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Quel che resta del trauma: silenzio

«Sono ancora tutti qui» di Liadan Ní Chuinn

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«Sono ancora tutti qui» di Liadan Ní Chuinn

Ancora oggi, sebbene il Good Friday Agreement (Accordo del Venerdì Santo) del 1998 firmato da Tony Blair e Bertie Ahern abbia posto fine al conflitto nordirlandese, quest’ultimo – chiamato in inglese “Troubles” – continua a essere percettibile – seppur in maniera silenziosa – nelle vite dei nordirlandesi, al punto che, durante le recenti agitazioni anti-migranti di Belfast, qualcuno parlava di un clima simile a quello del vecchio conflitto dell’Irlanda del Nord.

Questo dimostra quanto un trauma – collettivo o individuale – continui ancora a influenzare le vite di chi l’ha vissuto. Questo intreccio fra trauma collettivo e individuale è al centro dei sei racconti di Sono ancora tutti qui (La nuova frontiera, 2026) – traduzione di Daniela De Lorenzo –,raccolta di debutto di Liadan Ní Chuinn, autorə che ha scelto l’anonimato – sebbene lo pseudonimo lasci intendere che possa trattarsi di una donna, visto che il significato dal gaelico sarebbe “donna grigia, figlia di saggezza” oppure “poesia grigia, figlia di saggezza” – e di cui si sa soltanto essere proveniente dall’Irlanda del Nord ed essere del 1998, provenienza e data molto importanti per la storia nordirlandese.

Il contenuto dei racconti di «Sono ancora tutti qui»

Uno studente di anatomia alla ricerca della verità sulla morte del padre, un’aspirante scrittrice alle prese con un racconto su una bambina che vede prendere l’autobus tutti i giorni e un custode di museo adottato assieme alla sorella ormai scomparsa sono fra i protagonisti dei sei racconti di Sono ancora tutti qui. Si nota fin da subito l’influenza del conflitto nordirlandese che permea l’atmosfera di tutti i racconti, anche quelli che meno ci hanno a che fare in maniera esplicita.

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Liadan Ní Chuinn intreccia sapientemente trauma collettivo e individuale rappresentando le vicende dei protagonisti come ferite che in apparenza sono guarite, ma che sono pronte a riaprirsi alla prima occasione utile. Colonialismo britannico, amnistia dei soldati inglesi nonché assenza di giustizia per le vittime dei Troubles diventano qui simboli di qualcosa di più universale, ovvero l’impossibilità di perdonare e voltare pagina.

«Sono ancora tutti qui» e la fragilità della collettività

Quando si leggono i racconti di Sono ancora tutti qui e si tiene presente il contesto nordirlandese, viene in mente Anemone, film di debutto di Ronan Day-Lewis che come la raccolta di Liadan Ní Chuinn si confronta con gli strascichi dei Troubles e i suoi effetti sulle relazioni umane. Il film di Day-Lewis usa l’immagine dell’anemone, fiore legato alla mitologia, per parlare della fragilità delle relazioni umane e della speranza di pace e superamento del trauma.

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I racconti di Liadan Ní Chuinn ci mostrano degli equilibri relazionali molto precari. Non è un caso che la raccolta si apra e si chiuda con due storie di perdita e di ricerca di verità e giustizia legati ai Troubles: l’autorə vuole infatti sottolineare come la speranza di superare il trauma, che sia esso collettivo o individuale, sia impossibile. I protagonisti dei racconti sono infatti intrappolati in una spirale di rabbia, rancore e violenza senza fine, che la morte invece di porvi fine in alcuni casi riaccende.

Questa fragilità delle relazioni umane è dovuta al fatto che, come ha affermato Liadan Ní Chuinn in un’intervista rilasciata per “Tolka”, il trauma intergenerazionale risulta ancora troppo forte, fatto di silenzi difficili da trasformare in rumore per l’impunità dell’esercito e dello stato britannico che ancora oggi assolve chi ha commesso reati durante il conflitto nordirlandese rendendo, quindi, inutile ogni tentativo di riconciliazione con il passato.

Ereditare un trauma pieno di silenzi

I racconti che più di tutti sono rappresentativi di quanto detto sono Via tutti, Amalur e Daisy Hill. Questi tre racconti sono accomunati dalla raffigurazione del rapporto fra padri e figli, da intendersi in senso metaforico come rapporto fra diverse generazioni, ovvero quella di coloro che ha fatto esperienza del trauma collettivo e quella di chi il trauma collettivo l’ha ereditato rendendolo individuale.

In Via tutti, Jackie, studente di anatomopatologia, si sente perseguitato dalla morte del padre Michael al punto che tutto attorno a lui si fa «guasto, putrido, infestato dai giunchi, in macerie» per la mancanza di risposte attorno alla figura paterna, ma soprattutto senza sapere in che modo quanto accaduto incida sulla sua persona. Amalur, invece, risulta essere un racconto molto forte non soltanto per l’analogia fra la comunità nordirlandese e quella basca, che durante il franchismo ha subito una forte repressione e che è accomunata dalla comunità nordirlandese per via dell’ETA, ma anche per l’immagine finale della protagonista che ricorda la madre indossare le sue scarpe per allargarle, come a dire che i padri hanno vissuto traumi per evitare che i figli possano riviverli, seppur tuttavia i figli siano costretti a confrontarvisi nei silenzi lasciati da chi è venuto prima di loro.

