; Scott aveva smesso persino di bere. Eppure, fu il suo corpo a cedere per primo. Nel dicembre del 1940 due attacchi di cuore lo colpirono. La convalescenza, scriveva alla moglie, sarebbe stata lenta: «È strano che il cuore sia uno degli organi che si riparano da soli». Ma il suo non si riparò. Un giorno tentò di alzarsi dal divano e cadde a terra, accanto alla tazza di caffè vuota e al giornale sportivo, rimasto aperto.
Zelda lo raggiunse qualche anno dopo, chissà dove. Nel marzo del 1948 un incendio divampò nell’ospedale in cui era ricoverata. Tra quelle mura la chiamavano l’«angelo dalle ali un po’ sbruciacchiate». Un capriccio del destino. Zelda Fitzgerald, consumata per sempre dal suo fuoco: lo stesso che si era spento dentro di lei, stavolta reale, se la riprese.
Ciò che restava di lei venne deposto accanto al marito, compagno di sempre. Sulla lapide, l’ultima frase del Grande Gatsby. E così, finalmente, gli stanchi furono in pace.
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Grande Riccardo❤️
Bravissimo Riccardo, sei fenomenale
Complimenti
Bravissimo ❤️