In Daisy Hill, infine, il malore dello zio John e il pericolo di morte porta Rowan a ricordare il padre e la sua morte per mano dei soldati britannici riempiendo Rowan di rabbia verso non soltanto le mancate spiegazioni del padre su quanto accaduto in quegli anni, ma anche verso l’impunità dei soldati britannici e l’indifferenza di chi non ha vissuto in prima persona questo trauma:

Ci hanno torturato, ci hanno assassinato, eppure alla fine le vittime sono loro. Persone, dicono i media, questi soldati sono persone; ma non le loro vittime. Possiede una lista. Una pagina di emozioni che si espandono in una spirale fuori controllo. Prova a scrivere, ma scrive solo questa cosa qui, all’infinito: se lo facessero a te non resterei indifferente.

Scrivere il silenzio del trauma

La questione della scrittura che chiude la citazione appena riportata è centrale nel racconto Mary, già apparso in un numero di Internazionale curato da Lisa McInerney. La protagonista è una donna che, avendo appena perso il lavoro, decide di frequentare un corso di scrittura creativa tenuta dalla parrocchia del suo quartiere. Decide di scrivere di una bambina, Mary, che vede sempre prendere l’autobus per recarsi al centro parrocchiale. Al corso di scrittura creativa la protagonista ha difficoltà a mettere a fuoco l’obiettivo del suo racconto e, stufa delle osservazioni dei partecipanti, si arrabbia e prova a difendere il senso del suo racconto:

Capisci da dove nasce il loro ragionamento, certo: la bambina non fa i compiti, non gioca con gli amici; certo che lo capisci che, volendo analizzare la cosa, da lei dovrà prima o poi venir fuori un’adulta, che ci saranno delle conseguenze, che l’adulta avrà dei problemi, che ci saranno dolore o solitudine o lutti, ma queste sono cose che tu non puoi sostenere. «Ma perché non vi limitate a guardare quello che vi mostro?» hai urlato in classe quella sera. «Non per forza dev’essere triste! Non per forza dev’esserci un significato! C’è questa bambina e voi non sapete né come né perché ma è sempre sull’autobus. Giovedì scorso era il suo compleanno e oggi è martedì e lei indossa ancora la grossa spilla d’argento che accompagnava un bigliettino: Hip Hip Urrà! Nove anni!»

La bambina del racconto, si scopre, è una proiezione del traffico di donne commesso da Christy, il compagno della protagonista. La donna si sente complice di quanto fatto dal compagno, e il motivo per cui non esprime molto riguardo alla bambina del racconto è lo stesso motivo per cui i protagonisti degli altri racconti provano rabbia e vuoto: perché anche lei è incapace di reagire verso qualcosa che non ha vissuto in prima persona, e l’impotenza verso gli abusi e la violenza creano rabbia.

Quello che, quindi, propone la protagonista di questo racconto funge da chiave di lettura per tutti gli altri personaggi degli altri racconti: l’accettazione del silenzio e il tentativo di andare avanti e lasciare che le cose accadano semplicemente davanti ai nostri occhi. Dopotutto, «non è niente se non lo dici. Non è niente se non gli dai un nome», ma anche dando un nome al dolore questo è destinato a restare in silenzio. Ad autori come Liadan Ní Chuinn, quindi, il compito di parlare di questo dolore per renderlo visibile a tutti.

«Sono ancora tutti qui»: viaggio nei silenzi di risposte mai ricevute

Rabbia, rancore, dolore e silenzio sono le cose che accomunano i personaggi di Sono ancora tutti qui (acquista) di Liadan Ní Chuinn. In questi sei racconti assistiamo al crescente dolore e frustrazione di generazioni ignare di quanto accaduto ai propri padri, che inerti non possono fare nulla per ristabilire la giustizia laddove chi ha commesso i crimini è stato considerato innocente, costretto dalle circostanze e addirittura premiato come un eroe. Quelle che ritrae Liadan Ní Chuinn sono generazioni di ragazzi e ragazze, uomini e donne che non riceveranno mai le risposte giuste e che non possono far altro che mandare avanti un silenzio che si fa sempre più assordante, in quanto amplificatore di ferite che non guariranno mai e che continueranno a determinare quello che siamo.

Bernie mi fissa. Fa un freddo cane. Nessuno dice niente. Nella mia testa c’è un gran baccano. Penso alle persone (innocenti) strappate dalle case, dagli appartamenti, dalle villette a schiera di mattoni rossi, portate via lungo queste vecchie stradine verso i campi di internamento. Gente di qui che pagava le tasse per l’Esercito che è venuto a prenderle. Ho in testa i loro nomi – Jackie, Ciarán, Michael – voglio conoscerli. Ho bisogno di vederli. Sono la mia famiglia. Il padre di mio padre, e il fratello di mio padre, e mio padre. Sento il sangue nelle tempie. Questa è casa nostra, o no? Il posto da cui veniamo tutti. Allora perché non sono qui? Perché qui non c’è più nessuno?

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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